“IL MIO OMAGGIO A MELO FRENI” di PATRIZIA ZANGLA
“IL MIO OMAGGIO A MELO FRENI di PATRIZIA ZANGLA”
Aveva 92 anni Melo Freni, intellettuale, signore della cultura del
secolo scorso, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, suo figlio illustre.
Nella Sua nota, la sindaca Melangela Scolaro e l’assessore alla Cultura Ilenia Torre rammentano come abbia rappresentato un autentico punto di riferimento per la Sicilia e come si sia distinto come giornalista, scrittore, saggista, poeta, regista teatrale e cinematografico. Autore di straordinaria versatilità.
Divenuto volto noto negli anni ’70, quando in Rai è conduttore di programmi di approfondimento e inviato in importanti manifestazioni culturali, anche dedicate alla Sua terra alla quale, pur vivendo per anni nella capitale, è rimasto profondamente legato.
Quando ci lasciano presenze imponenti subito la nostra mente rincorre i ricordi, quelli pubblici e quelli personali.
Mi ero laureata da poco e lo incontrai per caso, come per caso accadono tante cose nella vita. Io ero con mio Zio Alberto, il Professore Torre, fine studioso di Placido Mandanici.
Lo zio, mi presentava a tutti con una frase che al tempo non capivo perché in realtà io non mi sentivo per nulla “teutonica”, diceva: “Mia nipote ha un temperamento teutonico”.
Disse di volermi conoscere meglio. Non so cosa lo avesse colpito di me. Parlammo di tutto. Così, per alcune ore.
Io dissi che mi piaceva studiare filosofia e mi piaceva scrivere. A riguardo, lo zio, che all’epoca era anche corrispondente del quotidiano L’ORA di Palermo, cercando di dissuadermi, mi rappresentò gli ostacoli che avrei dovuto superare.
Lui, rivolgendosi a mio zio, disse una frase che mi rimase impressa, ma che non ho mai approfondito: “Alberto, il ricambio dovrà pur avvenire.”
Ho il ricordo di una voce tranquilla, di un garbo di altri tempi. Mi congedò con una stretta di mano: “Mi tenga al corrente!”
Non mantenni la promessa, perché non sono mai stata brava a tenere le relazioni.
Quell’anno, a inizio autunno, ritornai a Bolzano, iniziai a scrivere per un Giornale e iniziai a insegnare in un Liceo in lingua italiana.
Lo rividi tanti anni dopo, scrivevamo entrambi per la Gazzetta del Sud.
Di nuovo, ci fermammo a parlare.
Pochi anni dopo, lo chiamai al telefono per invitarlo alla presentazione di “A un figlio, amoroso giglio”. Non era a Barcellona e non poté venire.
Parlammo di nuovo.
Nella mia vita di approdi e ritorni, non lo ho più richiamato.
