Impariamo ad ascoltare: Patrick libero! di Patrizia Zangla

IMPARIAMO AD ASCOLTARE: PATRIK ZAKI LIBERO! di Patrizia Zangla

Roland Barthes, saggista contemporaneo di orientamento strutturalista asseriva che “Udire è un fenomeno fisiologico, ascoltare è un atto psicologico”.

Lo abbiamo udito, lo udiamo da un anno, forse non l’abbiamo ascoltato perché da un anno Patrick George Zaki è in carcere, ora la società civile si mobilita per chiederne la scarcerazione.

La mobilitazione italiana e internazionale è massiccia, un’unica voce chiede: Patrick Zaki libero subito. In atto anche una campagna di raccolta di firme online per conferire la cittadinanza italiana onoraria a Patrick Zaki.

Era il 7 febbraio 2020, Zaki rientrato da Bologna -da un anno segue un master universitario in Italia- viene fermato al Cairo. Ha appena fatto rientro in Egitto, vuole raggiungere Mansura, sua città natale, ma Patrick non è mai arrivato a casa.

Patrik voleva raggiungere la sua terra, perché lì ci sono le sue radici, i suoi genitori e la sorella, terra che ci ha abituati ai casi di repressione del dissenso, alle violazioni dei diritti umani. Perché è dall’Egitto che non ha fatto più ritorno Giulio Regeni, giovane ricercatore di Udine, la cui vicenda è tuttora ammantata di ombre. Da cinque anni si attende la verità per il suo omicidio.

Torniamo a Patrik. L’8 febbraio di un anno fa, gli viene formalizzato lo stato di arresto, secondo le denunce dei legali e dei gruppi di attivisti, il giovane viene interrogato e nell’immediato torturato, condotto nel carcere di Tora -prigione per detenuti politici- dove è in attesa di processo. Accusato di propaganda sovversiva al terrorismo in relazione ad alcuni post sui Social media provenienti da un account che lo studente riferisce non sia il suo.

È accusato di: “minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazioni illegali, diffusione di notizie false, propaganda per il terrorismo”. Accuse che vengono respinte. Ma nel regime del generale Abdel Fattah al Sisi le cose vanno così.

Inizialmente, dopo ogni udienza, viene rinnovata la custodia cautelare, poi, dalla scorsa estate il Tribunale egiziano dispone lo stato di fermo per quarantacinque giorni. Cui seguono altri quarantacinque. Rischia fino a venticinque anni di carcere.

All’università di Bologna, Zaki stava seguendo un master internazionale in Studi di genere, perché è attivista dell’Eipr, Organizzazione egiziana per i diritti personali.

Tra le iniziative in atto quella di controllare la situazione pandemica da Covid-19, ovvero tenere sotto osservazione la risposta governativa alla pandemia in un Paese in cui il contagio ha colpito in particolar modo le classi sociali più povere e disagiate e non andrà meglio sul fronte del vaccino che -viene fatto sapere- sarà distribuito a pagamento. Decisioni che stridono con un dato di segno opposto: l’Egitto è il terzo importatore al mondo di armi.

Attraverso la famiglia, Patrik ci ha fatto sapere che “sta male”.

È tempo di imparare ad ascoltare.  

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