I giovani e il futuro della pace di Giuseppe Ruggeri

I giovani e il futuro della pace di Giuseppe Ruggeri

I GIOVANI E IL FUTURO DELLA PACE di Giuseppe Ruggeri

Il desiderio di pace pervade il mondo. Lo fa in un momento in cui un’altra parte del mondo – quella degli interessi sovranazionali, delle lobby, delle organizzazioni contigue al potere governativo – fomenta, al contrario, uno spirito belligerante analogo a quello che invase le piazze interventiste nello scorcio d’epoca che precedette il primo conflitto mondiale. Allora i “futuristi” marinettiani – tra i quali anche un giovane Mussolini – invasero le piazze tempestandole con i loro chiassosi ditirambi. La guerra, oggi come allora, continua a essere una conseguenza del tragico errore umano di non considerare gli effetti distruttivi che, non soltanto in termini fisici, essa può determinare. Perché la vera distruzione la mancanza di pace la opera nella coscienza civile, nel suo sempre più irreversibile incurvarsi verso il basso fino a scomparire del tutto. La guerra sarà sempre, e inevitabilmente, annullamento di ogni coscienza.

Desiderio legittimo? Dipende dai punti di vista, perché se la proposta di pace va a scontrarsi con l’interesse di quanti, su armi e correlati, costruiscono la propria fortuna economica, saranno costoro – e non a torto dal loro punto di vista – a far di tutto affinché gli operatori della pace siano considerati dei fuorilegge. Come avviene, proprio ora, a Yale dove alcuni professori sono stati sospesi perché hanno manifestato dissenso su Tel Aviv. La protesta giovanile, sacrosanta quando serve alla politica d’opposizione per evidenziare le magagne governative, è sottoposta invece, in tal caso, a un puntiglioso processo di revisionismo. E la stampa? Non tutta come dovrebbe, ma ormai solo una minima parte, almeno a giudizio di chi scrive, fa risuonare il grido di dolore della libertà violata. La maggioranza resta silenziosa quando non complice dei poteri – occulti o meno – che agiscono in senso esattamente opposto a questa protesta che rievoca, per certi versi, la scia di contestazioni che accompagnò la cupa guerra del Vietnam, responsabile, come oggi lo è il conflitto russo-ucraino, dell’annientamento di un’intera generazione mandata al macello negli acquitrini di quell’estremo lembo d’Oriente.

“La guerra è sempre una sconfitta” ci ricorda Papa Francesco che ha sottolineato pure il coraggio della resa, il che gli è valso la scomunica – guarda un poco come a volte le parti s’invertono – del presidente Zelenskij e del suo nubiloso entourage di generali, ministri e luogotenenti. Sì, la guerra è davvero una sconfitta per tutti, ma lo è soprattutto per l’ambizione di progresso umano cui, dopo oltre duemila anni di pensiero cristiano, l’Europa e l’Occidente dovrebbero essere pervenuti. Come si fa a dire, come fa un docente universitario del prestigio di Vittorio Emanuele Parsi, che la pace è un’”ossessione inutile”?
Succede anche questo, nel pianeta di cui forse, come credeva Sciascia, “ci ricorderemo”.

Ma dobbiamo davvero attendere di varcare la fatidica soglia, per recuperare questa memoria così difficile da attecchire in noi durante il nostro soggiorno al mondo? Comincio a sospettare di sì, e la faccenda mi inquieta non poco. Perché è un mondo che va alla rovescia quello dove la guerra dovrebbe preparare la pace e dove pertanto, all’ammassarsi degli armamenti si pretende faccia equo contrappeso lo sciorinare delle ipocrite dichiarate volontà di pace provenienti dai vari consessi internazionali.

L’UE è uno di questi consessi che, mentre a parole predica la pace, nei fatti segue invece ipnotizzata l’ombra bellicosa del segretario Nato Jens Stoltenberg che, con voce e portamento gravi, evoca scenari apocalittici di là a venire se la volontà del mondo non sarà piegata al monopolarismo atlantico esportatore di democrazia nel mondo.

Un mondo ove oggi, e non si sa fino a quando, dilaga un desiderio di pace incoercibile che, guarda caso, proviene una volta ancora dai giovani.

Perché è un desiderio di futuro.

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