De profundis di Cosimo Recupero
Le elezioni regionali di ieri in Abruzzo hanno più chiavi di lettura. La prima è l’avanzata leghista. La Lega si attesta su un ragguardevole 27,5, che comunque non è il 36% a cui era accreditata. Tuttavia, non vi è dubbio che questo attribuisca a Salvini il ruolo di guida della coalizione di centrodestra.
Il centrosinistra mostra ancora una residua vitalità, riuscendo in un compito che i sondaggi davano quasi impossibile, ovvero non farsi spazzare via lasciando definitivamente quell’area politica appannaggio dei grillini.
Chi ne esce con le ossa rotte è senz’altro il movimento, con uno striminzito 19,7 per cento dei voti, ben lontano da quel 39,8% delle politiche di meno di un anno fa.
Una vera disfatta per il movimento ma anche per Di Maio che, da ieri, sbiadisce sempre più sulla scena grillina. Non è un segreto che i dirigenti, o sarebbe meglio dire i padroni, del movimento 5 stelle stiano facendo scaldare a bordo campo il Che Guevara della Mondadori, al secolo Alessandro Di Battista, nella speranza di fare qualche goal a ridosso del novantesimo minuto.
La seconda chiave di lettura è che, se si guardano bene i dati (riportati nella tabella allegata), in effetti non perde solo il M5S, ma tutta l’area di governo. Ieri in Abruzzo l’affluenza alle urne si è ridotta, rispetto alle politiche del 2018, di circa 190.000 voti, ma le due forze di governo, insieme, ne perdono 122.000. Il movimento fondato da Grillo perde 185.000 voti, ma solo un terzo di questi vanno a vantaggio della Lega. Quindi, se Atene piange, Sparta non ride. Gli abruzzesi si sono spostati, più che verso la Lega, verso l’astensionismo, ingrossando quella sacca di indecisi che potrebbe essere determinante alle prossime elezioni per decretare la vittoria di questo o di quello.
Quindi anche Salvini deve stare molto attento. Si dice in giro che Giorgietti, uomo pragmatico molto vicino al leader leghista, abbia fatto distribuire delle foto di Renzi a tutti i membri leghisti del governo, come monito a non montarsi la testa ed a non fare la fine dell’ex Presidente del Consiglio che, evidentemente, aveva dato troppo peso ai suoi fatui successi elettorali.
In tutto questo si innesta un’altra questione importante che potrebbe essere il de profundis di Di Maio e del movimento. Si avvicina il voto sull’autorizzazione a procedere per Salvini. I grillini sono ormai in un cul de sac. Hanno di fronte una duplice alternativa, ovviamente. Votare no o votare sì al processo per Salvini.
Nel primo caso, con un no, sarebbero tacciati di doppiopesismo dai propri stessi elettori e rischierebbero una ulteriore emorragia di voti. Nel secondo caso, con un sì, darebbero il pretesto a Salvini per rompere l’alleanza ed andare al voto subito. Insomma, come la fanno, la sbagliano.
Le prossime settimane saranno decisive per l’evoluzione dello scenario politico italiano. A marzo si vota anche per le primarie PD e chissà che, una eventuale vittoria di Zingaretti, non rappresenti l’unico elemento di novità nel panorama politico, che potrebbe segnare la definitiva condanna dei grillini alla irrilevanza politica.
