La dittatura in comodi fascicoli settimanali
La dittatura in comodi fascicoli settimanali di Cosimo Recupero
Il 20 e 21 settembre prossimi si vota per il referendum confermativo per la riduzione del numero dei parlamentari. Forse per via del Covid e per la coincidenza di questa scadenza con alcune elezioni regionali, la cosiddetta classe politica italiana non sta dedicando nemmeno un rigo al referendum.
In realtà, chi davvero ha imposto questa riduzione e preme per il sì, ha tutto l’interesse a che la riduzione divenga realtà.
A ben guardare, infatti, questo è solo un altro tassello verso lo smantellamento di fatto della nostra democrazia, per l’introduzione di una democratura, una dittatura travestita da democrazia, secondo la definizione data dallo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano.
Il nostro Paese ha sempre avuto un piede nella fossa, nel senso che la dittatura è sempre stata guardata se non con simpatia, quantomeno con una certa transigenza. “Non sono fascista ma…” è una espressione che riecheggia spesso sulla bocca di molti italiani.
Solo che oggi è impensabile arrivare ad un sistema politico del tutto illiberale come fu il fascismo, anche perché un sistema come quello è facilmente circoscrivibile e, quindi, attaccabile. Un nuovo fascismo scatenerebbe una nuova Resistenza. E quindi no, sarebbe troppo pericoloso per chi gestisce davvero il potere fuori dalle aule parlamentari.
Per l’Italia serve quindi qualcosa di più soft. Una dittatura morbida, con le sembianze di una democrazia ma teleguidata da chi detiene il potere effettivo. Una sorta di Truman Show nel quale i cittadini vivano nella illusione di essere liberi, quando in effetti sono solo delle pedine, degli schiavi che chiamano “lavoro” il consegnare le pizze in bicicletta a 2 euro a viaggio.
Una finta democrazia, quindi, contro la quale non sia possibile fare opposizione né resistere, proprio perché, sulla carta, è una democrazia.
La costruzione di questo sistema sostanzialmente illiberale è iniziata subito dopo la caduta del muro di Berlino. Cacciata una classe dirigente capace e visionaria, la si è sostituita con una videocrazia (neologismo coniato, guarda caso, da Bettino Craxi). Un sistema nel quale culi e tette hanno sostituito i grandi dibattiti televisivi o i contenuti culturali.
Poi è arrivato il maggioritario, con il suo leader carismatico scritto anche nei simboli dei partiti e che, come contraccolpo, ha la teoria stralunata del “premier non eletto da nessuno”.
Poi è arrivata la lista bloccata, che ci ha impedito di scegliere i rappresentanti del popolo che sono nominati dai leader dei partiti, ai quali devono rispondere, ovviamente, se vogliono essere riconfermati in parlamento. E qui nessuno si è posto il problema che non sono eletti da nessuno.
Poi sono arrivati i tagli ai finanziamenti ai partiti, con la qual cosa si sono costrette le forze politiche rimaste a smantellare le reti territoriali (sezioni, federazioni…) lasciando solo ai ricchi la possibilità di partecipare alle elezioni politiche. Forse pochi sanno che una candidatura sicura in una lista nazionale costa svariate decine di migliaia di euro, se non centinaia. Cosa quindi riservata solo ai ricchi che, una volta nominati in parlamento, non fanno altro che i propri interessi.
Poi sono arrivati ben due tentativi di riformare la Costituzione (una volta Berlusconi e una volta Renzi), con l’intento di fare della Carta fondamentale un vestito su misura per i leader che l’avevano commissionata.
Adesso c’è la riduzione dei parlamentari che farà risparmiare ad ogni italiano novanta centesimi di euro l’anno. Peccato che, per indire questo referendum, ogni italiano ne stia spendendo quasi dieci di euro. Ma questo non ve lo diranno mai.
Per questo bisogna votare NO, come abbiamo fatto nel caso dei due tentativi di riforma personale voluti da Berlusconi e Renzi. Dobbiamo votare NO perché stanno costruendo una democratura pezzo per pezzo, come i modellini della Fiat 500 che si comprano in edicola in comodi fascicoli settimanali.
