Il mestiere della politica di Cosimo Recupero
Il mestiere della politica di Cosimo Recupero
Renzi vince le primarie con il settanta per cento, una percentuale bulgara, persino migliore del risultato di quattro anni fa, quando si fermò a poco più del sessantasette per cento. I suoi sostenitori la definiscono una vittoria storica, che legittima il leader e gli restituisce una sorta di verginità politica spendibile come se nulla fosse successo, come se quel risultato fosse il dato delle elezioni politiche. Ma questo potrebbe rivelarsi una trappola prima di tutto per lo stesso Renzi e la pletora di supporters che lo sostiene come se fosse un semidio.
In effetti, presi dall’ubriacatura elettorale, è facile cadere in quel delirio di onnipotenza che, diciamocelo chiaro, ha sempre contraddistinto il rieletto segretario dem e i suoi fan. Nessuno però si è reso conto dei numeri reali che, più che rafforzare l’ex premier sulla scena politica nazionale, in realtà indeboliscono tutto il PD, avviandolo su un sentiero che potrebbe portarlo ad una sconfitta alle prossime politiche.
Il giro di Renzi, infatti, fa finta di niente. Fa finta che il 4 dicembre scorso non ci sia stato un referendum che ha sonoramente bocciato una cosiddetta riforma costituzionale che altro non era se non il tentativo del giglio magico di relegare l’opposizione (e forse anche gli eletti di maggioranza) al ruolo di tappezzeria nelle aule parlamentari. Fa finta che le scorse elezioni amministrative siano state una trionfo per la Premiata Ditta (il cui acronimo è, non a caso, PD). Fa finta che il partito sia lo stesso di qualche mese fa, con tutte le sue componenti, illudendosi che il dissenso interno sia stato zittito e i più siano stati affascinati dal verbo renziano e portati, finalmente, sulla via della salvezza dal novello messia della politica italiana.
Tutti fanno finta che D’Alema e Bersani siano stati sconfitti, non cacciati.
Ma tutto questo far finta non giova e rischia di indurre il giglio rampante e pensare di avere il Paese in pugno, quando la realtà è meno fiorente, almeno stando ai numeri.
E’ vero che Renzi ha visto crescere la sua percentuale di quasi tre punti, ma è una percentuale, appunto. Se facesse leggere i dati ad un algido ragioniere, probabilmente la nuova classe dirigente del PD inizierebbe a porsi qualche domanda e a riservarsi il beneficio del dubbio sull’effettiva portata di questa vittoria. Renzi cresce nella percentuale, ma il numero di votanti scende clamorosamente rispetto al 2013, quando ancora il nostro rappresentava, nell’immaginario collettivo, la risposta giovanilistica al vecchiume stantio della politica di destra e sinistra.
Nel 2013, infatti, votarono oltre 2.814.000 iscritti e simpatizzanti del partito e lo stesso Renzi, da solo, raccolse quasi 1.900.000 preferenze contro altri due candidati, uno dei quali, Cuperlo, nel precedente voto congressuale, aveva raccolto intorno alla propria mozione una percentuale molto simile a quello dell’ex sindaco di Firenze. In quel caso, quindi, il voto popolare accreditava Renzi come il leader della gente, contro il voto dell’establishment. Oggi le cose sono un po’ diverse. Il totale di quanti hanno votato alle primarie 2017 è inferiore ai soli voti raccolti da Renzi quattro anni fa e questo fa, nelle urne, un risultato simile a quello fatto nei congressi. Cosa vuol dire? Che in realtà Matteo ha solo renzizzato il partito, escludendo di fatto i suoi veri oppositori, e riducendo gli spazi politici del partito. Renzi ha una percentuale bulgara, ma numeri assoluti che non sono certo un trionfo. Probabilmente la perdita di partecipanti alle primarie, circa il trentaquattro per cento in meno, è la quota di elettori che il Partito Democratico perderà alle prossime elezioni politiche che, a questo punto, non conviene anticipare nemmeno a lui. Forse la sbronza dei renziani passerà presto. Fra un mese ci saranno le amministrative. Queste saranno il primo banco di prova per la nuova, o meglio usata ma tenuta bene, dirigenza PD. Nel 2018 tutti i nodi verranno al pettine e, se i dem si attesteranno intorno al venti o venticinque per cento, chissà se Renzi capirà che la politica non è mestier suo.
