Il populismo e la nobiltà della politica di Turati

Il populismo e la nobiltà della politica di  Turati

Il populismo, i ritardi della sinistra di mercato e la “nobiltà della politica” di Filippo Turati di Maurizio Ballistreri

Per descrivere l’attuale tendenza della politica internazionale, viene alla memoria il volume del 2010 dello storico Nicola Tranfaglia “Il populismo autoritario. Autobiografia di una Nazione”, che ricostruisce con rigore storiografico il percorso dei cosiddetti “populismi”, a partire da quello dei paesi latinoamericani, nel dopoguerra Vargas in Brasile e Perón in Argentina, e sul peso del consenso nell’egemonia, secondo l’inascoltata lezione di Antonio Gramsci, e che ben si adatta ai partiti dell’ultradestra europei.

Più di recente tre docenti inglesi, David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde, hanno svolto uno studio sulla politica dei nostri giorni, evidenziando il profilo di un populismo autoritario, che è alternativo, culturalmente e politicamente, dall’azione politica di chi vuole, genuinamente, parlare al popolo e rappresentare i suoi interessi, come, ad esempio, il comunitarismo civico e democratico sul territorio.

Un tempo era la sinistra, nelle sue varie declinazioni, a rappresentare il popolo, ma oggi, dopo il crollo del comunismo e la deriva centrista di gran parte della socialdemocrazia europea con una sorta di sintesi liberista-tecnicista realizzata, si è prodotta quella “fine della Storia”, non solo sistemica secondo lo schema di Fukuyama, ma prima ancora ideologica, con le attuali società omologate culturalmente verso il basso, e gerarchizzate con uno schema censuario e piramidale.

I partiti socialisti europei sembrano ormai incapaci di sfuggire a questa deriva mercatistica, mentre non parlano più di pace, altro valore genetico del socialismo, con le polemiche al tempo della I guerra mondiale, tra gli altri, di Giacomo Matteotti sia contro la parola d’ordine “né aderire né sabotare”, sia contro i cosiddetti “interventisti democratici e di sinistra”.

Si guardi al premier laburista Starmer, al suo bellicismo e alla sua politica economica sulle orme di Blair e del laburismo di mercato, con tagli sociali.

Ciò avviene anche in Italia, nonostante le contraddizioni palesi della destra al governo e l’inadeguatezza di gran parte del suo ceto politico, con il perdurante politicismo del Partito Democratico, la cui proposta di “campo largo” è priva di elementi programmatici basati sui diritti sociali e, comunque, si è già arenata su quelle che un tempo si definivano le “premesse di valore” degli ipotetici alleati, prive di quella “nobilità della politica” che dieci anni dopo la fondazione del Partito socialista, nel 1892, Filippo Turati, richiamava come elemento essenziale della democrazia. il nume tutelare del riformismo italiano – quello vero! – esprimeva con vigore l’esigenza di una concezione alta della lotta politica, intesa come strumento di elevazione civile e materiale delle masse, non dogmatica e basata sul gradualismo, la legalità e la difesa delle istituzioni democratiche contro la violenza. 

Una sinistra ed una Unione Europea immemori che i fascismi e il nazismo, quest’ultimo nella crisi della Repubblica di Weimar, si imposero devastando l’Europa, purtroppo, con il consenso, invocando, strumentalmente, “Patria e popolo”, come avviene oggi in molti paesi del Vecchio Continente.

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