CULTURA&POLITICA Virgilio fa parlare Titiro e Melibeo per la Pace e contro l’Imperialismo nel 40 a.C.

CULTURA&POLITICA  Virgilio fa parlare Titiro e Melibeo per la Pace e contro l’Imperialismo nel 40 a.C.

Vigilio, poeta di Roma, poeta nazionale. Questo l’epitaffio sulla sua tomba:”Mi ha generato Mantova, il Salento mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai pascoli [le Bucoliche], campagne [le Georgiche], comandanti [l’Eneide][“. La sua visione del mondo, rappresentata in forma poetica, appare oggi di grande attualità. A segire il celebre dialogo tra Titiro e Melibeo scritto 2000 anni fa.

MELIBEO: Titiro, tu stando sdraiato all’ombra di un ampio faggio, componi un canto silvestre con un flauto sottile; noi lasciamo il territorio della patria e i dolci campi, noi fuggiamo la patria; tu, Titiro, rilassato all’ombra, insegni ai boschi a far risuonare la bella Amarillide.
TITIRO: O Melibeo, un dio ci ha concesso questa pace, infatti quello sarà per me sempre un dio; spesso un tenero agnello (preso) dai nostri ovili bagnerà (di sangue) il suo altare. Egli ha permesso che i miei buoi pascolassero, come vedi, e che io stesso suonassi con il flauto agreste ciò che volessi.
MELIBEO: Certamente non ti invidio; piuttosto mi stupisco: dovunque nei campi c’è scompiglio. Ecco io stesso afflitto spingo avanti le caprette; conduco anche questa a stento, o Titiro: qui, tra fitti noccioli, ha lasciato infatti ora due gemelli, speranza del gregge, ahimè, dopo averli partoriti su una pietra nuda. Spesso ricordo che le querce, colpite dal fulmine, predicevano a noi questa sventura, se la mente non fosse stata superficiale. Ma tuttavia, o Titiro, dicci chi sia questo dio.
TITIRO: Io ritenni, o Melibeo, da stolto, che la città che chiamano Roma fosse simile a questa nostra, dove spesso noi pastori siamo soliti portare i teneri nati. Così io ero solito paragonare le cose grandi a quelle piccole, cioè come sapevo i cuccioli simili alle cagne, e i capretti alle madri.
In verità questa città ha sollevato tanto la testa tra le altre città quanto i cipressi sono soliti (sollevarsi) tra i flessuosi viburni.
MELIBEO: E quale fu per te il motivo così importante di vedere Roma?
TITIRO: La libertà, che, benché tardi, tuttavia si voltò a guardare me inerte, dopo che la barba cadeva più bianca a me che la tagliavo; tuttavia si voltò a guardarmi e dopo lungo tempo venne, da quando mi possiede Amarillide e Galatea mi ha lasciato. Infatti, lo confesserò, finché mi possedeva Galatea non c’era speranza di libertà né cura del patrimonio. Benché molte vittime (quelle per i sacrifici) uscissero dai miei recinti e grosso formaggio fosse fatto per l’ingrata città, mai a me la mano destra tornava a casa pesante di denaro.
MELIBEO: Mi chiedevo stupito perché, o Amarillide, invocassi triste gli dei, per chi lasciassi pendere sull’albero i suoi frutti: Titiro era lontano da qui. Gli stessi pini, o Titiro, le stesse fonti, questi stessi arbusti ti invocavano.
TITIRO: Cosa avrei dovuto fare? Non mi era possibile uscire dalla schiavitù né conoscere altrove dei tanto generosi. Qui vidi quel giovane, o Melibeo, per cui dodici giorni all’anno i nostri altari fumano; qui egli per primo diede il responso a me che lo chiedevo: “Pascolate come prima i buoi, o fanciulli, aggiogate i tori”.
MELIBEO: O vecchio fortunato, dunque i campi rimarranno tuoi, e per te anche abbastanza grandi, benché la nuda pietra e la palude coprano tutte le cose con giunchi fangosi. Pascoli sconosciuti non danneggeranno le pecore gravide , né i cattivi contagi del gregge vicino nuoceranno. O vecchio fortunato, qui tra fiumi noti e fonti sacre riceverai il fresco ombroso; di qui a te, come sempre, dal confine vicino la siepe succhiata nel fiore del salice dalle api Iblee, spesso ti indurrà a prendere sonno con un dolce sussurro; di qui ai piedi di un’alta rupe il potatore canterà all’aria, né tuttavia intanto rauche colombe, tua occupazione, né la tortora cesserà di cantare dall’alto olmo.
TITIRO: Dunque cervi leggeri pascoleranno in aria e le onde lasceranno i pesci nudi sulla spiaggia e, dopo aver errato nei territori di entrambi o il Parto esule berrà le acque del fiume Arara o il Germano berrà il Tigri prima che il volto di quello scompaia dal mio cuore.
MELIBEO: Ma noi di qui andremo alcuni dagli Africani assetati, in parte berremo nella Scizia e presso l’Oasse che trascina fango e verso i Britanni del tutto separati dal resto del mondo. Ecco ammirerò mai dopo lungo tempo il territorio patrio e il tetto della capanna costruito con zolle rivedendo dietro qualche spiga i miei possedimenti? Un empio soldato possiederà questi campi così coltivati, un barbaro (possiederà) queste messi: ecco dove la discordia ha portato gli infelici cittadini; per questi noi abbiamo coltivato i campi! Innesta ora, o Melibeo, i peri, disponi le viti in ordine! Andate mie caprette, gregge un tempo felice. Io, dopo ciò, disteso in una grotta verdeggiante, non vi vedrò da lontano stare in equilibrio su una rupe piena di cespugli; non canterò alcun carme; senza che io vi pascoli, o caprette, brucherete il citiso in fiore e i salici amari.
TITIRO: Tuttavia avresti potuto riposare qui con me questa notte su un verde giaciglio: io ho dolci frutti, morbide castagne e abbondanza di formaggio, e già da lontano gli alti comignoli delle ville fumano e ombre più grandi cadono dalle sommità dei monti. G.F.

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