IL NOSTRO GRAMSCI di Patrizia Zangla
IL NOSTRO GRAMSCl (di Patrizia Zangla) ANTONIO GRAMSCI, CENTENARIO DELLA NASCITA
Come mi vuoi
Antonio Gramsci: marxista, leninista, trotzkista, stalinista? Antistaliniano, antieconomicista o il suo contrario? Comunista puro? Comunista eretico?
Difficile occuparsene, la bibliografia è smisurata.
Difficile districarsi fra questione politica e questione storiografica.
Difficile scindere l’uso pubblico della sua storia da quello personale, anche perché per molti aspetti procedono insieme. Una possibilità è aprire un guado fra il Gramsci reale e il Gramsci immaginario, esiste uno iato fra ciò che realmente è stato e ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo, analogamente fra la conoscenza del suo pensiero e degli stereotipi sul suo pensiero.
Spesso il tempo produce una storia agiografica funzionale a specifici contesti socio-politici e culturali. Capita alle grandi personalità di assurgere a miti, quante volte inopportunamente vediamo sventolare bandiere con il volto del Che o assistiamo sbigottiti all’uso strumentale di frasi di pensatori in improbabili contesti postate sui Social media.
Una congiuntura vede nascere nel mese di gennaio Antonio Gramsci e il Partito Comunista Italiano, quasi a volerne marcare il legame. Gramsci e il PC, un punto nodale nell’analisi. I dilemmi ci sono, così gli interrogativi.
Tentiamo di leggerlo nel 2021, per capire l’uomo, l’intellettuale, il politico, il perseguitato, il carcerato. Cominciamo dalla fine.
Il carcerato, un cervello da fermare
Per il duce è “un cervello indubbiamente potente”, «un cervello da fermare», il Tribunale Speciale Fascista lo condanna a vent’anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione, con l’accusa di voler sovvertire l’ordine dello Stato. In cella scrive i “Quaderni dal carcere”, le lettere, indirizzate ad amici, alla moglie, la violinista Julija Schucht, alla madre, ai figli Delio e Giuliano, il più piccolo che non conoscerà perché nato quando Julija incinta è a Mosca, poco prima del suo arresto avvenuto a Milano. Non sa che non avrebbe più vissuto la libertà.
La cognata Tat’jana e l’economista Piero Sraffa lo assistono fino alla morte, sono il tramite con il Partito. Un’altra presenza è quella del banchiere Raffaele Mattioli, si pensa sia questi ad aver sostenuto le spese del soggiorno nella clinica romana Quisisana, dove trascorrerà gli ultimi anni di vita. Un ruolo importante hanno le Schucht, le sorelle della moglie.
Confinato a Ustica in Sicilia -vi resta 34 giorni-, in quel primo Natale 1926 così ne parla alla madre:
“era ancora una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di aver arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose”.
Tradotto in carcere a Turi in Puglia, da cui esce sofferente, sin da bambino mostra deformazioni della schiena e del torace dovute al morbo di Pott, il suo stato psico-fisico è compromesso. Irrimediabilmente.
Nel novembre 1931, scrive alla cognata Tat’jana:
“Leggo poco e penso meno”.
[…] “Sono mezzo abbrutito o completamente abbrutito per il non poter dormire: in certi momenti mi pare di diventare pazzo”.
Negare la libertà a un pensatore significa togliergli la facoltà di pensare. Per giorni, mesi, anni Gramsci è sottoposto alla pressione dell’ambiente carcerario, alle privazioni, alle crisi.
Significa togliere gli affetti.
«Mi pare di vederti sempre seria, abbuiata. Vorrei perciò averti vicina; troverei, mi pare, le cose più ingegnose per farti contenta, per farti sorridere. Farei degli orologi di sughero, dei violini di cartapesta, delle lucertole di cera con due code, […] Ti racconterei delle altre storie della mia fanciullezza un po’ selvaggia e primitiva, tanto diversa dalla tua. E poi ti abbraccerei e ti bacerei tante volte per sentirti tutta vivente in me, vita della mia vita, come sei».
Le Lettere rivelano il suo essere sensibile e rispettoso delle donne in anni in cui la cultura fascista le relegava a madri della patria e nel PC vigevano conservatorismo e maschilismo.
Gramsci e il PC
Era nato ad Ales in Sardegna il 22 gennaio 1891, lasciata per studiare a Torino, la città delle fabbriche, dove si forma ideologicamente.
Pietra d’inciampo nella narrazione politica è il rapporto Gramsci – Togliatti, che significa Gramsci – PC. Nel 1924 a Milano era nato L’Unità, il quotidiano di partito.
Negli ultimi anni una rilettura vorrebbe ridisegnarlo, ridimensionarne il ruolo di dirigente prendendo come riferimento dei passaggi-chiave precedenti e successivi al suo arresto e il saggio Questione meridionale, in cui si paleserebbe la componente antieconomista del suo pensiero.
Documenti che farebbero pensare a un distacco, non espresso pubblicamente, ma che sembra aver prodotto frizioni, trasformate nelle ostilità del PCd’I nei suoi confronti e nelle relazioni difficili all’interno del Comintern.
Si aggiunge l’ipotesi della scomparsa di un Quaderno, l’ultimo il 34o, con contenuti più evidenti rispetto al distacco, sottrazione ritenuta opera di Togliatti.
Se così fosse Gramsci sarebbe stato doppiamente perseguitato: da Mussolini e da Stalin, ne verrebbe fuori un Gramsci segreto, anti-comunista e liberale.
La sacralizzazione è voluta da Togliatti, compiuta attraverso tagli operati nella prima edizione delle Lettere e nell’edizione tematica dei Quaderni -manoscritto complesso, è Tania a consegnarli a Togliatti.
L’interpretazione dei suoi scritti aiuta a spiegare cosa possa essere avvenuto dal 1926 in poi nel pensiero di Gramsci, certamente ha vissuto una crisi profonda, esistenziale e politica, determinata dalla vita in carcere, tuttavia, questo non significa abbia rivisto la sua ideologia fino all’anti-comunismo. Esiste una minuta del 1937 rimasta all’amico Sraffa, non inoltrata per la sopravvenuta morte, in cui scrive che, dopo la liberazione dal carcere, avrebbe voluto chiedere al duce l’autorizzazione a trasferirsi a Mosca, dove risiedeva la sua famiglia.
Togliatti raccontava di un Gramsci non distante da lui, entrambi sulla stessa linea: Marx-Engels-Lenin-Stalin. In realtà, i due hanno storie diverse e sono differenti, il primo si muove nel contesto dello stalinismo, non è così per Gramsci che è in carcere, ma questo non si può tradurre automaticamente in contrapposizione ideologica. I punti del loro disaccordo andrebbero rintracciati nel tema dell’alleanza fra classe operaia e contadina, -della «classe contro classe»-, punto che lo avrebbe distanziato anche da Stalin, nelle elaborazioni teoriche sul partito e nell’ «egemonia culturale» -da intendersi come il progetto in cui le classi dominanti imprimono valori (intellettuali, politici, etici) alla società, di contro alla Rivoluzione proletaria. Temi a cui unire la sua opposizione alla condanna di Trotzki imposta da Stalin, in vero determinata non dal suo essere trotzkiano ma per impedire una rottura interna al partito, la cui ripercussione sarebbe stata la fine della possibilità di rivoluzione in Europa.
Il nostro Gramsci
Ma quale la ragione che vuole sottolineare l’anticomunismo di Gramsci?
In un fiat si sradicherebbe il contributo del PC alla Liberazione, dunque alla genesi della Repubblica Italiana. Verrebbe meno tutto.
Rossana Rossanda ne rilevava la condotta indisciplinata dell’eretico. E come tutti i non organici al proprio partito ne subisce l’isolamento, ma rimarcava il suo essere comunista fino in fondo: un comunista eretico.
“Egli dimostra come nessun altro che si può essere comunisti e non totalitari, comunisti e non giacobini, comunisti e non legati a uno schema impoverente di lettura della realtà, comunisti e sostenitori o portatori di un radicale dissenso”.
Si concorda con Luciano Canfora che ne segna la lezione di libertà della sua vita e del suo pensiero, “esempio non di libertà liberale, di pochi, ma di tutti”.
Quella dell’intellettuale sovrasta tutte le figure, l’intellettuale Gramsci che lotta fino all’ultimo, rifiuta la grazia dal regime fascista, esce dal carcere in libertà condizionata perché solo poco prima di morire ottiene la piena libertà.
Aveva ragione Pietro Gobetti, che di lui disse: “Il cervello ha soverchiato il corpo”.
