Le tre sfide della politica di Cosimo Recupero
Sergio Mattarella succederà a sé stesso. E’ questo l’esito del voto del Parlamento riunito in seduta comune con l’aggiunta dei delegati regionali.
Un parto lunghissimo che, fino a ieri, sembrava destinato ad un lunghissimo travaglio, per fortuna risolto oggi dai leader più misurati che hanno messo a tacere i guitti come Salvini, Meloni, Conte e Di Maio.
Non v’è dubbio però che la rielezione di Mattarella nasconde un profondo disagio della politica e una sostanziale incapacità di produrre classe dirigente. Mattarella, che Dio ce lo conservi, non è eterno e prima o poi il problema di trovare un nuovo Capo dello Stato altrettanto fermo e capace si riproporrà.
Inoltre questa rielezione si aggiunge alla nomina condivisa da quasi tutti di Draghi a Palazzo Chigi. Il che significa che nemmeno per i ruoli più politici, come la guida del governo, la politica italiana è capace di far nascere nuova classe dirigente.
Quindi l’elezione di Mattarella, che è certamente un’ottima notizia sotto molti punti di vista, in realtà è il tentativo dei leader dei partiti di nascondere sotto il tappeto di Mattarella la polvere della propria sostanziale incapacità.
Risolta momentaneamente la partita del Quirinale, la vera questione vera è come uscire da questa situazione di stallo.
Secondo noi la questione è una soltanto, per risolvere la quale è necessario mettere in campo tre azioni concrete.
La questione è l’indipendenza della politica. Oggi la politica è sotto il ricatto di tre forze in conflitto tra loro e, in parte, collegate.
La prima è la dipendenza dalla magistratura. I giudici da un trentennio a questa parte si sono quasi dimenticati di perseguire i reati veri e inseguono le farfalle di teoremi in base ai quali tengono sulla graticola personaggi politici per decenni, salvo scoprire che il fatto non sussiste. La vicenda Mannino ci dovrebbe insegnare qualcosa.
La seconda è la dipendenza dalla finanza nazionale e internazionale. Essendosi tutti ormai accodati alla propaganda secondo la quale la politica è una cosa che non costa, si è deciso che il finanziamento pubblico fosse un furto e così le formazioni politiche si sono trovate costrette a finanziarsi in maniera spesso irregolare, se non proprio illegale.
Da queste due dipendenze nasce la terza, che è quella del leaderismo spinto. Ormai la politica la possono fare solo i ricchi, in pratica. Da Berlusconi, per esempio, o dai grillini che dovevano versare a Casaleggio l’obolo mensile che valeva novantamila euro al mese. Finito quell’obolo, con il quale si pagava la propaganda, in pratica è finito anche il M5S.
I partiti ormai sono cartelli elettorali padronali, tanto è vero che sulla scheda troviamo solo il simbolo del partito e non il rigo sul quale esprimere la nostra preferenza per questo o quel candidato. Votare ormai è come decidere fra Coca-Cola e Pepsi. Non c’è nessun radicamento sul territorio. Si vota per il leader al quale gli eletti dovranno ubbidire ciecamente se vogliono sperare di essere riconfermati alle prossime elezioni.
Detto questo, la politica italiana adesso deve essere capace di fare scelte impopolari se vuole tornare ad avere il primato sulla società. Deve rompere i legami che creano le tre dipendenze di cui abbiamo accennato e per farlo deve fare tre cose, cercando pazientemente di farle comprendere al popolo.
La prima, reintrodurre l’immunità parlamentare per non permettere più ai giudici di fare e disfare governi. La seconda, introdurre un robusto finanziamento pubblico dei partiti, per non costringerli a finanziarsi in maniera irregolare. La terza, rifare una legge elettorale proporzionale e con le preferenze per favorire l’elezione di persone radicate nei territori e non di sfaccendati che vincono la lotteria dei click o che si comprano una candidatura come capolista a suon di centinaia di migliaia di euro.
Non sarà facile, ma i leader dei partiti devono trovare il coraggio di rimettere la politica al centro della vita sociale. Diversamente nulla cambierà mai. Sono queste quindi, le tre sfide della politica.
