Guerra di Putin o della Russia? di Patrizia Zangla

Guerra di Putin o della Russia? di Patrizia Zangla

“La guerra di Putin o la guerra della Russia di Putin?”di Patrizia Zangla

“E mentre marciavi con l’anima in spalle.

Vedesti un uomo in fondo alla valle. Che aveva il tuo stesso identico umore.

Ma la divisa di un altro colore. 

Sparagli Piero, sparagli ora. E dopo un colpo sparagli ancora”.

Piero non spara, Piero ha un attimo di umana esitazione, e non spara. Piero si apre alla possibilità di non sparare, mentre nella medesima frazione di tempo, il suo avversario sceglie di sparare e lo colpisce a morte.  

I versi de La canzone di Piero di Fabrizio De André possono introdurre a questo nuovo, inaspettato e dirompente scenario di guerra.  

Ci piace ripetere che dopo gli orrori novecenteschi, la guerra sia scomparsa dall’Europa contemporanea, in realtà l’assunto è parzialmente vero, ha smentirci le guerre nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. 

Il periodo a cavallo fra la fine del ‘900 e il primo decennio del 2000 è stato interessato da più conflitti: in Jugoslavia, Kosovo, Georgia conclusasi nel 2008, Cecenia conclusa nel 2009 e Donbass (Ucraina orientale) nel 2014, chiusa con il Protocollo di Minsk, capitale bielorussa dove sono stati firmati gli accordi tra Kiev e Mosca.

Storicamente dunque la fine della Guerra fredda non corrisponde a un’epoca di pace, più corretto è parlare di una diminuzione del numero dei conflitti rispetto al passato. 

Difficile districarsi in questa complessa e nuova situazione bellica, sempre più lontana da una Blitzkrieg, -termine tedesco che indica la guerra lampo– e più simile a una guerra con possibilità di estensione, si può tentare ricostruendo passaggi storici fondamentali per capire come e perché siamo precipitati nell’inferno della guerra.

   Un passo indietro, la lunga Guerra fredda 

La Guerra fredda caratterizza il periodo successivo al secondo conflitto mondiale e al di là delle periodizzazioni storiche rigide oltrepassa il 1956, indica la contrapposizione ideologico-politico- militare fra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, uscite vincitrici dallo scontro. L’ostilità resta silente perché non più risolvibile in modo frontale e “caldo” per paura del ricorso ad armi nucleari. 

“Una cortina di ferro”- disse Churchill in un celebre discorso – “è calata sul fronte dei russi…è mio dovere prospettare determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico, una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi Stati dell’Europa Centrale e Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Budapest, Belgrado, Bucarest, Sofia, queste e città e le popolazioni, giacciono in quella che devo chiamare sfera sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza sovietica ma anche a un’altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca”. 

Il mondo fu diviso in due blocchi contrapposti e nemici, quello Occidentale che faceva capo agli Stati Uniti e quello Orientale all’Unione Sovietica.

Si vennero a creare sfere di influenza, legate al blocco atlantico (Inghilterra, Francia, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca Repubblica federale tedesca, Italia) e al blocco orientale -che si propose di consolidare la sua egemonia sui Paesi dell’Europa orientale e centrale (Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia Jugoslavia, Albania, Germania orientale). 

Di lì a poco vennero siglati due patti, il Patto di Varsavia -trattato di cooperazione e mutua assistenza- alleanza militare degli Stati socialisti in risposta al riarmo e all’ingresso nella NATO (Organizzazione del trattato del Nord Atlantico) della Repubblica Federale Tedesca nel 1955, e il Patto del Nord Atlantico di poco precedente – è del 1949- alleanza militare e di difesa che prevedeva la costituzione di un proprio esercito formato da contingenti dei Paesi contraenti.

Nell’immediato secondo dopoguerra si era proceduto alla sovietizzazione dell’Europa dell’Est, il modello politico economico sovietico veniva imposto ai Paesi occupati dall’Armata Rossa, quindi a Polonia, Germania orientale, Ungheria, Romania, Bulgaria, e poi ad Albania e Cecoslovacchia. 

Le nuove guerre in Europa e la NATO

In territorio europeo il dopo Guerra Fredda -coincidente al periodo successivo alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991- è contrassegnato da una varietà di tipologie belliche, in prevalenza Guerre asimmetriche coincidenti con la crisi che ha interessato la Russia – ex Unione Sovietica- che progressivamente ha perso la sua forza nel contesto bipolare, fatto che ha ridimensionato il fattore politico ideologico della Guerra fredda la cui fine ha provocato il risveglio di fenomeni revanscisti, nazionalisti e religiosi.

Fenomeni rimasti cristallizzati per circa un cinquantennio.

Questi nuovi fenomeni nazionalisti  e sovranisti hanno avuto come conseguenza l’indebolimento degli Stati e hanno moltiplicato i conflitti locali o regionali. Per questo nel cuore dell’Europa sono esplose compagini multietniche in Jugoslavia e nell’ex Unione Sovietica.

Da questo quadro si comprende come l’Europa abbia avuto dalla fine della Guerra fredda una geometria variabile coincidente alla scomparsa delle democrazie popolari dell’Europa dell’Est.

La costruzione europea è transitata da una dimensione occidentale ed economica a una dimensione continentale e politica e contemporaneamente in molti di questi Stati -Ucraina, Moldavia, Stati baltici-sono avanzate le candidature per entrare nella UE.

I Paesi dell’Est della Germania, comprese le Repubbliche Baltiche ai confini con la Russia, hanno reclamato un’apertura alla Nato, fatto che si è tradotto in fastidio per la Russia.

In atto, le Repubbliche Baltiche e la Polonia rappresentano il confine orientale della Nato, quello che potrebbe soffrire le immediate conseguenze di questa guerra. 

Con il crollo dell’Unione Sovietica -rammentiamo, raggiunto senza che gli eserciti delle due alleanze militari contrapposte fossero costretti a scontrarsi militarmente in modo aperto- ha fatto seguito un processo lento di disarmo e di risoluzione pacifica dei contrasti. 

Tuttavia, la fine dello scontro bipolare ha aperto una nuova strada che vede appunto nuovi modelli di guerra.

Nel 1994 è la Nato che sceglie le armi per districare il groviglio di guerra scoppiata nell’ex Jugoslavia dove avevano avuto luogo massacri, pulizie etniche fra Serbi, Croati e Bosniaci.

Ed è sempre la Nato con gli Stati Uniti a intervenire contro la Serbia che rifiuta le rivendicazioni indipendentiste del Kosovo. Questa è la ragione che porta a definire le guerre in queste aree, Guerre asimmetriche in cui è eclatante disparità tra i mezzi militari delle forze in campo.

Molti dei conflitti dell’ultimo scorcio del ‘900 sono riconducibili a Guerre asimmetriche, come lo sono state anche quelle in Afghanistan e in Iraq, a Guerre civili internazionalizzatesi -in Jugoslavia, Libia, Siria-, a Guerre umanitarie -in Kosovo- scaturite dalla necessità, anche strumentalizzata, di proteggere le popolazioni da violazioni dei diritti umani.

Si sono dunque venuti a configurare nuovi paradigmi bellici, ed è in questo nuovo contesto che torna la guerra in Europa, conseguenza proprio dalla dissoluzione dell’Impero Sovietico che lascia importanti derive nei territori un tempo posti sotto il suo controllo e la sua influenza politica.

 Nuove guerre in tutti quei territori tenuti insieme dall’ideologia comunista o dalla subordinazione ad una logica bipolare.

Esplodono così, prima nuove tensioni etnico- religiose, poi politiche, fino all’attuale in Ucraina. 

Tuttavia, bene segnare che il neoimperialismo non ha riguardato unicamente l’Unione Sovietica, esso ha distinto anche gli Stati Uniti che dopo il Vietnam – guerra conclusa con il ritiro delle truppe statunitensi nel 1973- si sono posti come imperativo categorico quello di evitare le guerre prolungate. Ma da allora si sono impegnati su più fronti fino all’ultimo in Afghanistan -conclusasi con il ritiro delle truppe statunitensi e il ritorno dei Talebani -.

In nome della libertà e della democrazia, Stati Uniti e Nato hanno condotto Guerre umanitarie, nel 1991 hanno invaso l’Iraq di Saddam Hussein, il tiranno di Baghdad che aveva occupato il Kuwait. Imprese militari dalle sconvolgenti derive che in molti casi hanno rafforzato anche l’integralismo islamico, questo è accaduto in Somalia, Iraq, Libia, Niger, Afghanistan.

Tornando alla dissoluzione dell’URSS, va ribadito che essa inizialmente ha prodotto in molte delle aree ex sovietiche rivoluzioni interne pacifiche. Moti popolari – dai media raccontati come “Rivoluzioni colorate”- con i quali si chiedeva la destituzione dei governi in cui erano ancora presenti membri del vecchio apparato sovietico.

Questi moti pacifici dei primi anni Duemila, alcuni coronati da successo, altri scivolati in autoritarismi -in Georgia e Kirghizistan- in Ucraina hanno prodotto un’apertura all’Occidente.

Non va trascurato che al tempo della dissoluzione dell’URSS le spartizioni territoriali hanno seguito un criterio di interesse, sono avvenute senza considerare confini e peculiarità territoriali, diversità linguistiche, ciò significa che molti dei nuovi Paesi sono russofoni, come l’Ucraina.

La guerra di Putin o la guerra della Russia di Putin?

Molti analisti definiscono quella in atto “la guerra di Putin”, è così? E perché adesso?

Probabilmente la situazione gli sarà apparsa favorevole: il ritiro americano dall’Afghanistan, la Brexit che ha indebolito l’Europa, la presenza di un nuovo cancelliere in Germania dopo la lunga permanenza di Angela Merkel, le imminenti elezioni presidenziali in Francia e la Cina che, dopo l’Arabia Saudita, ricorre alla Russia per la sua fornitura di petrolio. Una Cina al momento preoccupata e infastidita delle sanzioni alla Russia che potrebbero essere d’intralcio anche ai suoi futuri movimenti perché intenzionata a fare crescere la sua economia e la sua “ascesa pacifica” nel mondo.

Dal 2000 la Russia è associata all’immagine di Putin.

Eletto democraticamente, Vladimir Putin da ventidue anni è il protagonista assoluto, che si è mosso nel tentativo di imporsi sullo scacchiere mediorientale e sulle potenze emergenti ex sovietiche. Anche col fine di perseguire la dottrina dell’euro-asiatismo, guardando alla Cina e ponendosi come baricentro. 

Ha inizialmente esteso il suo mandato per sei anni, poi, cambiando la Costituzione e togliendo il vincolo dei due mandati consecutivi, ha creato una sorta di Principato configurabile in una democratura, un’autocrazia avallata dai voti plebiscitari.

Ed è così che Putin diventa il presidente della Federazione Russa. Bene chiarire che la “Federazione Russa” è quella che è intesa appunto come Russia, non è un monolite comprende ventidue Repubbliche in cui vigono accordi delicati, che ha raccolto l’eredità sovietica e il seggio permanente alle Nazioni Unite, e tuttora, pur se ricchissima di gas, fondamentale per l’approvvigionamento energetico mondiale, è in grande difficoltà economica.

Un passo indietro rammenta che la parentesi di Boris Eltsin- successore di Michail Gorbaciov- trasformò la Russia in una nazione in crisi socio-economica profonda, l’arrivo di Putin coincise con cambiamenti in politica interna -sistemazione dei rapporti con la Duma e gestione delle politiche economiche in un mondo a prevalenza capitalista- e in quella estera – conflitto in Cecenia, rapporti con l’Occidente e l’Europa, e necessità energetiche. 

Ma di Putin il mondo sapeva ancora poco, e anche per i Russi era semisconosciuto. 

Si scoprirà nel tempo la sua appartenenza al KGB, Servizio di Intelligence, che aveva operato nella Germania dell’Est a stretto contatto con la Stasi, che era stato addestrato nei Servizi segreti e che non era esattamente un progressista, che era spietato, brutale, menzognero, che aveva consolidato la sua posizione coltivando rapporti con i ricchi privati, con gli ufficiali alla sicurezza e non aveva disdegnato relazioni con la criminalità organizzata.

E soprattutto che aveva interiorizzato l’odio per gli Stati Uniti.

Per dovere di cronaca si rammenta che già sotto Eltsin vennero avviate le prime azioni belliche contro il separatismo in Georgia nel ’91-’93, in Moldavia nel ’92, in Tagikistan nel ’92-’97 e in Cecenia  -dove c’era una considerevole produzione di petrolio russo- nel ’94-’96, coincidente con la prima guerra cecena.

La seconda guerra cecena inizia nell’estate del ’99 e procede fino al 2000, seguita da operazioni di guerriglia cecena fino al 2009.

Qui Putin usa una violenza senza limiti, simile all’attuale in Ucraina.

L’occasione cecena gli offre il destro per giurare ai Russi che avrebbe annientato  “i terroristi ceceni”. 

In quell’frangente corrompe alcuni capi ceceni per concludere vittoriosamente il conflitto, nato pretestuosamente a seguito di una serie di attentati -con centinaia di morti a Mosca- di cui vengono accusati appunto i terroristi ceceni. Non pochi, fra cui l’ex agente del KGB Aleksandr Litvinenko -assassinato a Londra col polonio radioattivo nel tè da agenti collegati al Cremlino- sostengono che fu l’FSB, erede del Kgb, a mettere le bombe.

Da allora, Putin è l’emblema della nuova Russia che ha l’obiettivo di risvegliare l’orgoglio perduto e che mira a riprendersi quello che la sconfitta della Guerra fredda e l’assoggettamento all’Occidente gli ha tolto.

Il suo attuale disegno aspira alla caduta dell’Ucraina, all’attacco ai Paesi Baltici con il fine di arrivare al Muro di Berlino.

Con fiera brutalità espone al mondo la decisione politica di invadere l’Ucraina, spiegando che essa va denazificazificata e demilitarizzata. Già da gennaio inizia a far confluire truppe alla frontiera ucraina ed avanza le sue condizioni: Ucraina fuori dalla Nato, e la Nato fuori dall’Europa orientale, disarmo delle Repubbliche Baltiche, di Polonia e Romania.

Putin ha avuto un’egemonia di fatto sui Paesi dell’ex Unione Sovietica e non intende rinunciarvi.

La crisi più grave ha riguardato nel 2013-2014 proprio l’Ucraina dove da tempo c’erano forti contrasti fra correnti politiche filorusse e filo occidentali in vista di un possibile ingresso nell’UE. Crisi conclusa con l’insediamento di un nuovo governo, espressione delle correnti filo- occidentali.

La Crimea – russa per lingua e storia- è un’altra area di crisi, proclama la sua indipendenza dall’Ucraina nel 2014, validità che non venne riconosciuta dalla comunità internazionale. In quella circostanza, gli Stati Uniti e i Paesi della UE appoggiano il governo di Kiev e decretano sanzioni economiche contro la Russia. 

La Russia è Putin?

Un Paese sconfinato che non si esaurisce alla sola capitale Mosca, che grazie a Putin -fuori dai confini della sua nazione amato soprattutto dalle destre sovraniste, anche in Italia da Fratelli di Italia e dalla Lega- ha ritrovato un’appartenenza identitaria, la nazione sente di dovergli tanto e lo segue, più di quanto si possa pensare.

Una parte considerevole della Russia lo appoggia, solo una minoritaria si è coraggiosamente opposta con azioni represse dal governo. 

Come già accaduto con altri dittatori nel passato novecentesco, anche Putin svolge la sua opera di indottrinamento, manipolando le informazioni sull’Ucraina.

E come già accaduto nel passato, alla stampa è imposto il bavaglio ad eccezione della Tass, agenzia di stampa ufficiale russa.

Mentre procede la drammatica evacuazione dei civili dall’Ucraina, mobilitati in una strenua resistenza interna guidata dal presidente Volodymyr Oleksandrovyč Zelenskyj – personaggio molto magmatico-,          la Russia è isolata. Isolazionismo incentivato dalle sanzioni economiche che hanno prodotto i primi fastidi interni: sono saltati i pagamenti elettronici, svalutato il rublo, chiusa per giorni la Borsa di Mosca, sono state ritirate le multinazionali dalla loro partecipazione nelle aziende russe, sono stati direttamente colpiti funzionari, militari, oligarchi russi a cui sono stati congelati i beni ed è stato imposto il divieto di ingresso in Europa e negli Stati Uniti. Una lista che comprende lo stesso Putin e uomini a lui molto vicini, Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino, Sergei Lavrov, ministro degli Esteri.

Il nostro domani

La preoccupazione è che il conflitto possa internazionalizzarsi a seguito dell’intervento militare di altre nazioni straniere o di organismi internazionali incaricati a ristabilire la pace come l’ONU. 

Al mondo globale basterà appellarsi all’interdipendenza degli Stati, alla reciproca dipendenza di Stati regolati da comuni interessi economici e strategici per far cessare la guerra?

Le notizie che ci raggiungono sono confuse, circolano molto sui social e senza controllo

perché è questa è anche una Guerra postcontemporanea in cui il reale si fonde con il virtuale, fatto in sé che ha potenziali rischi sul racconto degli eventi e sulla loro corretta percezione e comprensione.

Siamo in grado di avere una visione futura?

Sappiamo che in atto l’Ucraina -da Nord-Nord Est (le città di Kiev, Chernihiv, Kharkiv), da Sud-Est (Mariupol) e da Sud (Kherson)- è nella morsa dell’esercito russo.

In molti ritengono che sarebbe più prudente e lungimirante evitare aiuti di armi all’Ucraina e reclamare unicamente negoziati di pacificazione.

Per converso, molti altri vorrebbero l’umiliazione di Putin, sottovalutando che ciò contiene germi pericolosi e che implicitamente comporterebbe l’umiliazione di tutta la Russia, fatto in sé non auspicabile perché potrebbe far smarrire la memoria del grande contributo che essa ha dato alla storia e alla cultura.

Dal momento che la sicurezza europea è sotto scacco, se dovessero fallire i negoziati di pace si aprono due vie, entrambe nebulose: che Putin rinunci per evitare la sconfitta o che la Nato- per paura del nucleare- chieda all’Ucraina di rivedere le legittime pretese, -sì diventare Stato sovrano, no aprirsi alla Nato – (procedimento di adesione peraltro molto lungo) e procedere con la sua neutralizzazione.

Un dato sembra certo, stiamo entrando in un nuovo assetto mondiale i cui sviluppi stanno prendendo forma sotto in nostri occhi.  

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