I BUONI E I CATTIVI di Giuseppe Ruggeri
Chi sono i buoni e i cattivi? La domanda irrompe – spietata come la violenza che la sottende – dal palcoscenico di Gaza per rimbalzare, a più riprese, sugli scenari del cosiddetto “mondo civile”. Già porsela, questa domanda, è un passo in avanti rispetto alla paurosa retrocessione umana cui da mesi, forse anni, c’è dato di assistere. Se poi, ponendosela, si corre il rischio di essere proiettati in una spirale repressivo-mediatica senza precedenti, pazienza. Importante, per quanto almeno mi riguarda, è avere il coraggio delle proprie azioni e, nella fattispecie, del proprio pensiero critico.
Nessuno sfugge alla spirale di cui sopra. Persino il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, nonostante tutta la sua autorevolezza e la valenza della sua storia politica e umana, non è stato risparmiato dal ciclone che, grazie anche alla mirata conduzione di opinionisti di spicco italiani ed esteri, infuria oggi sul palcoscenico insanguinato di un mondo travolto dal virus della guerra. Spettatori di questa guerra, i febbrili sostenitori di una specie di videogame senza fine, non più autoregolato ma spinto all’inverosimile verso l’escalation globale.
I buoni e i cattivi di che si dice ci ricordano l’apodittico assunto reaganiano il quale, alla vigilia della caduta di un certo Muro, contrapponeva i distinti regni del Bene e del Male rappresentati, nell’ordine, dagli USA e dall’URSS (e relativi satelliti). Sa di Vecchio Testamento questa divaricazione tanto estrema quanto pericolosa in termini di potenziali sviluppi sotto il profilo bellico. Parliamo, per intenderci, del cosiddetto “scontro di civiltà” le cui radici restano forti in un sottosuolo che non ha ancora dimenticato l’eco del galoppo delle orde crociate partite dal cuore d’Europa per difendere dagli islamici il Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Un contesto – quello veterotestamentario – cui ci riportano, filo per segno, le parole del leader israeliano Netanyahu il quale, annunciando l’imminente rappresaglia anti-palestinese del suo esercito, sostiene essere, quello israeliano, “il popolo della luce” contrapposto a quello dei palestinesi, bollato invece come “il popolo delle tenebre”.
Nessuna differenza, almeno per quanto io possa scorgerne, tra la succitata e la visione dei propugnatori della Jihad islamica, i quali, com’è noto, affidano alle armi e allo sterminio di massa il compito di eradicare il mondo dagli “infedeli” che ostacolano il loro desiderio di dominio incontrastato, e non solo territoriale.
Di tanto, si erge oggi alfiere incontrastato l’ex-ambasciatore israeliano Dror Eydar il quale, dagli studi televisivi di “Stasera Italia”, ha pubblicamente affermato che unico obiettivo di Israele rimane “distruggere Gaza”, da lui considerato il “male assoluto”.
Ogni odio, si sa, è figlio del suo tempo, ma la madre di tutti gli odi resta, sempre e comunque, la cieca persuasione di quanti perseverano a ignorare la presenza degli altri, del proprio prossimo, e i relativi diritti che ne scaturiscono.
Nessuna guerra, per sua stessa natura, potrà mai essere santa. Il problema, casomai, nasce quando è necessario essere dei santi per avere la forza di opporvisi.
