Il fratello di Floyd: George morto per 20 dollari

Il fratello di Floyd: George morto per 20 dollari

Usa, il fratello di Floyd: George morto per 20 dollari, questo vale un afroamericano? di Giovanni Frazzica

“Sono stanco di questo dolore, sono qui per dirvi di fermare questo dolore, non fateci più essere stanchi” ha detto Philonise Floyd chiedendo al Congresso di fare in modo che suo fratello “sia qualcosa di più di un altro volto su una t-shirt, un altro nome in una lista che non smette di allungarsi. George ha chiesto aiuto ed è stato ignorato, per favore ascoltate la mia richiesta, della mia famiglia e che arriva delle strade di tutto il mondo – ha aggiunto visibilmente emozionato il fratello di Floyd – onorate la sua memoria, onorate George”. Il giorno precedente ai funerali di George Floyd, il reverendo attivista Sharpton aveva detto: “Dio ha scelto un uomo qualunque per cambiare il mondo”. In effetti questa sembra qualcosa di più di una tappa di quella lotta per l’emancipazione delle persone di colore nel mondo occidentale che ha radici ormai lontane e può vantare anche nomi illustri, ma anche persone, come Floyd, cui il caso ha affidato un ruolo e che hanno contribuito, quasi loro malgrado, a fare la Storia. Come avvenne il 1 dicembre 1955, quando la signora Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiutò di cedere il posto da lei occupato su un autobus ad un uomo bianco. Rosa Parks venne arrestata ed accusata di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione allora vigenti. In risposta a quell’evento, Martin Luther King, allora ancora sconosciuto, organizzò un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery per protestare contro la segregazione razziale e fu l’inizio di una grande battaglia per i diritti civili. Un “movimento”, quello antirazziale, che nel tempo è cresciuto, ha ottenuto grandi risultati in varie parti del mondo ed è anche diventato terreno di crescita di personalità straordinarie che nel mondo della cultura, dell’arte, della musica, dello sport e della politica ha dato un forte impulso alla lotta contro il razzismo, ma anche allo sviluppo di una civiltà più democratica e per un mondo migliore. In questi varchi che hanno aperto coloro che hanno lottato e si sono sacrificati, citiamo per tutti Nelson Mandela e Martin Luther King, tante cose sono cambiate sul piano normativo e tanti uomini di colore si sono inseriti nelle più alte cariche di diversi stati e ai vertici di pubbliche amministrazioni e di grandi multinazionali. Tuttavia si celebrano i funerali di George Floyd, che pare non sia il solo morto nero per mano della violenza della polizia americana, a riprova che il razzismo c’è ancora. E molti cronisti hanno sottolineato che nelle imponenti manifestazioni di protesta che si sono susseguite per chiedere giustizia per l’assassinio di Floyd c’erano molti giovani e soprattutto molti bianchi. In effetti, cammin facendo, la protesta si è arricchita di temi forti, paralleli all’antirazzismo che riguardano anche la lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Perché soprattutto in America, il Paese più opulento della terra, una dose di coca costa forse meno di un panino con l’hamburger e, quella rete di protezione sociale, che hanno costruito le democrazie europee, lì non esiste. Si potrebbe dire che la questione razziale, sopita ma mai estinta, si coniuga oggi con una crisi sociale che in America potrebbe determinare una miscela esplosiva che, con una terminologia demodé, potrebbe definirsi lotta di classe. In tal senso si potrebbe dire, per fare un esempio, che per un uomo di colore americano ricco e che ha fatto carriera non esiste né la questione razziale né quella sociale, mentre un cittadino americano bianco povero, tranne il colore della pelle, ha per intero tutti gli stessi problemi dei colored. Quindi il problema di bianchi e neri poveri è il loro rapporto con una società fondata su profonde diseguaglianze sociali determinate da un apparato socio economico basato   strutturalmente sulla logica del profitto. Ma è inimmaginabile negli USA parlare di lotta di classe, è una cosa che non si può né dire, nè pensare, perché il Dna degli americani, repubblicani o democratici che siano, è profondamente anticomunista retaggio del maccartismo che forse aveva una sua profonda ragion d’essere negli anni della guerra fredda, della paura dei missili russi a Cuba, ma che è diventato una diventato una sorta di incancellabile undicesimo comandamento posto a salvaguardia permanente del liberismo. Però, la chiamino come vogliono, la vicenda Covid e l’omicidio Floyd hanno messo in movimento delle enormi masse popolari che non accettano più di sopportare le disuguaglianze sociali in cui sono costrette a vivere e non hanno più fiducia cieca nel futuro e negli slogan del tipo America First. Ormai è palese che ci sono diverse americhe e che manca un collante forte capace di unificarle. Nella campagna per le presidenziali, che è già in corso, il “socialdemocratico” Sanders, che era l’avversario preferito da Trump, che si preparava a batterlo facilmente etichettandolo come comunista, è stato superato alle primarie dall’ancor più centrista Biden. Questo non lascia presumere che i movimenti di piazza possano determinare cambiamenti di rotta repentini nella politica sociale americana, ma un nuovo inquilino alla Casa Bianca, senza spaventare il ventre molle e maggioritario della middle class, potrebbe cogliere le nuove istanze popolari e introdurre significativi cambiamenti a favore delle categorie più disagiate.

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