I valori di Giorgia Meloni: quelli di Giorgio Almirante 

I valori di Giorgia Meloni: quelli di Giorgio Almirante 

“I valori di Giorgia (Meloni): quelli di Giorgio (Almirante)”  di Patrizia Zangla

Oggi

Ora che si sta insediando Giorgia, “Donna, Madre, Cristiana” che mesi fa ha scritto sul suo profilo Facebook che “Coraggio, coerenza, onestà. Sono questi i valori che Giorgio Almirante ci ha lasciato in eredità e che dobbiamo onorare ogni giorno”, torniamo alla storia di Giorgio, Giorgio Almirante, anche per capire se vale la pena onorare ogni giorno i suoi valori.

Ieri

Giorgio Almirante è il segretario nazionale del Msi, Movimento Sociale Italiano, di cui è stato fra i fondatori nel lontano 26 dicembre del 1946 partecipando a casa del ragioniere Michelini, dove si sono riuniti alcuni reduci di Salò, alla riunione costitutiva. Il disegno di rifondazione del fascismo risale a quei giorni.

Giorgio Almirante, convinto fascista, caporedattore nel quotidiano Il Tevere, fanatico sostenitore della purezza e difesa della razza ariana, caporedattore de La difesa della razza e firmatario del Manifesto della razza nel 1938. Capo gabinetto del Ministero di Mezzasoma della Cultura popolare della Repubblica di Salò che si occupava della propaganda, ruolo in cui veste l’habitus del fucilatore, reo di aver sottoscritto l’atto di passare alle armi i giovani che si rifugiavano in montagna sfuggendo all’esercito dell’ultimo Mussolini.

Questa storia di cui Giorgio è protagonista, risale al maggio del 1944.

Il Manifesto della morte

Ribattezzato il “Manifesto della morte” viene affisso ai muri dei paesi occupati dalle truppe nazifasciste sopra Grosseto, come da decreto legge voluto da Mussolini di concerto con Rodolfo Graziani vi si poteva leggere l’ultimatum rivolto ai militari “sbandati” dopo l’8 settembre 1943 e ai “ribelli” saliti in montagna:

“Tutti coloro che non si saranno presentati- allo scadere della mezzanotte del 25 maggio 1944- saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena” si legge nel comunicato.

Si reclama la consegna immediata ai comandi nazisti e fascisti altrimenti si verrà fucilati. Sorte identica sarebbe toccata a quanti avessero dato aiuto a renitenti e partigiani.

L’ultimatum, che dà inizio alla caccia all’uomo e alle fucilazioni, reca la firma di Giorgio Almirante, al tempo capo gabinetto di Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare.

La vicenda giudiziaria iniziata dal ritrovamento e dalla pubblicazione del documento dura sette anni, si conclude nel 1978 con assoluzione piena del quotidiano l’Unità diretto da Carlo Ricchini che l’ha reso pubblico e della testata Il Manifesto, querelati per aver pubblicato un documento che Almirante definisce “vergognosamente falso” e “calunnioso”. Ma di vergognosamente falso e calunnioso c’è solo la mistificazione di Giorgio Almirante. 

Il caso si apre nell’estate del 1971, quando alcuni storici dell’Università di Pisa ritrovano negli archivi di Massa Marittima il manifesto a firma di Almirante. L’Unità lo pubblica con il titolo: «Un servo dei nazisti», svelando la storia segreta di Almirante collaboratore con gli occupanti tedeschi e fucilatore.

Il suo passato scabroso e compromettente ritorna non con racconti, con testimonianze ma con la prova delle prove, un documento firmato attestante la sua compromissione nella repressione antipartigiana. Da quando viene reso pubblico, a macchia d’olio viene affisso sui muri d’Italia con la sovrascritta “Fucilatore di partigiani” e nel frattempo viene denunciato dalle associazioni partigiane.

La sua risposta è l’attacco: risponde con una serie di querele.

A fine del 1971 si svolge la prima udienza al processo di Roma contro le testate giornalistiche. Sono chiamati a difendersi dall’accusa di “falso e diffamazione” i giornalisti Carlo Ricchini e Luciana Castellina, rispettivamente direttori responsabili dell’Unità e del Manifesto.
Almirante si difende con l’impeto e la dialettica che lo contraddistinguono, si difende negando come fa un marito traditore mentre la moglie gli mostra la foto dell’avvenuto tradimento!

Si difende mentendo. Nega l’autenticità del manifesto, sostiene sia un falso stampato ad hoc per screditarlo. Nega di essere stato al tempo del documento capo gabinetto di Mezzasoma, posdata il periodo del suo incarico.

Contemporaneamente nega sia che il ministero della Cultura popolare potesse dare esecuzione al bando di Mussolini sia che i ministri di Salò potessero prendere autonome iniziative in territori occupati dai Tedeschi.

Il processo

Se non si fosse chiamato Giorgio Almirante i tempi processuali sarebbero stati molto più brevi e l’accusa immediata. Il procedimento principale, con sede a Roma, è istruito dai pubblici ministeri Vittorio Occorsio e Niccolò Amato. Il pubblico ministero Vittorio Occorsio, di cui è noto l’impegno contro il terrorismo nero che in quegli anni gode di grandi protezioni istituzionali, non vedrà il risultato del suo lavoro perché sarà vilmente ucciso nel luglio 1976 in un agguato per mano dei terroristi neri.
Dimostrare l’autenticità del documento è scontato, persino ovvio: c’è la copia fotostatica autenticata da un notaio che ne attesta la conformità con l’originale, la deposizione del sindaco di Massa Marittima che esibisce l’originale del manifesto, la lettera della Prefettura che accompagna l’invio dei manifesti e la missiva del vicecommissario prefettizio che rassicura sull’affissione.

Almirante, politico furbo

Ma Almirante è notoriamente un politico furbo e in questo caso anche ben consigliato. Dopo aver provato a negare, prova bleffare.

Si sente sicuro, è il protagonista del progetto che vede la destra estrema transitare verso la nuova epoca democratica, da quando il suo partito ha fatto da stampella alla DC del governo Tambroni si adopera per far dimenticare e per negare quel passato, e sdoganare l’idea di un fascismo elegante. Da allora il partito opta per una linea duplice, occupa le piazze ma si presenta all’opinione pubblica col volto rassicurante del partito dell’ordine, come si diceva: doppiopetto e manganello.

Al tempo non si sa della doppiezza di molti personaggi vicini a Almirante, ossia tesserati al MSI ma con incarichi all’interno di Ordine Nuovo, l’organizzazione terroristica di estrema destra extraparlamentare, ideatrice e organizzatrice delle peggiori stragi avvenute sul suolo italiano, citiamo solo la bomba di Piazza Fontana a Milano e la bomba di Piazza della Loggia a Brescia. Ordinovisti e Avanguardisti non pochi nel libro paga dei Servizi segreti. Ampiamente documentata la sua capacità di stare sospeso tra il tentativo di inserimento –al tempo si dice forza alternativa al sistema– nella compagine democratica e la sovversione che lo porta a caldeggiare gruppi paramilitari e progetti golpisti che in quegli anni s’insinuano fra le Forze armate per scardinare le istituzioni repubblicane.

Il processo: Almirante è accusato di essere un fucilatore

Le cronache raccontano che all’udienza del 25 gennaio del 1972 si presenta affabile e sornione  in vestito fumo di Londra con cravatta blu dai piccoli cerchietti bianchi, con fare determinato sferra il primo colpo: chiama in causa il Parlamento e le istituzioni che hanno legittimato la sua elezione a deputato nell’aprile del 1948, cita le norme eccezionali che vietavano allora di entrare in Parlamento a coloro che avessero assunto cariche o ricoperto determinate responsabilità nella Rsi, rimarca di non aver subito procedimenti penali, né fruito di amnistie.

Si difende dunque accusando lo Stato di cui – in quanto parlamentare- è rappresentante.

Fa lo smemorato quando un legale gli ricorda il provvedimento subìto per il collaborazionismo con i Tedeschi, il confino di polizia al quale venne condannato nel 1947.

Anno in cui più volte è deferito alla Commissione Provinciale della Questura di Roma per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, e sarà anche condannato, una condanna per “apologia di fascismo” che sarà sospesa dal questore di Roma. Quel questore che aveva sottolineato la sua pericolosità passata e presente:

«elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista».

Scopriremo che il suo partito non è estraneo alle trame della strategia della tensione che portano in quegli anni di bombe e di attentati destabilizzanti a chiedere a gran voce di espellere il MSI dal parlamento, a lui è diretta l’accusa di ricostituzione del partito fascista e di favorire l’estremismo nero. L’autorizzazione a procedere per i reati di: Pubblica istigazione/Attentato contro la Costituzione/ Insurrezione armata contro i poteri dello Stato è concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la sola contrarietà del MSI.

Ma torniamo al processo. Sin dall’inizio tutto è sin troppo chiaro, ma i tempi processuali si allungano. I suoi legali mirano a ritardare la sentenza, chiedono venga accorpato il processo romano agli altri processi in corso nella penisola a seguito delle querele sporte da Almirante.

E i tempi processuali si allungano ancora facendo ricorso a varie eccezioni procedurali, mentre nel frattempo avviene la sostituzione del pubblico ministero Occorsio con Niccolò Amato, che sposa le tesi difensive dell’imputato- querelante Almirante.

Nonostante la documentazione sia la stessa, i processi intentati da Almirante si chiudono con l’assoluzione dei querelati, significa dunque che per questi collegi giudicanti Giorgio Almirante è un fucilatore di partigiani, a Roma invece si stenta a certificarlo.

Il processo: Almirante è un mistificatore

Fino a quando negli archivi di Stato si trova la prova regina, un telegramma dell’8 maggio 1944, spedito dal ministero della Cultura Popolare alla prefettura di Lucca, a firma di Giorgio Almirante. Il telegramma corrisponde fedelmente al manifesto conservato a Massa Marittima. E dagli archivi altri documenti attestano la sua compromissione: la circolare del 24 maggio 1944, da lui firmata, che ordina ai capi delle province di divulgare sia i manifesti che provengono dal ministero della Cultura Popolare sia quelli provenienti alle autorità tedesche.

Tornato a ricoprire la pubblica accusa il giudice Vittorio Occorsio si prende la sua rivincita.

Giorgio Almirante cerca ancora di minimizzare e di autoassolversi, inaugurando il tipico atteggiamento della destra estrema quando è inchiodata alla verità della storia.

La vicenda processuale si chiude definitivamente in Cassazione nel maggio del 1978: assoluzione piena per l’Unità e condanna di Giorgio Almirante al pagamento delle spese processuali e il riconoscimento dell’autenticità del bando a sua firma.

Due anni prima, il pubblico ministero Vittorio Occorsio aveva annunciato l’avvio di una procedura contro di lui «per i reati di calunnia e falsa testimonianza. Per aver affermato che il manifesto era apocrifo e per tutte le menzogne dichiarate davanti ai giudici».

Alla scomparsa prematura per mano del terrorismo nero del giudice Occorsio segue la scomparsa del procedimento a carico di Almirante. È fortunato Almirante!

Queste le parole di Occorsio in quell’aula giudiziaria: «È una verità storica che tutti i ministeri della repubblica sociale esercitavano funzioni di pubblica sicurezza contro i partigiani». 

 Questa, la storia di Giorgio Almirante, fanatico fascista e missino, fucilatore prima, manipolatore dopo. Giorgia, sei così sicura che noi italiane e italiani dobbiamo seguire i valori di Giorgio?     

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