Guerra reale o virtuale di Patrizia Zangla

Guerra reale o virtuale di Patrizia Zangla

In questa guerra scoppiata nel cuore dell’Europa, il Reale si fonde al Virtuale. 

Perché questa è una guerra postcontemporanea, simile alla vecchia guerra novecentesca per le sue molteplici forme: mondiale, asimmetrica, civile, di logoramento, di propaganda. Guerre anche appesantite da violenti dopoguerra e da lunghe derive, perché non sempre alla guerra automaticamente segue la pace.

Ma questa è anche una guerra nuova.  Siamo di fronte a una nuova guerra globale -molecolare e in atto a intensità relativamente bassa- che si configura al contempo come guerra umanitaria.

È la guerra che con violenza entra nelle nostre tranquille case con le sue scene di bombardamenti e di macerie, di città distrutte, di vite spezzate, di un’umanità allo sbando, le stesse case in cui poco dopo scorrono immagini di un film di guerra o Il grande Fratello e le stesse case in cui poco dopo si susseguono i programmi sulla guerra, i tanti talk show e dibattiti, in cui come in una partita -con tutti gli eccessi delle tifoserie- si assiste a una competizione di squadre, una guerra di parole. 

Così, nell’incomprensione e nell’incoscienza e inconsapevolezza generale, sta divampando la Guerra russo-ucraina.

Se il Reale si fonda al Virtuale, qual è il rischio -potenziale ed effettivo- sul racconto degli eventi e sulla loro corretta percezione e comprensione? 

Da alcuni anni, abbiamo imparato che per “Realtà Virtuale” si intende la capacità di ingannare i nostri sensi con un ambiente definito ‘virtuale’ perché generato dai computer.

Abbiamo anche scoperto che questi ambienti generati da programmazione sono luoghi che possiamo esplorare. 

Jean Baudrillard, filosofo, definisce “Realtà Integrale il perpetrare sul mondo un progetto operazionale senza limiti”,- vale a dire-: “Che tutto diventi reale, che tutto si faccia visibile e trasparente, che tutto sia liberato, che tutto si compia e che tutto abbia un senso -sapendo già che è impossibile-.

E infine: “Che non ci sia più nulla di cui non ci sia nulla da dire”.

Questo significa che mentre sfuma e si dissolve il Reale, l’oggettivo, implacabile avanza la Realtà Integrale, quella realtà fusa con la Realtà Virtuale. 

Il complesso tema è occupazione della Filosofia che affonda le sue radici in questi dilemmi amletici, che portano a domandarsi: che cosa ne è della Realtà? 

Ed ancora: esiste la Realtà o si sta diluendo nella Realtà Virtuale? 

Ma al contempo è occupazione della Storia, che pone lo stesso dilemma in questi termini, sapendo che ogni fatto umano, guerra compresa, è stato narrato e dunque interpretato, ci si chiede: è questa la guerra o questa ne è la sua narrazione? 

Narrazione in cui un posto di rilievo occupa il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyi, che mirabilmente rappresenta il legame tra Virtuale e Reale, e ci si augura di non dover scoprire fra qualche anno che rappresenti invece il Virtuale che sovrasta il Reale, perché il presidente ucraino è divenuto realmente presidente nella misura in cui lo è stato virtualmente.

La sua vita sembra quella di un film di Hollywood, di quelli belli con l’eroe al centro della trama, perché Zelins’kyj è un attore, un comico brillante, che da virtualmente in una serie televisiva -“Sluha narodu”/“Il servitore del popolo” – diventa realmente presidente. 

Il protagonista della serie è Vassily Petrovich Goloborodko, un presidente ucraino dalle molte qualità, è serio, onesto e combatte le corruttele della politica. Ruolo interpretato da Zelens’kyi.

Di origine ebraica, di madrelingua russa -la sua insegnante che è fra i pochi ucraini a non averlo votato, ha rivelato alla stampa che non conosceva bene l’ucraino, imparato in seguito- si laurea in giurisprudenza all’Università Economica Nazionale di Kiev, ma ha interessi nello spettacolo. Fonda la casa di produzione Kvartal 95, che produce film, cartoni animati e serie televisive. La più importante che gli dà notorietà in tutto il Paese è proprio “Servitore del popolo”, in cui interpreta un professore di liceo che inaspettatamente diventa presidente dell’Ucraina. 

Nel marzo 2018 alcuni dipendenti di Kvartal 95 fondano un partito politico denominato “Sluha narodu”/ “Il servitore del popolo”, che prende il nome dalla serie televisiva da cui ha tratto ispirazione. 

Nel dicembre dello stesso anno, l’attore Zelens’kyj annuncia la sua candidatura alle presidenziali del marzo successivo. 

Diventato leader del nuovo partito, nel 2019, il 20 maggio, Zelens’kyj si candida alle elezioni presidenziali. Sconfigge al ballottaggio il presidente uscente Petro Porosenko, e con il 73% dei consensi è proclamato presidente dell’Ucraina. 

La sua popolarità è alle stelle, nonostante sia un neofita della politica, i temi populisti e anti-corruzione, le posizioni europeiste lo conducono nell’immediato in testa nei sondaggi. 

Da allora, la sua immagine cresce nei social -ha anche un canale YouTube- cura la sua forma fisica, concede interviste in palestra mentre fa la cyclette.

Stile comunicativo interattivo e particolarmente partecipativo, è in corso la sua metamorfosi da attore comico a politico. Non è certo il primo caso, ma è il primo a dover fronteggiare una nuova guerra. Da questo momento, la sua grammatica è politica, appare coraggioso, rassicurante, risoluto e fermo, e come un eroe dichiara al mondo: “Mi servono armi e munizioni. Venite a lottare per l’Ucraina”. 

E ancora: “Forse questa è l’ultima volta che mi vedete vivo”, ha detto in videoconferenza  al Consiglio europeo”. Da subito gli Stati Uniti gli propongono di fuggire, ma non accetta e resta in patria. Sappiamo che ha consulenti americani.

Ecco che la Realtà riprende a fondersi con il Virtuale come accaduto all’esordio quando  Zelens’ki parlava come Goloborodko -il protagonista della serie televisiva- diceva le stesse cose perché reputate giuste e convincenti, ed era lo stesso Zelens’ki a dichiararlo nelle interviste precedenti all’aggressione russa.

Olga Mashtaler aveva ricostruito il suo profilo indicandolo come esemplare di un “populismo algoritmico”(La politica dell’autenticità e i discorsi populisti: media ed educazione

a c. di C. Kohl, B. Christophe, H. Liebau, A. Saupe).

In rete si possono vedere le sue foto di alcuni anni fa, che lo ritraggono sorridente, anche con la famiglia, e gli spezzoni dei suoi film e dei suoi programmi.

Adesso in Tv, smagrito e con la barba non fatta, lo vediamo vestire un altro ruolo e ripetere, come un refrain, che bisogna “continuare la guerra”.

La stessa Tv che manda le immagini dei morti di questa guerra. Immagini reali.

Ora il presidente ucraino indossa capi che richiamano lo stile militare – magliette, felpe, giacche e pantaloni marroni o verdi-  spesso ha una spilla appuntata sulla felpa, un fiocco o altro accessorio sempre coi colori giallo e blu, quelli della bandiera ucraina o con il simbolo delle forze armate di terra ucraine, da alcuni organi di stampa confuso con la croce di ferro nazista.

Una scelta precisa per indicare che il presidente è ‘uno del popolo’, anche nel vestiario.

La stessa linea, non a caso, è stata scelta in occasione dei negoziati tra le delegazioni di Russia e Ucraina: i russi, con Vladimir Medinsky, consigliere di Vladimir Putin, sono in giacca e cravatta, il presidente ucraino e i suoi connazionali indossano capi informali o in stile militare.

Potenza delle immagini che Zelens’ky certo conosce.

In questi anni abbiamo anche compreso quanto il Reale si possa fondere con la Finzione.

Accade di sovente che vedendo una fiction televisiva – che a prevalenza propone uno schema stilizzato che vede un universo umano diviso, rigidamente distinto in buoni e cattivi  in cui il buono è credulone e il cattivo è cinico e spietato- molti spettatori si immedesimino a tal punto da confondere l’Apparenza con la Realtà tanto da scrivere messaggi di odio agli attori che impersonano gli antagonisti dei propri beniamini. Sovrappongono cioè l’interprete – l’attore- con il personaggio interpretato. 

È accaduto a tanti attori di ricevere insulti, persino minacce. Solo un caso tra i più noti. Nella serie televisiva “Il Commissario Montalbano”, tratta dai romanzi di Andrea Camilleri, la donna che fa innamorare il protagonista, è una collega del commissario che per lei lascia Livia, la fidanzata storica, da quel momento la donna è odiata dai telespettatori. Fatto in sé emotivamente comprensibile, logicamente inconcepibile è invece che non solo il personaggio della serie sia stato motivo di odio ma anche l’attrice.

Dunque, la realtà della fiction è molto più reale della Realtà che abbiamo dinnanzi agli occhi e che possiamo toccare con le nostre mani, tanto da far sovrapporre i due piani: quello della Realtà e quello della Finzione.

È l’effetto della contemporaneità mediatica della nostra cultura di massa, che spesso altera o comunque è diversa dalla Realtà vera.

La cronaca informa che la serie televisiva “Il servitore del popolo” –alla terza stagione- che va in onda sul canale televisivo “1+1” sia di proprietà di Igor Kolomoisky, oligarca ucraino di origine israeliane tra i più ricchi del Paese e che sia stata sua l’idea della candidatura di Zelens’ky e suo il finanziamento della campagna elettorale. Perché gli oligarchi hanno un peso in molti Stati dell’ex Unione sovietica non solo in Russia.

Sarebbe quindi stato un astuto espediente.

Il governatore nella regione di Dnipropetrosvk è stato il principale sponsor di Zelensky, insieme ad altri che hanno mantenuto un profilo più neutrale non mostrando decise preferenze politiche.

Nel 2015 Kolomoisky è costretto a dimettersi da governatore del Dnepropetrovsk per contrasti con l’allora presidente ucraino Porošenko -neanche questi un politico puro- e per alcune controverse questioni finanziarie. Ragioni per cui, prima della guerra, i critici interni hanno ritenuto Zelens’ky la longa manus di Kolomoisky, che lo avrebbe usato “come grimaldello per scardinare il sistema di potere di Porošenko”, nemico dichiarato. La campagna presidenziale infatti andò avanti a colpi di accuse: il presidente ucraino in carica,Poroshenko rimarcava che Zelens’ki fosse un pluri -renitente alla leva, un burattino filorusso -oggi sembra un paradosso!- e che facesse uso di droghe. Zelens’ki era “un ologramma”, per chi non lo sapesse è una pellicola fotografica riproducente l’immagine tridimensionale di un oggetto.

Sempre dalla cronaca emerge che Kolomoisky abbia investito circa dieci milioni di dollari per creare il Battaglione Dnipro 1, un’unità paramilitare speciale che ha difeso l’aggressione della Russia nella regione del Donbass -allora la Russia voleva conquistare anche la parte di Odessa e di Dnipropetrovs’k-.

Nel Donbass, dunque Kolomoisky verrà considerato un patriota, capace di resistere all’aggressione di Putin che allora in un’intervista definiva “nano schizofrenico”, biasimo a cui il presidente russo aveva risposto replicando che lui fosse “un truffatore” -si riferiva all’accusa, di aver rubato durante la presidenza di Poroshenko oltre cinque miliardi dalla PrivatBank, fondata dallo stesso  Kolomoisky. A seguito delle accuse, la banca era stata sequestrata e forzatamente privatizzata e l’oligarca era stato costretto a lasciare l’Ucraina e a riparare in Israele.

Dunque, secondo questa valutazione, Zelens’ky avrebbe impersonato il ruolo di innovatore.

Dovere di cronaca impone di sottolineare che il presidente ucraino abbia bollato queste  critiche come sospetti.

Wilhelm Hegel sostenendo l’identità di Realtà e Ragione, scriveva che: “Tutto ciò che razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale” (Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto) perché la “Ragione abita il mondo”, esiste dunque una ragione che si manifesta nella Realtà ed è compito della Filosofia dover cogliere questa razionalità. Malgrado proprio per Hegel la Filosofia  poco possa, come la Nottola di Minerva arriva sul far della sera, sempre “troppo tardi sulla scena del mondo perché ha la capacità di capire quello che è successo e sta succedendo e capirne la verità approfondendone le ragioni”.

Arrivare tardi e non comprendere, questo è uno dei rischi che durante ogni guerra si può correre. Non è il solo.

Se l’eccesso di Realtà porta alla sua nullificazione, in termini semplici significa che non si crede più a quello che si vede, perché l’umanità smarrisce il senso, perde il baricentro, e, non vedendo la linea dell’orizzonte, si smarrisce, non va trascurato che contemporaneamente resta il rischio opposto: l’eccesso di Virtuale.

Storicamente il modo perché venga restituita un’immagine corretta della Realtà è rimanere fedeli alla storicizzazione, alla ricostruzione rigorosa dei fatti e delle persone perché se i fatti sono sempre pluri-intersecati difficili da districare, le personalità umane sono complesse e spesso contraddittorie.

Albert Einstein ricordava che “La Realtà è una semplice illusione, sebbene molto persistente”.

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