Le tendenze dei sistemi politici tra elitismo e populismo
Le tendenze dei sistemi politici tra elitismo e populismo di Maurizio Ballistreri
Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump sembra consolidare la tendenza in atto, di una dialettica politica nei sistemi di democrazia occidentale, tra elitismo e populismo.
Se il modello prevalente in quest’area, dopo l’equilibrio definito a Yalta, la fine del II conflitto mondiale e la “guerra fredda”, è stato sino al crollo del Muro di Berlino e la fine del comunismo e del suo Paese-guida, l’Unione Sovietica, quello della dialettica tra forze di destra democratica, conservatrici o del popolarismo cristiano, e quelle di sinistra riformista, le socialdemocrazie – negli Stati Uniti tra repubblicani e democratici – dal 1989 si è andato progressivamente affermando un sistema diverso e più complesso sotto il profilo politologico.
Un contributo rilevante è stata la trasformazione di gran parte delle forze socialiste e socialdemocratiche europee, che hanno imboccato la cosiddetta “Terza via” indicata dal premier laburista inglese Tony Blair ed elaborata dal suo consigliere ideologico, il sociologo e politologo della London School of Economics Anthony Giddens (a sua volta influenzato dalle analisi di uno dei maitre a penser più autorevoli della liberaldemocrazia contemporanea, Ralf Dahrendorf) secondo cui il socialismo riformista, dopo il crollo del comunismo, non doveva rappresentare più il punto di equilibrio tra libertà politiche ed economiche e i diritti sociali, alternativo ad un tempo al liberismo e al collettivismo, ma la via intermedia tra il mercatismo e le tradizionali politiche socialdemocratiche fondate su Welfare State, redistribuzione del reddito per mezzo del fisco, partecipazione dei lavoratori in azienda. Un modello politico e culturale speculare a quello proposto in quegli anni, dal presidente americano Bill Clinton, sostenitore della libera circolazione di beni e capitali su scala globale e dalla fine della distinzione, voluta da Roosewelt, tra banche d’affari e istituti di credito ordinario.
E la “Terza via” ha influenzato al tempo le premiership di Schroder in Germania, di Zapatero in Spagna, delle stesse socialdemocrazie nord-europee e quelle del centro-sinistra in Italia, peraltro privo di una consistente forza socialista, dopo la distruzione per via mediatico-giudiziaria, sotto la regia dei grandi poteri finanziari, del Psi.
E le forze socialiste e socialdemocratiche hanno progressivamente abbandonato – come mostra anche l’esperienza di Hollande in Francia dal 2012 – la tutela dei ceti operai e popolari, ma anche dello stesso ceto medio, sostenendo i processi di globalizzazione dell’economia e assumendo la rappresentanza dei temi dell’immigrazione, dell’ambientalismo e dei diritti civili, in particolare della comunità Lgbtq+, con il mantra del “politicamente corretto”.
Tale metamorfosi, che negli Stati Uniti ha visto i Democratici sposare anche la Cancel Cultur e l’attivismo Woke, ha comportato un distacco dalla tradizionale rappresentanza di quelle che un tempo si definivano le “masse popolari”, a tal punto che essa viene ad essere definita come “elitismo”, da non confondere, però, con le teorie delle élites politiche, elaborate da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Max Weber e Joseph Schumpeter, intese come minoranze che attraverso le forze politiche, si organizzano per conquistare democraticamente il potere nelle competizioni elettorali.
L’elitismo odierno è definito come fondato su ceti dirigenti che si autoassegnano il ruolo di educatori delle masse, anche in presenza di idee diverse, sulla base di un loro presunto primato culturale, con una sorta di nuova filosofia della Storia, in cui il fine ultimo non è, come per Karl Marx la “società dei liberi e degli uguali” dal punto di vista economico, ma quello sotto il profilo delle libertà di circolazione e di stabilizzazione delle persone a livello planetario e di scelta di genere.
Sul versante di quella che un tempo era la destra liberista e dei partiti di ispirazione cristiana invece, si è sviluppato un populismo, di cui Trump è il paradigma, con un modello di democrazia plebiscitaria e di sistema giuridico “Law and Order”, che vuole saltare ogni diaframma tra il chi dirige il governo ed il popolo e che si è definita anche come “capocrazia” e che sembra riscuotere successo proprio tra quei ceti sociali più deboli, un tempo rappresentati dalle forze socialiste, impauriti dall’aumento dei prezzi, dalla disoccupazione, dalla diminuzione delle protezioni dello Stato sociale, dalla delinquenza che dilaga attribuita, a torto o a ragione, anche ai fenomeni migratori.
Entrambi i poli di questa nuova dialettica però, condividono una visione monistica e manichea della società, con punte di notevole intolleranza e accuse reciproche di “élites corrotte” ovvero di “neo-fascismo”, distinguendo tra un “bene” ed un “male” omogenei.
Una dialettica che non fa bene alla democrazia, come avvenne mutatis mutandis nei primi 30 anni del Novecento, con l’avvento di nazifascismo e bolscevismo.
