Lettera a mia figlia di Cosimo Recupero
Cara figlia mia, ho voglia di scriverti una lettera perché sento che certe cose devo dirtele, prima che sia troppo tardi, prima che il mondo e le sue lucine ti travolgano del tutto lasciando al buio la tua anima, la tua coscienza e la tua stessa dignità di donna.
Già lo so cosa hai da obiettare. Vorrai sicuramente dirmi che il mondo è cambiato, che sei grande abbastanza e che io sono il solito Matusa (si dice così, giusto?) che non può capirti nel fiore dei tuoi dodici anni.
Ma soprattutto vorrai farmi l’obiezione forse più giusta fra tutte, ovvero che io non sono tuo padre semplicemente perché tu non sei mai nata. Ma siccome sono stato educatore e ragazzi ne ho visti passare tanti davanti a me, queste mie parole potrebbero servire a tante figlie reali di altrettanti padri veri o persino a te se un giorno ti balenasse la stravagante idea di venire comunque al mondo, in questo mondo che prende una strada sempre più pericolosa.
Detto questo, quindi, ti chiedo di metterti a sedere e starmi a sentire. Non ci metteremo più di qualche minuto che, però, potrebbe valere una vita intera: la tua!
Tutto comincia qualche sera fa. Esco a cena con un caro amico che non vive più qui ma era a Milazzo in vacanza. Mangiamo una buonissima pizza e, per prolungare la chiacchierata, decidiamo di fare un giro al Capo di Milazzo. Erano le undici di sera e, arrivati lassù, in quel piccolo angolo di paradiso, volevamo fermarci per fare due passi ma abbiamo subito cambiato idea perché quel luogo era pieno di ragazzine come te, bambine, se non ti offendi, che a dodici anni erano in giro a gruppi di tre o quattro. Ma la cosa sconcertante era che erano tutte vestite uguali, con una minigonna alta non più di una ventina di centimetri ed un toppino che serviva più a gonfiare il seno che a nasconderlo. Tutte uguali, ti giuro. Avresti dovuto vederle, sembravano dei soldatini. Nemmeno nella caserma dove ho fatto il soldato, ormai trent’anni fa, c’erano tante persone vestite così uguali una con l’altra.
Il giorno dopo ho scritto un post su Facebook ed ho definito quello spettacolo con una parola forte, molto forte, che non ti ripeto perché sei ancora una bambina come loro.
L’ho fatto apposta, comunque. Ho voluto usare quel termine perché era l’unico modo per svegliare le coscienze di tanti padri e madri che i figli ce l’hanno davvero, sperando di attirare la loro attenzione.
Risultato? Diciamo un fifty-fifty, cinquanta e cinquanta. Chi mi ha dato ragione e chi invece non ha capito il senso di quel post perché, evidentemente, non capisce nemmeno la propria bambina.
Sì, perché molti mi hanno detto che non avrei dovuto usare quel termine, perché sarebbe il segno di una cultura maschilista, retrograda e così via.
Maschilista? Quindi secondo questi io vorrei esercitare il dominio maschile sulle donne? Forse, ma allora mi chiedo: perché quelle bambine sentono il bisogno di offrirsi in quel modo squallido ai maschietti che le ronzano intorno? Quella nudità è un’offerta fin troppo esplicita del proprio corpo.
Diverse donne si sono sentite offese dalle mie parole. Magari loro si sentono femministe, ma di quale femminismo, esattamente, non l’ho capito.
Quale sarebbe il traguardo raggiunto da un secolo di battaglie delle donne per le donne? Il diritto a offrirsi agli sguardi e alle pulsioni di maschietti a un’età nella quale molte non sono nemmeno autorizzate a prendere l’ascensore da sole? Sarebbe questo il femminismo? Forse mi sbaglio, ma per me il femminismo deve riuscire a portare le donne ai vertici dello Stato, delle aziende, delle università. Io avevo capito che le donne a questo puntavano, non ad abbassare l’età alla quale possono farsi mercificare liberamente, senza nemmeno bisogno di un pappone che le obblighi a farlo, sfruttando il loro stato di bisogno. Perché se prima una cultura davvero patriarcale piegava le donne solo quando avessero raggiunto un’età da marito adesso sembra che le madri vogliano svendere le proprie figlie ai tuoi dodici anni. E questo non mi sembra un gran successo del femminismo, te lo dico francamente.
Per me le femministe sono le suffraggette, donne che hanno combattuto per il diritto a votare, quindi a contare anche nella scelta di chi governa. E invece quella sera a Milazzo io ho visto solo delle olgettine. Ho visto dal vivo, in carne e ossa, le foto di Trump ed Epstein circondati da minorenni che, Dio solo lo sa, forse il maschilismo lo hanno subito davvero.
A questo punto ti faccio una domanda. Cos’è più prezioso: l’acqua di una fontanella pubblica o un pregiato vino dell’entroterra siciliano? Un sasso della spiaggia o una pepita d’oro? E perché l’oro è più prezioso di un sasso e un vino pregiato più dell’acqua di una fontanella pubblica? Semplice. Perché l’oro è più raro di un sasso. Va cercato, va estratto, va lavorato e può diventare un gioiello. Un sasso è lì da secoli, è uguale a tutti gli altri e nessuno lo prende fino a quando non gli servirà per qualche lavoro umile. Lo stesso vale per il vino: dietro una bottiglia di Sassicaia c’è lavoro, fatica, impegno. E’ stato creato da qualcuno e vale perché quel qualcuno lo sa fare. Vale quanto il suo creatore. L’acqua della fontanella è invece lì, a disposizione del primo che passa, beve e va via.
Perché ti dico questo? Semplice. Perché tu puoi scegliere di essere un vino pregiato che costa, che vale, che è ricercato da chi se ne intende. O puoi essere acqua della fontanella, buona per bere, tuttalpiù, ma anche per lavarci i panni o i pavimenti del bagno. Puoi essere oro da trasformare in gioiello, o una comune pietra della spiaggia buona al massimo per tenere ferme le carte sulla scrivania, perché il vento non le scompigli.
Tu puoi sceglierlo. Vuoi essere una ragazza come tutte le altre cento di quella sera, nuda, pronta per essere presa dal primo che passa o vuoi essere preziosa, ricercata, difficile da ottenere, adatta solo a un giovane che ti meriti, che capisca il tuo valore e che lo faccia fruttare insieme al suo, come tu farai fruttare il suo insieme al tuo?
Non voglio dirti io cosa scegliere. Tu sei libera, ma ricordati che non c’è libertà senza responsabilità. Puoi scegliere ciò che vuoi ma dovrai prenderti tu le conseguenze di quello che avrai scelto.
Io ti amo come figlia e, siccome non esisti, vorrei prendermi cura di te attraverso le figlie di tanti altri che pensano che il bene delle loro figlie sia essere acqua della fontana, buona al massimo per un sorso del primo passante durante il cammino della sua vita, non della tua.
Scegli tu cosa vuoi essere. Ciò che sceglierai di essere darà la misura del tuo valore.
Ti amo figlia mia, chiunque tu sia.
Spero che questa lettera ti raggiunga se un giorno anche tu deciderai di vivere e non solo di esistere.
