COVID-19. SOSPESI di Patrizia Zangla
COVID-19. SOSPESI di Patrizia Zangla
Sospesi. Viviamo due vite. Una vita in questo spazio, io al mio tavolo da lavoro in questa terza domenica di isolamento, in questo adesso, in questo istante, in questa stanza, in questa città.
Tu che in questo momento mi stai leggendo. Ovunque tu sia. Questa la nostra condizione in una vita non concreta, non reale. Virtuale.
La seconda vita, quella che vorremmo tornare a vivere presto, la vita non virtuale. Concreta. Reale.
A forza di dirci che dovevamo condividire, che dovevamo essere social, inconsapevolmente o consapevolmente, siamo entrati in un mondo virtuale che ha sostituito quello reale che paradossalmente ora è rovesciato perchè il virtuale è reale.
Siamo costretti a vivere virtualmente, non ci possiamo vedere realmente, non ci possiamo toccare.
Mai come in questo adesso vorremmo tornare a essere animali politici, sociali come è nella nostra natura. Vorremmo riprendere il nostro contatto diretto con le cose, il contatto diretto con gli esseri umani.
Eppure ci avevano avvisati dall’inizio del nuovo millennio della modernità liquida, Zigmunt Baumman diceva che in una società liquida, saremmo diventati solitari interconnessi. Non attori ma spettatori intenti a collegarci e s-collegarci, creando nelle relazioni umane l’illusione di una falsa libertà.
Vite trascorse nella banale frenesia di dover condividere per forza tutto. La liturgia dell’apparenza consacrata dalla “selfite” per scandire le fasi dell’emotività personale, le tappe della vita, persino della giornata: il fare l’aperitivo aspettando il prossimo apericena, si mangiava e contemporaneamente si postava il piatto sui social, mentre si era in gruppo, ci si stava divertendo, si scattava il selfie, si stava comprando qualcosa, lo si stava provando in un camerino e si scattava il selfie, si era a casa –la casa, il nostro intimo inviolabile da custodire gelosamente- e non c’era ragione da condividere non una festa o un augurio, ma ecco il selfie.
La fenomenologia del nostro esistere da condividere virtualmente con gli altri, perché non interessava esistere ma condividere l’esistere. Dire al mondo “io sono” e ancora “io sono qui”, fino a divenire ossessione narcisista e dipendenza, per aumentare l’autostima in un’illusione di onnipotenza in cui la persona si “misura” in base ai suoi “contatti”.
E ora un virus sconosciuto, intelligente, come spiegano i virologi, venuto da lontano paradossalmente ci allontana dalla realtà, in un infinito adesso in cui forzatamente viviamo virtualmente e sospesi.
Sospesi. In questi strani giorni in cui confondiamo il giorno con la notte.
Sospesi. Quando quotidianamente alle 18.00 ci colleghiamo per l’ascolto del bollettino con la conta dei sommersi e dei salvati.
Sospesi. In città deserte costrette al silenzio dove, a distanza di sicurezza, ogni passante è specchio dell’altro che cammina dall’altra parte della strada, con il volto coperto dalla mascherina e le mani dai guanti.
Sospesi. In case dal pavimento che odora di amuchina, divenute fortezze dentro città, in cui i treni non arrivano e gli aerei non decollano, divenute bunker contro il contagio.
E ancora sospesi … Sospesi.
Sospeso. Fra Cielo e Terra per la benedizione straordinaria Urbi et Orbi mandata a reti unificate in cui gli uomini di tutto il mondo sono stati invitati a unirsi spiritualmente, attraverso i mezzi di comunicazione –diretta tv e video streaming, YouTube e Vatican News-, del Pontefice Francesco per una preghiera universale contro la pandemia da coronavirus. L’immagine simbolo dell’umanità straniata con l’uomo Jorge Mario Bergoglio che, in un silenzio terrificante, cammina sul Sagrato bagnato in una Piazza San Pietro deserta così reale da sembrare irreale.
Sospeso. Un virus che mina le nostre certezze, false, e ci ricorda che non siamo immortali e che dobbiamo scampare la morte.
Un virus che si fa possibilità,che ha nell’uomo «il responsabile infinito di questa possibilità» come ci ricorda Albert Camus, e in questa notte lunga e scura apre un guado in un’alba cui affiora una luce lontana in cui compare la parola: resistere insieme.
In attesa di tornare alle nostre vite reali.
