Covid 19 e le chiacchiere da salotto di Giuseppe Ruggeri
GIULIO TARRO, IL CORONA-VIRUS E LE CHIACCHIERE DA SALOTTO di Giuseppe Ruggeri
Come le “stelle” di A. J. Cronin che, dalle loro somme altezze, stavano a guardare quanto si svolgeva sotto il cielo, i nostri ben più modesti rilievi peloritani assistono oggi, ugualmente impassibili, al gran disordine che il più blasonato dei virus – non per niente indossa in testa una fastosa “corona” – ha seminato in città. L’allarme internazionale che affonda sempre più i mercati, grazie anche alle sprezzanti affermazioni di una Lagarde qualsiasi – ce ne sono tante, in Europa – si avvale di settimane una cassa di risonanza senza precedenti, che supera di gran lunga il baccano assordante dei mezzi d’informazione canonici. Parliamo dei social. Di facebook, in particolare. Com’è – debbo dire purtroppo – mia inveterata abitudine, consulto spesso il mio smartphone in luogo di pagine ben più interessanti di libri che giacciono da tempo intonsi sul mio comodino. Lo faccio per rapidità d’informazione, ma anche, lo confesso, per non sentirmi fuori dal dibattito – un vezzo e una fragilità che fanno ormai parte della mia, della nostra vita. D’altronde, se un sindaco di città metropolitana ha fatto ormai di FB il suo più efficiente ufficio stampa, perché anch’io, nel mio molto piccolo, non dovrei cimentarmici?
Sull’emergenza corona-virus – chi mi conosce lo sa bene – ho fin dall’inizio mantenuto un atteggiamento guardingo, per non dire diffidente. Conosco, per esperienza personale, il clima che tira nelle redazioni di giornali e quotidiani permanentemente sguinzagliate alla ricerca dello “scoop” e dell’esclusiva. E conosco anche, per motivi di professione, le estreme contraddizioni della scienza, una tra tutte – e forse la più pericolosa – l’autoreferenzialità, la ricerca del prestigio di personalità che, anziché produrre risultati all’interno di ricerche serie e volte al servizio pubblico, sgomitano per farsi largo e guadagnarsi una posizione nel patinato “jet-set” di prime colonne e “talk-show” televisivi. Sicché, come stragi e terremoti sono pane per i catastrofisti prezzolati dell’ultima ora, le epidemie, specie su vasta scala, danno voce ai tanti che, non avendo combinato granché nella loro vita, sentono necessità di riscattare un’inazione dettata, almeno alle volte, dalla pochezza della loro preparazione professionale. Sciascia stigmatizzò, com’è noto, i “professionisti dell’antimafia”. Ma esistono anche, badate bene, i “professionisti dei disastri” che, in tempi di corona-virus, sono affiorati dalle viscere della terra come i “Rumors” dell’omonima pellicola – ricordate?
Per tentare di mettere un po’ d’ordine in questa “bailamme”, ho pensato di chiedere chiarimenti sull’epidemia del secolo al professor Giulio Tarro. Messinese, 82 anni, Tarro è considerato il “figlio scientifico” di Albert Bruce Sabin, che ebbi l’onore di conoscere nel novembre 1991 quando venne a Messina per riceverne la cittadinanza onoraria. Lo scopritore del vaccino contro il virus della poliomielite ha svolto insieme a Tarro studi ed esperimenti nell’università di Cincinnati (USA) sulla relazione tra tumori e virus e lo stesso Tarro è autore di testi scientifici che spiegano il collegamento tra sistema immunitario e oncogenesi. Secondo Tarro, il panico indotto dal corona-virus è da ritenersi ingiustificato, potendo la malattia essere assimilata alle periodiche influenze stagionali che annualmente colpiscono le comunità con una diffusione variabile, a seconda che i focolai vengano per tempo circoscritti o, come nel caso presente, che sfuggano al controllo epidemiologico per migrare altrove.
“Il tasso di mortalità associato al COVID-19” spiega infatti il virologo “potrebbe inoltre essere considerevolmente inferiore all’1 per cento anziché del 2 per cento riportato da alcuni gruppi, come dichiarato da Anthony Fauci del National Institute of Allergy and Infection Diseas statunitense, sulla base di un rapporto incentrato su 1099 pazienti con COVID-19 confermato in laboratorio provenienti da 552 ospedali cinesi. Questi pazienti presentavano un ampio spettro di gravità della malattia, e se si presume che il numero di casi asintomatici o minimamente sintomatici sia di diverse unità di grandezza superiore a quello dei casi riportati, il caso di fatalità della malattia ricadrebbe molto al di sotto dell’1 per cento. Ciò suggerisce che le conseguenze cliniche complessive del COVID-19 potrebbero in definitiva essere simili a quelle di una grave influenza stagionale, che presenta un tasso di fatalità dello 0,1 per cento circa”.
Riguardo l’attuale “tam-tam” mediatico e i suoi effetti, Tarro ribadisce quanto già dichiarato in precedenza a diversi organi stampa nazionali, e cioè che “per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati dobbiamo fare a meno di un’informazione che provoca ansia ed è piena di falsi appelli a non farsi prendere dal panico, perché a questo punto anche una influenza stagionale non dico dell’anno scorso ma di quegli anni in cui effettivamente è stato notato un incremento dei casi – vedi l’aviaria, la suina, quella stessa di quest’anno – avrebbero potuto portare a una simile emergenza”.
Resta, secondo Tarro, il problema delle strutture. “L’attuale virosi da Corona-virus” spiega “si distingue da una normale influenza per la velocità di diffusione che può portare a un eccesso di casi, con contemporanea necessità di dover ricorrere ai respiratori e ai reparti di terapia intensiva che abbiamo politicamente cancellati prima e non deliberati poi ad inizio dell’epidemia (per esempio come fatto in Francia)”.
Giulio Tarro, come tutte le personalità in vista, ha anche i suoi detrattori. Non pochi, ad esempio, gli rimproverano la sua ferma posizione nei confronti dell’obbligo vaccinale. Nella sua recente pubblicazione “10 cose da sapere sui vaccini” Tarro sostiene che “i vaccini non sono tutti uguali: alcuni sono sicuramente efficaci, alcuni hanno scarse prove di efficacia, per altri il rapporto rischio/beneficio è ancora da determinare. Occorrono studi indipendenti e completi di tutti i dati… Invece oggi la letteratura è distorta e parziale e buona parte dei dati non viene fornita, quindi non si è in grado di capire quanto viene compresso o quanto viene omesso” (p. 174). La medicina di oggi è piena di conflitti di interesse: nel condurre gli studi i ricercatori sono finanziati dalle ditte farmaceutiche e “questo fatto condiziona le conclusioni degli studi nel 90 per cento dei casi” (Richard Smith, British Medical Journal, www.bmj.com, pag. 24).
In questo, lo scienziato messinese si è duramente confrontato con Roberto Burioni, ordinario di virologia al San Raffaele di Milano e assunto alla ribalta nazionale per la sua recente polemica con la direttrice del Laboratorio “Sacco” di Milano Gismondo, colpevole di aver osato minimizzare la portata di una virosi che aveva condotto al limite della tolleranza i suoi collaboratori a causa dei turni estenuanti a cui erano sottoposti per effettuare i test di riconoscimento. “La signora è stressata” aveva commentato sprezzante Burioni, provvedendo tuttavia qualche tempo dopo a inviarle pubbliche scuse.
Molto critico nei confronti di Burioni con il quale ha avuto più di un confronto pubblico, Tarro non usa mezzi termini. «Penso che Burioni capisca poco” è il suo tagliente giudizio sul collega “ovvio che i vaccini possono essere utili in alcuni soggetti, inutili in altri e dannosi in altri ancora. Ma non penso ci possa essere un colloquio con persone del genere».
Ma Burioni non perde tempo. Ha appena dato alle stampe per Rizzoli il suo ultimo libro, dal prevedibile titolo “Virus, la grande sfida”, i cui proventi – ha assicurato a Fabio Fazio che l’ha di recente invitato come ospite d’onore della trasmissione “Che tempo che fa” – saranno interamente destinati alla ricerca sul corona-virus.
