Lezione di Dante: coesione sociale per la salvezza

Lezione di Dante: coesione sociale per la salvezza

La lezione di Dante: la coesione sociale per un’educazione alla salvezza di Nino Giordano

Per Dante, il male, di cui “la terra cristiana tutta” è contagiata e sofferente, è la corruzione legata al potere politico viziato dalla superbia che, a suo profitto, disumanizza ogni soggetto: individui, popoli, istituzioni, confraternite e ordini.

Come quello cavalleresco dei Templari, bestialmente soppresso “sanza decreto” (v.92), scrive il poeta al colmo dell’indignazione.

Il nucleo delle sue idee morali e politiche -come emerge dalla figura del console romano Caro Fabrizio Luscino (Purgatorio, canto XX) – è che la salute della patria non ha prezzo, la dignità e la legittimità della funzione politica sta nel non vendersi di chi la esercita; perché ciò significa corromperla senza rimedio.

E affinché si possa sviluppare un’educazione alla salvezza occorre una potente semplicità della coesione sociale – tutt’uno con la probità dei costumi: il valore di uno spazio chiuso.

Uno spazio tale, secondo Dante, è esistito e, nel contempo, è atemporale e quindi riproponibile. Lo si riconosce dalla presenza di un’umanità attenta alle virtù cardinali; e dall’essere fertile terreno per quelle teologali. Nelle comunità ordinate, il perfezionamento spirituale non è materia dei soli pastori del gregge, ma dovere di ogni anima battezzata.

La nostalgia di Dante, attraverso il trisavolo Cacciaguida (vedi i canti XV-XVII del Paradiso), fa balenare un mondo compatto, partecipe dei medesimi sentimenti, che interagendo su uno spazio delimitato a sua misura si sente allacciato all’eternità che la grazia di Dio gli “dovrebbe” riservare.

Anche l’antica Firenze era conscia del primato dell’innocenza, dell’onestà, e di essere sotto la protezione di Dio. Poteva pertanto godere, quella Firenze lì, del dono della pace: si stava in pace, essendo sobria e pudica (XV, v.99). Ogni degno cittadino deve contribuire al bene generale e vivere in modo austero e solidale, fiero della propria identità e della propria città. Così è stato, quando il seme della famiglia di Cacciaguida si è affermato, per diramarsi fino al suo ultimo rampollo; a cui il messaggio arriva da un tempo altro: “così riposato…viver di cittadini, così fida cittadinanza, così dolce ostello” (XV, vv.130-132). Secondo l’ottica di Dante quel che conta in ogni società è l’affermarsi della pace e della giustizia.

Perciò privilegia il senso e l’agire morale e politico: è alla ricerca di un mondo “rinato” per davvero, cioè nella verità; e ciò comporta anche il prepararsi alla fine dei tempi. Eventualità forse prossima per Dante e remota per noi, ma resta lì. E sentiamo “Dante vicino”, come titola Umberto Bosco. Più di altri poeti-pensatori, lui che abbraccia passato e futuro, ravviva la speranza di un approdo: salvezza per quanto ci è caro.

Ogni potere che si snaturi dalla sua ragion d’essere nei confronti di Dio e del popolo cristiano è cieco, e decade a bestiale prepotenza. Produce sangue, frode, tradimenti e impedisce l’ordine sulla Terra. Questa facoltà di elevarsi e di congiungersi a Dio permette all’uomo di superare il male assoluto, con il senso di giustizia e di umanità. Aspirazioni e azioni volte a raggiungere alte mete nella società non possono svilupparsi, se non corrispondono all’ascolto della parola di Dio e alla sua messa in atto; altrimenti rappresentano un frutto avvelenato dalla superbia e il loro espandersi è causa di rovina per l’umanità. Visione cristiana, tradizione latina, cultura cortese e urbana contribuiscono a far sì che il grande poeta possa sublimarle in un ideale estetico-morale che ha nutrito, e può nutrire un umanesimo sempre ma senza il pensiero rivolto all’eternità la storia umana è nulla e si dovrà esaurire senza ritorno alla luce.

Nella Commedia Dante è costantemente proiettato sull’attualità e anche quando parla di cose passate, lo fa nella prospettiva dell’oggi o in

funzione della sua condizione di vita nel momento in cui scrive. Secondo alcuni studiosi, a conferma di una secolare convinzione, fu nella giovinezza anche esplicitamente attratto dalla consacrazione religiosa, pensando addirittura di diventare frate. Al termine dell’anno di noviziato però non emise i voti, preferendo orientarsi a una vita laicale. Continuò in ogni caso a custodire e coltivare la sua «passione francescana» aderendo al terz’Ordine secolare.

E proprio in tale veste di terziario, lo si ritroverebbe ritratto, niente meno che da Giotto, negli affreschi della Basilica inferiore di san Francesco in Assisi e precisamente nella vela rappresentante l’Allegoria della castità, dove sono enunciate le tre famiglie dell’Ordine Francescano.

Il testo è stato tratto da “La Divina commedia in Italiano d’oggi” -Nino Giordano- Fabrizio Maestrini – Lef Firenze

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