De Mita: questa epidemia cambierà le nostre vite
L’INTERVISTA DEL PRESIDENTE CIRIACO DE MITA TRATTA DA “IL MATTINO DI AVELLINO” DEL 31 MARZO 2020
De Mita: questa epidemia cambierà le nostre vite «Rispetto al terremoto c’è l’isolamento forzato delle persone e l’incertezza sulle prospettive future» «Non esiste un caso Irpinia, eccessivi i giudizi negativi sul servizio sanitario provinciale»L’INTERVISTANicola BattistaCiriaco De Mita, chiuso in casa a Nusco come tutti, segue l’evolversi dell’epidemia con il televisore costantemente acceso: i numeri dei contagiati, la triste contabilità dei morti, l’attesa del famoso «picco».«Senza dubbio – dice – si tratta di una situazione angosciante, anche perché inedita. Nessuno di noi ha mai avuto a che fare con un emergenza del genere. La gente è impaurita e non sa cosa le riserverà il futuro». Come si trova a fare il sindaco da casa? «Per la verità c’è ben poco da fare. Nel mio paese non si registrano problemi. Dobbiamo soltanto aspettare che passi la bufera».Per l’impatto avuto sulla vita quotidiana della gente, la pandemia ha riportato tutti al periodo del terremoto.«Si tratta di due vicende diverse. Il sisma dell’ottanta durò novanta secondi e causò tantissimi lutti. Ma poi venne anche il tempo della solidarietà, della speranza, della ricostruzione. La sciagura del Coronavirus ha invece determinato l’isolamento delle comunità e delle singole persone. Ognuno di noi percepisce che la propria esistenza è cambiata forse per sempre. Si apre una prospettiva d’incertezza piuttosto inquietante».In Irpinia ci sono state polemiche sulla capacità del sistema sanitario locale di affrontare l’epidemia. Dure critiche sono state rivolte ai manager di Asl e Moscati e allo stesso governatore De Luca. Lei cosa ne pensa?«Se fossimo in presenza di un fenomeno locale, le polemiche avrebbero senso. Ma ovviamente l’emergenza è globale ed è quindi molto difficile trovare un’organizzazione di grande efficienza. Per quale ragione? Perché abbiano confuso la politica, che indica gli obiettivi, con la gestione delle cose da fare. E la stessa pubblica opinione non ha aiutato. Fino a quando c’è stata la vita democratica, cioè il ’90, la discussione tra le persone c’era. C’erano anche idee diverse ma erano tutte convergenti a definire un problema e poi, quando il problema era risolto, c’era chi lo gestiva. Adesso invece si discute molto su chi gestisce e poco su come risolvere il problema».Ma all’ospedale di Ariano e al Moscati i disagi sono stati forti.«Anche io ho sentito e letto giudizi molto negativi negli ultimi giorni. Ma, lo dico con molta franchezza, li ho trovati eccessivi. Poi tutto concentrato in Irpinia, quando bastava allungarsi di qualche metro per riscontrare fenomeni uguali. Ciò accade perché la politica non è più aiuto, ma luogo di competizione. Mi ripeto: nella gestione delle strutture di servizio la discussione continua ad incentrarsi sulle persone, mai sulle cose da fare. Io sono cresciuto senza mai ipotizzare di avere la comprensione dei processi, mi sono sempre impegnato a capire e a riflettere. L’invettiva non porta da nessuna parte. Del resto, basta vedere come sono andate le ultime campagne elettorali, per comprendere che nessuno ha voluto misurarsi con la vera politica. La crisi comincia quando la dialettica della politica non c’è più e viene sostituita dai cosiddetti nuovi, che sono nuovi nel senso di non conosciuti, non perché portino novità».A qualcuno staranno fischiando le orecchie…«In Irpinia nell’ultimo periodo, la dialettica politica è fatta solo di scontri. Ma, nella mia lunghissima esperienza, non mi sono mai concentrato sulle accuse, ho lavorato sempre per concorrere a fare, non per criticare le cose che non si fanno. La legittimazione della rappresentanza non è giudicare, ma aiutare a capire, nel senso di sollecitare la riflessione. La democrazia vive di convergenze di opinioni. Quando mancano le opinioni c’è lo stravolgimento perché si scelgono le persone per una funzionalità che non conoscono. Su questo non hanno aiutato, la stampa, la magistratura, le istituzioni». Il nodo è la crisi della rappresentanza politica?«Una volta gli eletti erano i rappresentati degli elettori, non del potere locale. C’era un gruppo dirigente di persone non improvvisate che emergevano nella pluralità delle opinioni politiche. Io vivo in questa provincia ormai da quasi un secolo e posso dire che un tempo si utilizzava il dialogo per aiutarsi e non per protestare. La rappresentanza politica ha perso identità di pensiero dal 1988. Oggi si sceglie l’eletto pensando che gestisca meglio il potere. I candidati sono quasi tutti di una modestia insopportabile. Sono persone che ritengono che l’elezione consenta potere e non funzioni. Lo dico con grande preoccupazione: quando il sistema politico non ha la rappresentanza ma i capi, finisce la radice democratica».
