“La speranza come responsabilità storica”: Mons. Luigi Mistò e la sfida di un’umanità da ricostruire
“La speranza come responsabilità storica”: Mons. Luigi Mistò e la sfida di un’umanità da ricostruire
In un tempo attraversato da guerre, solitudini, crisi educative e rivoluzioni tecnologiche che cambiano il volto della società, la speranza rischia spesso di essere ridotta a parola retorica. Eppure, per Mons. Luigi Mistò, presidente della Fondazione “Spe Salvi Facti Sumus”, essa resta una categoria concreta, quasi politica, certamente storica. Non un sentimento astratto, ma una responsabilità.
In una recente intervista concessa il presidente della fondazione cattolica si muove lungo le grandi questioni del presente: pace, intelligenza artificiale, giovani, migrazioni, spiritualità, economia, Europa. Un dialogo che si inserisce pienamente nel solco del magistero di Papa Leone XIV, più volte richiamato durante il confronto.
«Una fondazione cattolica non può limitarsi alla beneficenza episodica», afferma subito Mons. Mistò. «Oggi siamo chiamati a una responsabilità storica: costruire presìdi permanenti di dignità umana». È qui il cuore del suo pensiero: la carità non può essere improvvisazione emotiva, ma struttura stabile capace di contrastare «la cultura dell’indifferenza».
Il tema della dignità umana ritorna costantemente nelle sue parole. Anche parlando di tecnologia e intelligenza artificiale, il presidente della Fondazione avverte il rischio di una società dominata da meccanismi privi di etica: «La macchina calcola; la coscienza giudica». Una frase destinata probabilmente a restare come sintesi efficace del rapporto tra innovazione e umanesimo.
Nel suo ragionamento non c’è rifiuto del progresso. Anzi, l’intelligenza artificiale viene definita «uno strumento straordinario». Ma la preoccupazione riguarda il possibile svuotamento morale dell’uomo contemporaneo. «La tecnologia senza etica rischia di produrre nuove forme di povertà spirituale e manipolazione sociale».
Ed è proprio la povertà spirituale uno dei temi più forti emersi nell’intervista. Per Mons. Mistò, infatti, la più grande emergenza educativa contemporanea non è soltanto economica o lavorativa: «L’emergenza più grave è la perdita del significato». Una riflessione che intercetta il disagio profondo delle nuove generazioni, spesso sospese tra precarietà esistenziale e assenza di riferimenti solidi.
«I giovani non cercano soltanto lavoro o successo: cercano ragioni per cui valga la pena vivere», sottolinea. Da qui la necessità di «ricostruire comunità educanti fondate su verità, responsabilità e trascendenza».
Parole che assumono ancora maggiore peso se inserite dentro il quadro di un Occidente che, secondo il presidente della Fondazione, «ha sviluppato enormi capacità tecniche ma ha impoverito il senso del limite e del sacro». Una crisi spirituale che, avverte, «precede sempre quella sociale».
Molto significativa anche la riflessione sul Mediterraneo e sulle migrazioni. Mons. Mistò evita sia slogan ideologici sia semplificazioni: «L’accoglienza cristiana non coincide con l’improvvisazione». E aggiunge: «La carità deve essere accompagnata da legalità, integrazione e formazione». Una posizione che richiama l’idea di un equilibrio possibile tra sicurezza, solidarietà e identità culturale.
Nel dialogo emerge inoltre una forte critica alla società dell’immagine e alla comunicazione contemporanea. «Oggi molte istituzioni comunicano molto ma testimoniano poco», osserva con lucidità. «La credibilità non nasce dalla visibilità mediatica, ma dalla coerenza morale».
Una frase che sembra descrivere perfettamente il nostro tempo, dominato da social network, consenso rapido e polarizzazioni permanenti. Non a caso, parlando di diplomazia internazionale, Mons. Mistò denuncia «un tempo in cui prevalgono propaganda e aggressività verbale». E rilancia il valore del dialogo: «Non è debolezza: è civiltà».
Centrale anche il rapporto tra fede e contemporaneità. Per il presidente della Fondazione “Spe Salvi Facti Sumus”, la Chiesa deve saper parlare all’uomo di oggi senza smarrire la propria identità: «La fede non deve inseguire le mode culturali, ma neppure chiudersi in atteggiamenti autoreferenziali».
Sul fondo dell’intervista resta il concetto di speranza, che Mons. Mistò definisce con parole di straordinaria densità: «La speranza cristiana non è ottimismo ingenuo. È la certezza che il bene abbia ancora una forza storica».
Ed è forse questa l’immagine più potente che emerge dal confronto: la speranza non come evasione dal reale, ma come scelta concreta di costruzione quotidiana, anche quando il mondo sembra attraversato dal disordine.
«Non lasciate che il cinismo vi rubi la capacità di credere nel bene», dice rivolgendosi ai giovani. «La speranza non è passività: è coraggio organizzato».
Una definizione che, da sola, vale quasi un manifesto culturale per il nostro tempo.
