Il ritorno di Draghi tra tecnocrazia e socialismo liberale
IL RITORNO DI DRAGHI TRA TECNOCRAZIA E SOCIALISMO LIBERALE di Maurizio Ballistreri
L’ipotesi di Mario Draghi alla guida della Commissione Europea su proposta del rinnovato asse franco-tedesco, ha un chiaro risvolto politico.
In Italia, dalla fine della Prima Repubblica, si è verificata la crisi della politica rappresentativa fondata sui partiti di massa e sulla partecipazione democratica, sia pure con contraddizioni e degenerazioni.
E proprio il tema della politica, inteso nella sua funzione fondamentale di definizione della rappresentanza nelle istituzioni e a livello collettivo, da tempo in crisi e così decisivo nella determinazione dell’insicurezza diffusa, sembra quasi simbolicamente con “l’ipotesi-Draghi” spostarsi a livello europeo, con il primato delle tecnocrazie sulla sovranità popolare, concetto che a livello costituzionale e politologico è ben diverso e distinto dal cosiddetto “sovranismo”.
La progressiva marginalità delle funzioni di rappresentanza, relegate solo a compiti di buona amministrazione, ha stimolato esclusione e diseguaglianza in nome dell’integrazione spontanea fra mercato e Stato, con la primazia del primo e la molecolarizzazione della società, nonché la formazione di oligarchie espressive di élites economiche, dell’informazione, del potere giudiziario che hanno relegato i decisori politici ad una funzione subalterna.
La conseguenza è stata la disarticolazione della sfera politica in svariate dimensioni decentrate e residue di una postmodernità che regredisce al premoderno, senza legami identitari e di senso, frantumata in microcosmi sociali, protetti e sovente autoreferenziali.
La conseguenza si è materializzata prima in Italia e, poi, progressivamente in Europa, anche, e forse soprattutto, a causa della “fine delle ideologie, con il declino del Welfare State e del modello di dialogo con i sindacati, la riduzione delle tutele sociali e l’aumento della precarizzazione, la marginalizzazione delle aree territoriali più deboli – è il caso del Mezzogiorno – la crisi fiscale.
Se Draghi dovesse essere nominato presidente della Commissione Europea, l’auspicio è che recuperi il pensiero economico e sociale del suo maestro, l’economista riformista Federico Caffè, che aveva nelle teorie di Keynes, nella gestione della moneta in funzione anti-ciclo, nello Stato sociale, oltre che nell’europeismo e nei valori democratici, i propri capisaldi, che in verità l’ex premier italiano aveva già espresso definendosi un “socialista liberale” con il suo celebre slogan “whatever it takes” e attraverso il “quantitative easing” ai tempi della sua presidenza della Banca Centrale Europea.
