I “miracoli del carcere” e la politica che dialoga: una lezione da Rebibbia
FONDAZIONE MATTIA – I “miracoli del carcere” e la politica che dialoga: una lezione da Rebibbia
Un punto di riflessione che unisce socialità, recuperi, impegno politico e rieducazione, viene dalla Fondazione Mattia di Patti, che prende spunto, ancora una volta dall’intervento che viene proposto con l’ultima nota dal carcere da Gianni Alemanno.
Si parla di carcere che diventa un luogo simbolo di dolore, privazione e riflessione.
I riflettori sono puntati sul carcere romano, dove andata in scena una seduta straordinaria del Consiglio comunale di Roma Capitale che ha prodotto ciò che altrove sembra impossibile: destra e sinistra unite, per una volta, nel segno del bene comune.
A raccontare l’esperienza è Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e oggi detenuto a Rebibbia, che ha vissuto da “ospite” e non da protagonista politico questa giornata inconsueta. Il carcere, scrive, “compie miracoli”: costringe chi vi entra a guardare oltre le divisioni, a sentirsi più autentico, a dare priorità a verità e umanità.
La seduta, organizzata grazie alla determinazione della consigliera PD Cristina Michettelli e della Garante dei detenuti Valentina Calderone, ha visto la presentazione di mozioni su temi centrali: sovraffollamento, sanità, assistenza sociale, mobilità, formazione e lavoro, sport, fino agli orti urbani. Tutte approvate all’unanimità.
Il dato politico è che rappresentanti di maggioranza e opposizione hanno scelto di mettere da parte le divisioni per ascoltare detenuti e operatori, scoprendo che la rieducazione, l’inclusione sociale e la dignità sono terreno comune.
La riflessione della Fondazione Mattia: oltre Roma, un segnale per la politica nazionale
La Fondazione Mattia, raccogliendo la testimonianza di Alemanno, sottolinea come questo “miracolo carcerario” non debba restare un episodio isolato. È la dimostrazione che la politica, quando si misura con la sofferenza reale, è capace di superare slogan e contrapposizioni ideologiche.
“Quello che è accaduto a Rebibbia – afferma Giuseppe Giddio, presidente della Fondazione – è un monito per tutti i consigli comunali d’Italia, anche quelli dei piccoli comuni, ma anche per le Regioni e per il Parlamento nazionale. Non è utopia immaginare che la collaborazione possa nascere attorno a temi concreti: il diritto alla salute, il lavoro, il recupero sociale, l’istruzione, la sicurezza intesa non come repressione ma come prevenzione e reinserimento”.
La Fondazione osserva inoltre che:
Il carcere può diventare un laboratorio politico: non solo luogo di pena, ma spazio in cui ripensare la funzione stessa della politica, chiamata a servire la comunità.
Il dialogo trasversale non è un cedimento, ma un ritorno all’essenza della rappresentanza: affrontare i problemi per risolverli, non per alimentare divisioni.
L’Italia ha bisogno di una nuova grammatica politica, fondata meno sull’invettiva e più sulla concretezza delle soluzioni condivise.
Per la Fondazione ci dice che è possibile ripartire da luoghi marginali per ricostruire la fiducia dei cittadini nella politica. Non si tratta di abbattere le differenze tra partiti, ma di riconoscere che esistono questioni – la dignità umana, la giustizia sociale, la libertà – che non appartengono a una parte sola.
“Etiam nos cives Romani sumus”, ha detto Alemanno: “anche noi siamo cittadini romani”. È da qui che dovrebbe ripartire la politica: dal riconoscere tutti come cittadini, senza esclusioni, e dal tradurre questo principio in scelte concrete, condivise e verificabili.
