Garlasco: solo in nome della giustizia di Patrizia Zangla

Garlasco: solo in nome della giustizia di Patrizia Zangla

Presso la Questura di Milano ha avuto inizio l’incidente probatorio sul delitto di Chiara Poggi avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. Un confronto tecnico che potrebbe riscrivere l’intera cornice accusatoria. Verranno analizzati vecchi reperti tra cui Dna e impronte digitali. Materiali che potrebbero fornire elementi cruciali per ribaltare la verità processuale finora emersa. A dirigere l’accertamento, i periti Denise Albani e Domenico Marchigiani, affiancati dai consulenti nominati dai PM – Carlo Previderè e Pierangela Grignani – e dalla difesa – Luciano Garofano, l’ex comandante dei Ris di Parma oggi consulente di parte. Il collegio di esperti comprende anche rappresentanti delle parti civili e della difesa di Stasi: tra cui: Marzio Capra, Dario Redaelli, Calogero Biondi, Ugo Ricci e Oscar Ghizzoni. Le analisi potrebbero cominciare dalla documentazione di custodia dei reperti: un passaggio fondamentale per verificare l’integrità del materiale e accertare eventuali manomissioni.

I verbali dovrebbero specificare: chi ha conservato i reperti/in che modo/con quali garanzie di autenticità. Poi decidere l’ordine degli esami scientifici. Si può ipotizzare che si proceda all’analisi delle fascette adesive con impronte digitali, in particolare la numero 10, trovata all’interno della porta d’ingresso della villetta dei Poggi, in via Pascoli, dagli inquirenti ritenuta una delle prove più promettenti. 

“Garlasco: solo in nome della giustizia” di Patrizia Zangla

I PARTE

Quel 13 agosto 2007

Alle 13:50 a Garlasco nel pavese: un ragazzo telefona al 118, pacato ma un po’ ansimante, dice: “Serve un’ambulanza. Credo che abbiano ucciso una persona in via Pascoli. Passano degli attimi, dice: “Non sono sicuro, forse è viva ” … “Adesso, sono andato dai carabinieri, c’è sangue dappertutto, lei è sdraiata per terra”. “È una sua parente?”- chiede la voce dall’altro capo del telefono- lui risponde: “è la mia fidanzata”.  

La ragazza sarà ritrovata morta in una pozza di sangue nella villetta in cui viveva con la famiglia a Garlasco sulle scale che portano alla cantina, sembrerebbe colpita con un oggetto contundente.

Sembrerebbe in un gesto di impeto. Nell’abitazione non vi era nessuno, eccetto la giovane, perché i genitori e il fratello, Marco, erano in vacanza in Trentino. Sembrerebbe che la ragazza apra la porta di casa in modo spontaneo – indossa il pigiama- sembrerebbe che ignara apra la porta al suo assassino perché lo conosce.  

Lei era Chiara Poggi, 26enne, lui Alberto Stasi, 24enne.

Non sapevamo che quell’atroce delitto sarebbe diventato un caso giudiziario enigmatico e labirintico le cui tante implicazioni di carattere sociale, etico, politico in senso lato, tra i casi più importanti della storia nazionale. Una ragnatela di implicazioni fitta di ritrattazioni e silenzi, menzogne e omissioni, misteri rimasti celati.

Non c’entra quel nostrano voyerismo per i casi di cronaca nera, né l’attenzione mediatica che di sovente accompagna i casi giudiziari. Il delitto di Chiara Poggi sembra essere molti di più e di più grande di un caso passionale, lega una scia di fatti sconvolgenti che chiamano in causa, uno dopo l’altro allineati, esoterismo – pedofilia- disturbi alimentari come bulimia e anoressia-uso di cocaina-strani suicidi di ragazzi della zona tra il 2008 e il 2014- messe nere con le storie di apparizioni, esorcismi e ricatti- una rete di strani bonifici- potere e Massoneria. C’è qualcosa di sfuggente in questa storia. Qualcosa di inquietantemente cupo e minacciosamente torbido come riferiscono anche le testimonianze ritrattate e il velo di protezione su alcuni.

Facciamo uno sforzo di immaginazione, sono giorni di afa insopportabile che precedono il Ferragosto con le strade del paese deserte ma dalle case così vicine che tutti vedono tutto, conoscono i movimenti di un’auto o di una bici. È un paese piccolo in cui tutti si conoscono e sono legati da reti parentali, anche da gelosie e invidie come è tipico della provincia.

È come se in quei giorni su Garlasco ci fosse una cappa opprimente. Il paese era noto soprattutto per il locale “Le Rotonde”, dal potente richiamo, tanto da far ribattezzare Garlasco la “Las Vegas della Lomellina”.

In quei giorni si sussurra. Si racconta e si parla. Poi ci si ritrae e si dice sempre meno. Oggi si dice: «sembra che mezzo paese sappia la vera verità». E di Stasi c’è chi dice: «Il colpevole perfetto…», «il meno potente».

Poniamo il focus sulla vicenda.

A un mese dal delitto, il 24 settembre, Alberto Stasi è arrestato con l’accusa di omicidio. Ma quattro giorni dopo viene scarcerato dal GIP per insufficienza di prove.

È il preludio a un procedimento giudiziario lungo e controverso.

Un giovane GUP

Era il 17 dicembre 2009 quando un giovane GUP (giudice dell’udienza preliminare) di Vigevano assolve in primo grado Alberto Stasi nel frattempo accusato dell’omicidio della fidanzata. Il GUP è Stefano Vitelli, le cronache del tempo lo apostrofano come “giudice iper-garantista” che non condanna quello che, per l’opinione pubblica, è il possibile responsabile del crimine. È il “ragionevole dubbio” che lo porta ad assolvere Stasi. Dirà: “assolvere non è una sconfitta dello Stato, ma è una vittoria!”. Significa che- se studiati, gli atti lasciano un ragionevole dubbio, allora bisogna indietreggiare. Forse non si è abituati alla Logica, il ragionamento di Vitelli è logico non solo di elevata onestà intellettuale e professionale. Un giudizio ponderato e responsabile.

La condanna definitiva ad Alberto Stasi

Ma il procedimento giudiziario non si ferma lì: vede due assoluzioni e un rinvio in Cassazione seguito da due condanne. Si conclude dopo cinque gradi di giudizio, tra assoluzioni e sentenze di condanna, con la decisione finale della Corte di cassazione che  condanna nel dicembre del 2015 Alberto Stasi a 16 anni di reclusione.

Stasi si proclama innocente, sconta la sua pena, esce regolarmente dal carcere dal 2023 per lavorare come contabile nell’ambito dei programmi di riabilitazione dei detenuti.

Alberto Stasi è condannato dunque in via definitiva, negli atti si legge che era «completamente imbrattato di sangue» e che quella mattina del 13 agosto in venti minuti – precisamente ventitré minuti- dopo aver massacrato con ferocia sanguinaria la fidanzata, torna a casa sua in bicicletta, una bicicletta da donna nera, e si metta a lavorare alla Tesi di Laurea in Economia.

Il suo alibi è fragile, sembra sia l’ultima persona ad aver visto la giovane viva, a suo carico non prove ma gravi indizi di reato e un movente nebuloso: le sentenze parlano di un generico attacco di rabbia di Stasi. Il movente dell’omicidio, mai chiarito, resta un elemento fumoso al pari della mancanza dell’arma del delitto, mai ritrovata.

Ma gli inquirenti concentrano le indagini solo su di lui, mentre l’opinione pubblica, come accade spesso, si divide fra “colpevolisti”, i più -tuttora presenti in particolare tra giornaliste e criminologhe che ripropongono ragionamenti illogici persino rabbiosi- e “innocentisti” -i meno-. Di certo, quello studente della Bocconi, anche per i facili  pregiudizi, da subito non piace. I quotidiani di allora tracciano l’identikit di un colpevole dal comportamento freddo e distaccato, mentre lei è descritta come una ragazza timida, poco inserita nella compagnia del fidanzato.

La Cassazione nel 2021 conferma e respinge la richiesta di revisione della condanna. 

La condanna verte su alcuni elementi chiave: che lei, Chiara, apra a una persona nota;

che lui, Alberto, non ha un alibi, ritenendo che gli orari durante i quali stava lavorando al pc gli avrebbero dato un margine per muoversi;

che il suo racconto del momento della scoperta del cadavere è ritenuto incongruo e illogico;

che possedeva e indossava scarpe della marca e del numero dell’aggressore, le cui tracce con sangue sono rinvenute sul posto e in bagno;

che l’assassino si è lavato le mani dopo aver ucciso e che sono trovate solo le impronte di Stasi sul dispenser del sapone in bagno.

Sono gli elementi indiziari che i giudici hanno ritenuto concordanti e sufficienti per la sua condanna.

2025, l’indagine si allarga

Le domande si rincorrono e si intersecano fra loro: Alberto Stasi ha raccontato tutto quello che sa su quel 13 agosto 2007?

L’ora del delitto è quella o è stata approssimata o persino aggiustata?

Le prime indagini del 2007 sono state svolte prive di qualsiasi inquinamento? C’è stato invece un depistaggio, con reali depistatori? E se così è, a quale scopo, per nascondere o proteggere chi e cosa? 

Non siamo in grado di rispondere.

Chiara Poggi non ha retto una verità devastante, un terribile segreto ed è per questo che è stata brutalmente percossa fino ad essere abbandonata giù dalla scala della cantina ancora agonizzante? Un segreto riguardante chi?

Per dare l’idea del labirinto in cui stiamo entrando, aggiungiamo che Chiara aveva un Diario che non è mai stato trovato, che in una conversazione con un’amica sembra dica: “Mi sento osservata!”

Qualcuno controllava la ragazza? E da quando e perché?

Non siamo in grado di rispondere.

I Poggi, i genitori della giovane, protetti per anni da un velo di rispetto, appaiono persone semplici che si fanno guidare, la signora dopo la morte della figlia ha chiamato in casa una veggente per entrare in contatto con la defunta. L’episodio riferisce lo strazio di una madre, ma anche l’allontanamento dal piano del reale. Essi hanno per ogni domanda spiegazioni semplificate di una realtà molto complessa e fitta di zone d’ombra e buie.

E ancora, quali sono le altre persone vicine a Chiara, oltre il fidanzato?

C’è il fratello Marco Poggi, al tempo diciannovenne. Rimasto per anni nell’ombra protetto da un alibi “perfetto”, era in Trentino coi genitori. Il suo è stato negli anni un profilo controllato, mai una dichiarazione sopra le righe.

Testimoni -all’inizio un contadino – dichiarano di aver visto il Suv della madre la notte del delitto e che nella casa della nonna a Gropello: quella notte c’erano le luci accese delle stanze del piano superiore. Che poi sono state spente.

Chi era in casa quella notte? Non l’anziana proprietaria che era ricoverata.

                                                                                 To be continued

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