Craxi nell'Italia del garofano rosso di Patrizia Zangla

Craxi nell'Italia del garofano rosso di Patrizia Zangla

IL MALPAESE, BETTINO CRAXI NELL’ITALIA DEL GAROFANO ROSSO di Patrizia Zangla

Benedetto Craxi, per tutti Bettino, segretario e primo presidente del Consiglio del PSI, un uomo di quasi due metri, atletico, la cui biografia racconta sia stato ballerino di samba, giocatore di basket, nato a Milano nel ’34, il padre era prefetto a Como, morto a Hammamet –a gennaio 2020 ricorrono vent’anni- nella Tunisia del generale Ben Ali, al potere con un colpo di Stato, con cui aveva ottimi rapporti.

Epilogo triste cui tuttavia mal si accostano i termini di esilio e di martirio. Il suo nome si lega a molte vicende del Belpaese, per le molte torbide ribattezzato in Malpaese.

La nostalgia, si sa canaglia, porta i fedelissimi a rivalutare quel passato a confrontare la grande Italia degli anni Ottanta, la moderna Italia del garofano rosso, all’Italietta odierna, i suoi grandi politici ai piccoli odierni.

Nel rispetto delle singole opinioni, come da monito attribuito a Voltaire, e come richiede il rasoio di Guglielmo da Occam, senza moltiplicare gli enti oltre il necessario, seguiamo i fatti.

La politica. Bettino Craxi segue la tradizione socialista paterna, seguace di Pietro Nenni, sposa il nuovismo di cui diventa emblema. Nei contenuti e nella forma. Veste moderno, è mondano, frequenta i locali milanesi e romani di tendenza, così i luoghi di villeggiatura. Crede nella famiglia e nell’amore coniugale, a modo suo. Molte presenze femminili lo accompagnano. Un ottimista dall’aria vagamente socialista ripete il motivetto di Antonello Venditti. Comprende che in politica l’immagine conta e la porta in scena in stampa e Tv, anticipando l’amico Silvio Berlusconi.

Con incarico temporaneo è nominato Segretario, ma resta in carica dal ‘76 al ’93 e per la prima volta il PSI, dato per estinto, raggiunge il governo del Paese. Lo stesso anno, il ’76, in cui il PCI sembra in inarrestabile ascesa.

Due anni dopo, per la prima volta un socialista raggiunge il Quirinale, è Sandro Pertini –al confino forzato durante il regime fascista, fuggito in Francia, partigiano nelle Brigate Matteotti durante la Resistenza-.

È l’83 quando per il conferimento del mandato alla Presidenza del Consiglio, come si conviene al leader della modernità, si presenta in jeans. Serio l’ammonimento di Pertini che gli intima di cambiarsi, altrimenti non si scomodi a tornare!

Intanto Bettino, leader dei quarantenni d’assalto, accelera il passo sul nuovismo, il PSI cambia pelle e simbolo, la falce e martello su libro e sole nascente cedono il posto al garofano rosso. È lo strappo con il PCI.

Il rapporto era stato altalenante, dall’iniziale vicinanza alla polemica ideologica fino allo scontro con il partito e la Cgil quando si oppone al taglio della scala mobile, da cui ne esce vincente con un referendum, è l’85. Contrasta con il  PCI anche il suo proposito di rendere presidenziale la nostra Repubblica con l’assegnazione di maggiori poteri al Primo ministro.

Nel biennio ’88-‘89 riemergerà il vecchio tentativo di contendere alla Democrazia Cristiana il primato, ripropone -senza successo- l’offensiva contro il PCI con il fine di costituire un grande partito socialdemocratico. 

Il governo Craxi è nato sotto ottimi auspici, la congiuntura economica è positiva. I dati degli anni tra l’85 e l’89, in rapporto alla crescita economica, risultano i migliori degli ultimi tre decenni di storia italiana, il Paese cresce in ricchezza «il Pil ha incrementi annui tra il 2,5 e il 3 per cento e nell’88 sfiora il 4 per cento». Si contiene l’inflazione, aumenta lo sviluppo produttivo, l’Italia diviene la quinta potenza industriale.

L’alchimia dura fino all’aprile ’87, Craxi lascia Palazzo Chigi, il secondo governo si è concluso. Nel biennio ’89-’90 ritiene si possa segnare la definitiva rivincita socialista, è la fase alta dei consensi, analogamente quella della personificazione del socialismo nella figura del suo leader. 

Ma cambiamenti epocali sono alle porte, la caduta del Muro di Berlino e lo scossone alle ideologie ottocentesche. Milano intanto da cupa città delle bombe nere si fa colorato e frizzante epicentro della metamorfosi, griffe della Moda, finanza, speculazioni e … tangenti. Gianni Barbacetto stigmatizza i dati precisi: se la metropolitana di Amburgo costa 45 a km a Milano la Linea 3 costa 192 miliardi di Lire.

Gli avvisi di garanzia coinvolgono politici, manager, proseguono le indagini dell’operazione Mani pulite di Milano e le prime rivelazioni.

Il cambio di passo degli anni ’90 non gli è favorevole.

Alla presidenza della Repubblica è nominato un ruvido piemontese, Oscar Luigi Scalfaro, nella corsa sbaraglia il divin Giulio, Giulio Andreotti, e Arnaldo Forlani, non vuole conferire incarichi istituzionali a politici anche solo chiacchierati preferendo a Craxi Giuliano Amato.

Quando Craxi rassegna le dimissioni da segretario del PSI ha al suo attivo una ventina di avvisi di garanzia. Lo chiamano Bokassa come uno di quei dittatori africani.

Stenta a smorzarsi l’indignazione popolare materializzatasi all’uscita dell’Hotel Raphael dove alloggia, nel lancio delle monetine accompagnate dagli epiteti: «Craxi, prenditi anche queste!».

Sembrano risuonare gli anatemi preludio della Rivoluzione Francese all’indirizzo delle teste coronate: “Il re beve, la regina mangia, il popolo grida”. Perché in realtà in questi anni Craxi si è comportato come il re d’Italia e il popolo lo ha seguito, forse  persino amato, poi, si sente tradito.

Insofferenza e rabbia che anni dopo si trasformano in indifferenza alla politica.

Tra questi fatti s’incastonano alcuni tasselli da illuminare, il rapimento di Aldo Moro e la politica estera. (Fonti e approfondimenti in Silenzio di piombo, Patrizia Zangla Ed. Leone Milano, di imminente uscita).

Interessante il comportamento di Craxi e di altri politici socialisti nei fatidici 55 giorni, riduttivo ricondurlo solo all’aspetto della disponibilità alla trattativa con le Brigate Rosse per la liberazione dell’ostaggio, la posizione socialista è stata molto più articolata. Dato certo è che non sia favorevole al compromesso storico DC-PCI, Moro-Berlinguer, nell’ottica berligueriana pensato per scongiurare che la DC potesse scivolare su posizioni conservatrici o autoritarie.

Vicino alla Francia di Francoise Mitterrand e agli Stati Uniti –in Sicilia, a Sigonella, consente l’installazione degli «euro-missili» contro l’Unione Sovietica- stranamente anche vicino ai Paesi terzomondisti come si chiamano al tempo, vicino inoltre a Tito e all’Olp di Yasser Arafat, anche capo di Al Fatah.  

Nella politica internazionale raggiunge il suo massimo.

Con la crisi di Sigonella dell’ottobre ’85, gli italiani sono impressionati dalla sua capacità di fronteggiare il presidente statunitense Ronald Reagan, pronto a un intervento militare, durante il sequestro della nave Achille Lauro da parte di un commando del FPLP (Fronte Popolare Liberazione Palestina).

L’anno dopo si apre una nuova crisi a Tripoli, anche per questa tiene testa a Reagan. Segretamente Craxi avverte Gheddafi –si nasconderà in un bunker- del raid americano. Al tempo non si comprende perché l’Italia non reagisca ai missili che Gheddafi scaglia su Lampedusa, raggiungendo il largo. Se si ritiene vero l’avviso segreto di Craxi sono lanciati volontariamente fuori bersaglio.

Craxi è filoarabo o filoamericano? La desecretazione di documenti riservati getta un’ombra sul suo comportamento, chiarisce che i rapporti con l’amministrazione Reagan non erano affatto tesi, come si legge nella nota di Gorge Shultz, ministro degli esteri, e come dimostra il fatto che Sigonella sia usata per operazioni di supporto statunitensi.

Come un flash torniamo al ’93, al terzo governo Craxi che non decolla.

Con il governo Amato, la crisi economica rivela il suo volto: il debito pubblico raggiunge un milione di miliardi di Lire (463 miliardi di Euro), pari al 92% del Pil, Amato vara una manovra finanziaria da 93 mila miliardi.

Riaffiorano vecchie questioni e vecchi traffici -su questi anni aleggia lo spettro del Venerabile, Licio Gelli e la sua loggia massonica P2-, il crack finanziario del Banco Ambrosiano e dello Ior, Banca Vaticana, che s’intersecano con le nuove scoperte, il filo che porta il denaro attraverso Craxi e Claudio Martelli, suo delfino, al PSI, mentre si materializzano i conti personali di Craxi a Hong Kong.

Nuove indagini, rivelazioni, processi, suicidi. Spesso incautamente passati dalla macchina mediatica.

Con la fine della parabola craxiana si conclude un’epoca, subito ne segue un’altra, pronta a occupare lo spazio politico lasciato vuoto, con al timone Silvio Berlusconi. Come un fulmine, una va e una viene.

Berlusconi l’imprenditore politico di cui Craxi è amico e compare, testimone alle sue seconde nozze con Miriam Raffaella Bartolini, nota col nome d’arte Veronica Lario che ha come sua testimone Anna, consorte di Bettino. Negli anni d’oro –tra l’84 e l’85- Bettino aveva riservato all’amico Silvio tre vantaggiosi Decreti in materia di programmazione televisiva, al tempo monopolio della Rai.

Alle elezioni del ’94 Craxi non è ricandidato, non potendo più usufruire dell’immunità parlamentare, temendo la richiesta di confisca del passaporto, si rende latitante. Ripara a Hammamet in Tunisia.

Ultimo tassello da illuminare, la vicenda giudiziaria.

Un singolare ragionamento recita che: se tutti i partiti sono rei, nessuno è reo. Corretto se si legittima il furto e si elimina questo reato dal nostro codice penale.

Il sistema Craxi non era unicamente finalizzato a veicolare illeciti finanziamenti al PSI, ma anche -come si legge nella sentenza al processo All Iberian, confermata in Cassazione- allo stesso Craxi. Condannato con sentenze definitive per corruzione e finanziamento illecito complessivamente a dieci anni al processo Eni-Sai e Metropolitana milanese. Altri procedimenti si estinguono alla sua morte. Condanne non definitive ai processi Tangenti Enimont, Conto Protezione, Tangenti Enel; prescritto il reato al processo Tangenti All Iberian.

Pretestuoso il ribaltamento condotto da familiari e fedelissimi che utilizzano la tesi che «il carattere persecutorio e politico dell’azione giudiziaria lo costrinse a riparare in esilio».

Con due sentenze, del 2002 e del 2003,la Corte di Strasburgo respinge i ricorsi presentati contro la condanna per corruzione e illecito finanziamento dei partiti pronunciata nel ‘98 dalla Corte d’Appello di Milano sul caso Metropolitana milanese, vale a dire Craxi è «condannato per corruzione e non per le sue idee politiche».

Questi i passaggi salienti. Craxi e alla sua morte i familiari ricorrono alla CEDU, Corte Europea Diritti dell’Uomo, contro lo Stato.

Nel 2002 la Corte dichiara che non vi è stata violazione dell’art. 6 paragrafo1 (diritto a equo processo) e paragrafo3 b (diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa); che vi è stata violazione dell’art. 6 in ragione dell’impossibilità di interrogare i testimoni a suo carico deceduti o che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Con il ricorso è accusata la magistratura italiana di irregolarità nelle procedure legali delle intercettazioni durante il soggiorno tunisino di Craxi, ovvero di aver violato l’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e della propria corrispondenza).

Nel 2003, i giudici europei -col voto contrario di Vladimiro Zagrebelsky- rilevano che «le autorità italiane non hanno seguito le procedure legali» permettendo la diffusione delle conversazioni telefoniche intercettate e condannano lo Stato italiano alla pena pecuniaria irrisoria di 6.000 euro da dividere tra gli eredi ma la stessa Corte Europea precisa che le conversazioni rivestivano solo carattere privato con modesta o alcuna attinenza rispetto alle accuse penali.

Infine la Corte non accoglie la richiesta di risarcimento per i danni materiali subiti da Craxi fino alla sua morte.

I dati sono chiari, vanificano il tentativo di difesa –passato e attuale- e rendono vacui i discorsi sullo strapotere della magistratura non perché in sé non possa esistere ma perché questo non è stato un caso di hýbris.

Quando Bettino Craxi vola a Hammamet, la sinistra socialista è nel baratro, eretto a unico paradigma identitario, aveva offuscato la lunga storia partitica, il craxismo aveva oscurato il socialismo. La politica nazionale, coi socialisti italiani privi di riferimento, è alla ricerca di un sistema che stenta a trovare equilibrio mentre si radicalizza lo scontro politico e si tenta una nuova configurazione bipolare che per l’immutabile frammentazione partitica, come scriveranno i politologi, resta polarizzato.  

Dato sconfortante è forse questo: l’aver condotto il partito più antico d’Italia, il Partito Socialista Italiano, al suicidio. 

lwzws