IL VIZIO DELLE RICORRENZE di Giuseppe Ruggeri
IL VIZIO DELLE RICORRENZE di Giuseppe Ruggeri
Non so perché, ma nutro sempre più idiosincrasia verso ricorrenze e celebrazioni. Io penso che la memoria non abbia bisogno di continue sollecitazioni, a patto però che una sia pur piccola radice del passato rimanga conficcata in qualche remoto precordio dell’anima. Una memoria così non si arrende mai dinanzi al tempo, anzi da quest’ultimo trae spunto e forza per corroborarsi per accompagnare pensieri e, soprattutto, comportamenti.
Le continue sollecitazioni dei giorni recenti, in cui ricorre l’anniversario della strage di via D’Amelio, mi appaiono tali e quali un teatro che operanti da quattro soldi mettono su senza troppi mezzi a disposizione, tentando di far presa con luoghi comuni nauseanti e ogni genere di ovvietà. Argomentazioni incontestabili, per carità, chi potrebbe mai controbattere temi come la spietatezza e l’incompatibilità della mafia con qualsiasi consesso civile? O anche l’eroismo di quegli operatori di giustizia che hanno avuto il coraggio di non fermarsi dinanzi al rischio della loro stessa vita pur di condurre avanti la lotta per la legalità? Se ne sfrutta tuttavia l’effetto, giacché tutto questo fa leva sull’apparato emozionale di ciascuno, innestandosi in quella che non sappiamo se sia ancora una coscienza o piuttosto un giacimento di sensazioni confuse e impalpabili di cui abbiamo ormai perso la mappa originaria.
Viviamo un’epoca di arretratezza intellettuale che ha contagiato la collettività fino ai suoi livelli più elevati. Complici il tam-tam dei mezzi d’informazione e il serpeggiante buon senso comune – ribattezzato dagli anglofoni nostrani politically correct – non esiste più una gradualità nella presa d’atto della realtà, con tanto di pause critiche in grado di delinearne la complessità. Schematizzando sempre più, con buona pace di chi un tempo insegnava a professare l’umile e sana religione del dubbio, ci vengono con insistenza somministrate due sole facce di questa realtà, vale a dire quella buona e quella cattiva. E, di conseguenza, ci viene ammannito l’obbligo di parteggiare – e dunque schierarsi – per la buona. Ovviamente.
Quid est veritas? Si domandava Pilato dinanzi al Cristo flagellato. La domanda non è da poco e, se è vero che ben poco noi siamo, ci sia pure concesso qualche tempo supplementare per tentare una risposta la quale tenga conto, quantomeno, delle circostanze e del retroterra di cui ogni verità è solita nutrirsi. Estremizzando i concetti di bene e male, difatti, si finisce per non riconoscere a entrambi la loro multidimensionalità, quella caratteristica cioè che li rende plastici e dunque suscettibili di approfondimento sotto più di un punto di vista.
Il mio timore, nel caso particolare, è che la propaganda anti-mafia sia utilizzata – e pertanto strumentalizzata – da istituzioni e lobby per nascondere la sostanziale incapacità dello Stato di fronteggiare il fenomeno mafioso senza scendere a compromessi. Parate politiche enfatizzate da mass-media che adoperano toni da Istituto Luce fanno talmente presa sulla parte emotiva del pubblico da tacitare le legittime domande che un qualsiasi cittadino di media cultura si potrebbe porre a riguardo. Come, ad esempio, il sempre più fondato sospetto che le fortune dei mafiosi siano costruite sulla politica e viceversa, grazie a un consenso elettorale viziato da scambi e prebende. Tracciare il confine tra Stato e non-Stato diverrebbe allora sempre più difficile, ed è proprio su questa linea grigia che la ricerca della verità potrebbe soffermarsi, imponendo un approfondimento.
Ma, al di là del resto, percepisco un’avversione indomabile verso ogni forma di quella che mi appare con crescente chiarezza come la grande ipocrisia sociale del nostro tempo, ovvero la pretesa – da parte del potere di turno – di tacitare la propria coscienza vile e omissiva con quelle che appaiono sempre più delle autocelebrazioni. Momenti cioè in cui la figura di un eroe solitario e rassegnato come Paolo Borsellino diventa strumento della retorica di una classe politica che al fare in silenzio – come dovrebbe per mandato di popolo – antepone il non fare e la grancassa.
E, soprattutto, che lo spettacolo continui.
