Francia, terroristi rossi, richiesta di estradizione: e ora?
FRANCIA, TERRORISTI ROSSI, LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE: E ORA? di Patrizia Zangla
E ora? L’operazione Draghi-Macron scuoterà le coscienze? Quali coscienze? Lo Stato sentirà una scossa alla sua di coscienza?
Ripenserà a quegli anni e responsabilmente si farà carico di riflettere non unicamente sui protagonisti di quegli anni, sulle loro colpe, ma sulla sua di condotta? Così da ricomporre i tasselli di una storia durata vent’anni, dal 1968 al 1988, e poterla affidare alle giovani generazioni che di quegli anni non sanno nulla?
Così da coprire il silenzio -un silenzio di piombo- su quel tempo che appartiene ai ricordi in bianco e nero?
Nell’immediato della notizia dell’Operazione “Ombre Rosse” in cui sette terroristi rossi sono posti in stato di fermo in Francia – i brigatisti Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, Narciso Manenti dei Nuclei Armati per il contropotere e Giorgio Pietrostefani di Lotta Continua, e Luigi Bergamin dei Proletari Armati per il Comunismo e Raffaele Ventura delle Formazioni Comuniste Combattenti costituitisi giorni dopo, mentre è latitante il br Maurizio Di Marzio- in Italia si è aperto il dibattito.
E se in Francia su Liberation gli intellettuali pubblicano l’Appello per negare l’estradizione, in Italia si sono aperti i fronti, molte testate hanno assemblato tutti i fermati come appartenenti alle Brigate Rosse, nei diversi programmi televisivi -quelli che quotidianamente vedono gli stessi opinionisti- anche i parenti delle vittime hanno manifestato il dolore mai sedato, i politici di vari schieramenti hanno plaudito sottolineando come “la giustizia possa fare il suo corso nel rispetto della memoria delle vittime” e vecchi giornalisti hanno approfittato per rammentarci il loro allontanamento da quei fatti e- in alcuni casi- per reiterare un mea culpa, chi come Mughini li definisce “la feccia della nostra generazione” e chi come Mieli (ospite di Formigli a La7) riferisce di essersi vergognato di aver firmato la lettera-appello de L’Espresso sottoscritta dall’intellighenzia del tempo. Un testo del giugno 1971 di protesta contro la ricusazione del giudice Biotti avanzata dal legale di Calabresi che aveva bloccato il giudizio, impedendo una seconda autopsia sul cadavere di Pinelli, la capofila era Camilla Cederna, tra i tantissimi firmano Liliana Cavani, Fellini, Argan, Natalino Sapegno, Dacia Maraini, Furio Colombo, Norberto Bobbio, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Natalia Ginzburg, Renato Guttuso, Margherita Hack, Primo e Carlo Levi, Alberto Moravia, Ferruccio Parri, Pier Paolo Pasolini, Eugenio Scalfari, Lucio Villari, Umberto Eco. Un testo esasperato nei confronti di una giustizia che appariva ingiusta perché priva di fine.
Paolo Mieli era allora in Potere Operaio e Giampiero Mughini era il direttore del giornale del movimento Lotta Continua, quello da cui è avviata la campagna contro il commissario Luigi Calabresi, l’uomo perbene dell’Ufficio Politico attorniato da tanto ‘permale’, iniziata dopo lo ‘strano volo’ di Pino Pinelli, volato giù dalla Questura a quattro giorni dalla bomba di Piazza Fontana a Milano, trattenuto oltre i limiti di legge e senza oggettivi riscontri. Per quella ‘finestra sul cortile’ che “per il caldo era stata lasciata socchiusa” dalla quale fa “un balzo felino” perché “fortemente indiziato” -come disse alla stampa il questore del capoluogo lombardo, Marcello Guida- l’anarchico del Ponte della Ghisolfa.
Le contestazioni più serrate sono di Lotta Continua, si rilevano le imprecisioni, le incongruenze delle dichiarazioni della Questura. Si individuano i dubbi e le riserve sulla presenza o meno di Calabresi nella stanza nel momento in cui Pinelli precipita nel vuoto, si giudicano poco ortodossi i metodi della Polizia che ricorre a violenze, ricatti, sotterfugi per estorcere una confessione. Le tante irregolarità che accompagnano l’indagine alimentano nell’opinione pubblica il convincimento vi sia qualcosa da tener nascosto.
Da quel tragico volo si parla di “strage di Stato”.
Ma tuttora resta il quesito: si può morire suicidi durante un interrogatorio di Polizia?
Ombre rosse
Oggi tutti i fermati sono in libertà con misure cautelari, tra essi -alcuni condannati all’ergastolo (Cappelli, Petrella, Tornaghi, Manenti)- Pietrosanti è il nome più altisonante, è il cofondatore con Adriano Sofri di Lotta Continua, condannato come mandante dell’omicidio di Calabresi. Secondo la giustizia il commissario è ucciso nel maggio 1972 da sicari di LC come ritorsione alla presunta uccisione di Pinelli.
L’Operazione “Ombre Rosse”, definita dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia di “portata storica”, vede sfilacciare un vecchio ‘nodo politico’ per cui la Francia con la Dottrina Mitterand aveva dato asilo ai rifugiati politici degli anni ’70 e ‘80 e successivamente ne aveva impedito l’estradizione.
Con la Dottrina Mitterand, proseguita negli anni con i presidenti Chirac, Sarkozy e Hollande, arrestatasi con Emmanuel Macron, la Francia aveva consegnato un’immagine di Stato attento ai diritti civili degli imputati. Anche l’Italia lo era, sarebbe ingiusto il giudizio contrario, non è del tutto esatto ritenere il nostro al tempo uno Stato assente di garanzie per i condannati politici, tuttavia, il nostro era un Paese dalla giovane democrazia, che era stato attraversato da forti scontri socio-politici, anche da eccessi e situazioni limite, estremismi, tensioni che si erano riverberate nei processi, ma che aveva visto anche l’utilizzo di sistemi poco ortodossi come il ricorso a torture per i prigionieri (cfr. Silenzio di piombo P. Zangla, Leone Milano 2020). In molti casi ritenuti criminali e per questo trattati come tali. Questo è un aspetto su cui non si può glissare: il criminale reitera il suo reato, compie altre azioni simili, questi prigionieri politici -come riferisce la loro documentazione-non hanno più commesso reati, perché era anche questo l’impegno stipulato con la Dottrina Mitterand, sarebbe pertanto più corretto parlare di azioni criminali commesse a fine politico.
La richiesta di «soluzione politica»
Nel 1988 si è dichiarata conclusa quella lotta armata da chi aveva colpito “il cuore dello Stato”, sono i
brigatisti Curcio, Moretti, Balzerani a farsi portavoce della richiesta inascoltata di “soluzione politica”.
È questo il vero nodo politico non sciolto (cfr. Silenzio di piombo, P. Zangla). Oltrepassando le recenti dichiarazioni che sottolineano le ferite della storia italiana “per l’alto tributo di sangue versato e per l’attacco alle istituzioni della Repubblica”, fatto in sé lapalissiano, è invece necessario riavviare il processo abortito di richiesta di “soluzione politica” e di riflessione storico-politica su questi anni, per spiegare i passaggi storici e avviare quest’operazione di chiarezza soprattutto per le giovani generazioni.
Quelli dal 1968-al 1988 sono anni certamente segnati dal sangue e dal piombo a cui hanno fatto seguito anni di silenzio su fatti che esigono corretta storicizzazione.
Nell’attuale narrazione storica si trascura -più o meno strumentalmente- sulla strategia della tensione che opportunamente ha lavorato sottotraccia e con la regia atlantica con il proposito di provocare -riuscendovi- le reazioni. La radicalizzazione degli scontri armati ha innescato l’esplosione -che di fatto accade – non per un caso fortuito ma perché abilmente congegnata. È documentato il progetto della guerra rivoluzionaria teorizzato nel 1965 con il proposito di provocare azioni di guerriglia affinché venissero sospese le garanzie istituzionali. Come è documentato nei primi anni ’70 il rischio di un colpo di Stato sul modello di quello greco per realizzare forme di nuove dittature fasciste.
Scorrendo la cronaca di quegli anni ricompare dato costante come nelle grandi città quotidianamente vi siano azioni violente, scontri e cariche della Polizia, lancio di candelotti lacrimogeni contro occupanti delle università e militanti della sinistra rivoluzionaria che si chiudono con fermi e arresti. Solo soffermandosi sul 1969, quello della strage di Piazza Fontana, emerge un quadro allarmante. Giusto per annoverare alcuni fatti: a febbraio a Roma vi sono scontri e arresti fra Polizia e Movimento Studentesco in occasione della visita del presidente americano Nixon in Italia, a Milano nell’aprile 1969 si organizza un corteo contro la Nato. Vi sono aggressioni contro i fotoreporter nel corso di scontri durante la manifestazione dell’11 aprile per la solidarietà ai morti di Battipaglia (Salerno) di alcuni giorni prima -vi erano stati gravi incidenti, si spara nella folla, muoiono due operai. L’estate del ’69 è rovente, si registra un’altra serie di attentati, è chiamato “L’agosto dei treni”. Scopriremo sulla base delle inchieste giudiziarie che sono tutti organizzati da Ordine Nuovo. Anche l’autunno è “caldo”, esplode la protesta operaia avviata dalla scadenza triennale dei contratti di lavoro, come si diceva allora, degli ‘operai cottimisti’.
È inoltre documentato come i gruppi estremisti anarchici e comunisti fossero doppiamente posti sotto vigilanza da infiltrati dell’estremismo neofascista e da quelli dei Servizi segreti. Un fenomeno che prosegue con più forza e rabbia negli anni ’70: Reggio Calabria dal luglio a febbraio esplode la sommossa popolare cavalcata dal MSI, a settembre a Roma vi è la manifestazione antimperialista in occasione della visita di Nixon, l’anno dopo nel novembre 1971 sempre nella capitale vi è un’altra manifestazione antifascista. Ripetutamente accade nel 1972, a gennaio a Milano il Movimento Studentesco contro le violenze neofasciste, a marzo c’è una nuova mobilitazione in occasione del processo a Valpreda (il processo si apre nel febbraio ’72 a Roma, è trasferito a Milano e a Catanzaro), a ottobre al Pantheon si raccolgono le firme per la liberazione di Valpreda e degli anarchici accusati di aver eseguito gli attentati terroristici del dicembre ’69.
E mentre si protestava, funzionari italiani come Federico Umberto D’Amato direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, si adoperavano a depistare, occultare, favorire i responsabili delle stragi nere. D’Amato, iscritto alla P2 di Licio Gelli, aveva stretti rapporti con Stefano Delle Chiaie e con molti della destra eversiva.
Torniamo ad oggi
Corrado Formigli (su La7 proprio nel programma televisivo citato) parlando con Mieli fa riferimento -in modo grossolano e sbrigativo- al testo «Io so» di Pasolini, aggiunge: se non sai “rifletti”, “cerca le prove”.
A questo punto, bisogna ricordare questo scritto di Pierpaolo Pasolini in cui denunciava la mano di esponenti del governo, di settori delle Forze armate e di Polizia e dei Servizi segreti italiani e statunitensi dietro le stragi compiute da gruppi neofascisti, da Piazza Fontana a Milano sino alla bomba del treno Italicus sulla linea Bologna-Firenze del 4 agosto 1974.
Io so, testo che ripete in modo martellante l’anafora Io so, è un capolavoro da far conoscere alle giovani generazioni.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. […].
(Cos’è questo golpe? Io so, Corriere della Sera ,14 novembre 1974)
È certamente corretto che si sconti la pena in relazione al reato commesso altrimenti vi sarebbe un duplice affronto nei confronti delle vittime e di quei terroristi che hanno scontato la loro pena con anni di carcere.
Si resta in attesa, ma non del rientro n Italia dei terroristi rossi, ma di un sussulto di coscienza che apra alla richiesta di “soluzione politica”, che rompa il silenzio assordante sugli anni di piombo.
