DOPO VILLA PAMPHILJ GLI STATI GENERALI PER IL SUD

DOPO VILLA PAMPHILJ GLI STATI GENERALI PER IL SUD

DOPO VILLA PAMPHILJ GLI STATI GENERALI PER IL SUD di Maurizio Ballistreri

Gli Stati generali dell’Economia erano davvero un’ottima idea, che, purtroppo, per responsabilità congiunte di governo e opposizione non hanno prodotto i risultati possibili: l’esecutivo perché diviso, con il premier che li ha trasformati in una passerella ad uso e consumo personale; l’opposizione che ha cercato di trasformarli in “disunione nazionale”, per indebolire l’Italia a livello internazionale, incentivando la diffidenza, sovente strumentale, nei nostri confronti.

Una iniziativa su cui, alla fine, hanno pesato anche due questioni di non poco conto, certamente non positive.

La prima, la convocazione di parti sociali che, da sole, non sono rispondenti all’attuale effettiva rappresentanza del mondo imprenditoriale e del lavoro, poiché nuove associazioni datoriali, dinamiche e in veloce crescita, e altre organizzazioni sindacali, presenti in modo significativo a livello territoriale e aziendale, sono ormai protagoniste di un importante pluralismo che non può essere ancora mortificato dalla cristalizzazione nei vecchi e superati stereotipi del “club esclusivo”, in cui si entra per reciproco riconoscimento (e per mutuo sostegno…) dei soggetti collettivi “storici” degli interessi.

La seconda poi, lo scarso rilievo assegnato ai temi del Mezzogiorno, il quale nella prospettiva dell’utilizzazione della quota maggiore del Recovery Fund da 750 miliardi di euro, che sembra verrà assegnata all’Italia dall’Unione europea, oltre ai prestiti e ai finanziamenti della Banca centrale europea e a quelli previsti eventualmente dal Meccanismo Europeo di Stabilità per il sistema sanitario, rischia di essere mortificato, perdendo così, una occasione storica, forse l’ultima per uscire dal ghetto del sottosviluppo sociale ed economico, di una così ampia disponibilità di risorse per finanziare la ricostruzione e il rilancio territoriale.

E’ da tempo ben chiaro cosa serva per rilanciare il Mezzogiorno d’Italia, se lo si vuole davvero.

Secondo la Svimez, prima della diffusione della pandemia nel Mezzogiorno si delineava una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, aveva ripreso a muoversi al Nord dopo la crisi del 2008, e una dinamica sociale al Sud escludente una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, con l’ampliamento delle sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione, soprattutto nelle periferie delle grandi aree metropolitane.

E’ noto come servano investimenti in infrastrutture immateriali – saperi, ricerca e reti di cablaggio – e materiali – strade, autostrade, porti, aeroporti in una logica di sistema – con il Ponte sullo Stretto quale opera strategica di collegamento, ferroviario e stradale secondo il progetto già definitivo e finanziabile, tra il Mezzogiorno, inteso quale base logistica nel Mediterraneo, e l’Europa, in grado di rendere uniforme l’alta velocità in tutto il territorio italiano, in una logica di coesione nazionale.

E allora, perché non promuovere gli “Stati generali per il Mezzogiorno”, in cui fare emergere, finalmente, se esiste, la capacità di mobilitazione delle classi dirigenti meridionali, ricordando quanto scrisse il grande meridionalista, l’avellinese Guido Dorso, a tal proposito, circa l’esigenza di “cento uomini d’acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea”, in grado di rompere le incrostazioni clientelari del passato e il dominio dei notabili e delle consorterie del Nord e del Sud d’Italia.

Serve una vera politica meridionalista, al di fuori delle stereotipate affermazioni di principio, fondata sull’unità del paese, sociale ed economica, che deve partire dall’integrazione tra Sud e Nord, non solo come obbligo democratico e di solidarietà sociale ma anche come interesse fondamentale nazionale.

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