Come saremo quando tutto sarà finito? di Paolo Ferrara
Come saremo quando tutto sarà finito? di Paolo Ferrara
Stiamo vivendo una situazione UNICA che sta mettendo a nudo e ribaltando una serie di aspetti del modo di vivere che l’umanità ha acquisito in quasi 80 anni di benessere e assenza di guerre (almeno per il cosiddetto “mondo occidentale”).
La “unicità” della pandemia da Covit-19 su basa su almeno tre punti specifici:
- Interessa TUTTA l’umanità in ogni angolo del pianeta fino all’atollo più sperduto
- Era una malattia che primitivamente interessante solo animali selvaggi, che ha fatto un salto di specie passando all’uomo
- Il virus “cammina” autonomamente in modo velocissimo ed è incontenibile da qualunque strategia difensiva fino ad ora immaginata dall’uomo
Questi tre paradigmi identitari del Covid-19, un’esserino che è 38.000 volte più piccolo di 1 millimetro, che cosa ci possono insegnare?
Innanzitutto che nessun essere umano, in nessuna parte del mondo si può ritenere “immune” dall’essere contagiato. Se lo stesso problema interessa in modo uguale l’intera umanità, è “ovvio” che tutti gli uomini devono concorrere INSIEME all’elaborazione di comuni strategie di salvataggio. Quindi non ha nessun senso alzare muri, chiudere frontiere, l’unico “muro” che bisogna innalzare è quello tra contagiati e non contagiati che non è certo un muro identificabile con un confine nazionale o con una differenziazione tra gruppi sociali. Piuttosto servono manovre di contenimento e strategie coordinate a livello globale per evitare che il contagio possa creare ulteriori gravi differenziazioni tra gruppi di persone o tra nazioni, generando così ulteriori sacche di fragilità destinate a diventare aree di endemia e quindi di feed-back sia infettivologico che economico-sociale anche per le fasce di popolazione più agiate che vivono nelle nazioni più tecnologicamente avanzate. Quindi proprio il senso di Comunità e il reciproco soccorso devono diventare la base strategico-operativa per il contenimento di questo nemico invisibile.
Vanno completamente rimodulati Ospedali e Servizio Sanitario sulla base di emergenze che possano coinvolgere contemporaneamente altissimi numeri di persone. L’Ospedale, di fronte ai grandi numeri in emergenza, mostra una specifica fragilità legata al livello massimo di accoglimento per cui è stato creato: se tale livello viene superato, il funzionamento del Sistema Ospedale diventa drammaticamente critico. Per evitare questi problemi l’Ospedale deve essere inserito in un Sistema coordinato di gestione, diventando una Centrale (Hub) messa in rete con una serie di Strutture distribuite sul territorio (Sistema Hub/Spot) ciascuna delle quali, nel perimetro dei suoi compiti specialistici, deve essere in stretto rapporto colloquiale con l’Hub, con il quale condivide sia input che feed-back. In altri termini l’Ospedale deve fare rete con un Sistema territoriale, comprensivo anche di una rete di ricovero domiciliare, per i casi più semplici, capace di assorbire e filtrare i grandi numeri, che sia però capace di uno stretto controllo dei malati, anche mediante un diffuso uso delle tecnologie della Tele-Medicina. All’Ospedale in un Sistema Territoriale di questo tipo, devono immediatamente afferire solo i malati più gravi ed ad alto rischio, che necessitano di cure intensive o indagini tecnologicamente più avanzate e complesse, mentre viceversa tutti i malati trattati e migliorati devono venire riallocati, per il seguito della convalescenza, in specifici Spot territoriali per mantenere sempre il livello dell’Hub-Ospedale al disotto del livello di criticità. Questo significa che nel dopo Covid 19 in Italia si dovrà completamente rimodulare il Sistema Sanitario Territoriale e al contempo si dovrà anche profondamente rivedere il rapporto tra il Privato e il Sistema Sanitario Nazionale. Il Privato deve essere un aiuto per il Sistema Sanitario Nazionale, inserito in un progetto strategico comune, che abbia come principale orizzonte il miglioramento del welfare, e non un competitore che indebolisce il Sistema Pubblico, assorbendone, in modo non programmato, ingentissime risorse.
La pandemia Covit 19 ha anche ampiamente dimostrato la fragilità delle filiere globali di merci, basate unicamente sulla equazione minor costo/maggior guadagno, li dove il minor costo viene essenzialmente ottenuto delocalizzando le produzioni in Paesi a tenore di vita più basso con costo della mano d’opera molto minore. Costo minore della mano d’opera, significa però anche minori diritti e tutele dei lavoratori. E’ difficile inoltre pensare che Paesi grandi e sviluppati come il nostro possano continuare ad accettare di importare la maggior parte dei presidi essenziali e delle forniture mediche vitali non avendone più una autonomia nazionale, per averne delocalizzato totalmente la produzione, e permettano che, nel momento dell’emergenza, una serie di “mediatori” spregiudicati, approfittando dell’estrema debolezza dello Stato a causa dello stato di bisogno, trattino immense partite di merce di dubbia provenienza dettandone anche i prezzi !!
Il fatto che dopo milioni di anni di presenza dell’Uomo sulla terra, questa sia la prima volta che questo virus sia venuto in contatto con la nostra specie è pure un fatto che ci dovrebbe indure a riflettere. Infatti questo Corona virus, così come anche il virus dalla SARS, dell’Ebola o della MERS, erano delle Zonosi, cioè dei virus presenti unicamente tra gli animali selvatici. L’Uomo, con la sua sistematica distruzione della Natura e l’inquinamento del Pianeta, ha generato un profondo sovvertimento dell’Habitat degli animali selvatici provocando così una loro drammatica progressiva riduzione, che, per molte specie è stata addirittura l’estinzione, e quindi questi virus, vedendo venir meno il loro storico substrato biologico, costituito dagli animali selvatici, si sono rivolti verso la specie di mammiferi più numerosa del Pianeta: l’Uomo !
Il Covid 19 ci dovrebbe aver anche insegnato che difronte ad una emergenza di queste dimensioni e complessità, si dovrebbe mantenere sempre un atteggiamento collaborativo e propositivo, poiché vedendo e sottolineando solo le cose negative, specie dove esiste un sistema politico costituito da forze che sono conflittuali sempre e comunque… per preconcetto come in Italia, si finisce inevitabilmente preda delle bufale e dei complottismi. Invece l’emergenza epidemica specie se di questa portata, va affrontata con razionalità, prendendo ad esempio i Paesi pragmatici e rigorosi, come la Germania, che stanno gestendo questa terribile crisi con un livello di danno sicuramente minore. In questa tragedia, cercando di non farci sopraffare dal dolore e dalla rabbia, dovremmo cercare un’occasione di rigenerazione profonda. Un’opportunità per scoprire vicinanza e solidarietà. Non si è trattato di una “guerra” anche se la retorica dilagante ci ha propugnato questo paragone come un a vessillo. Nelle guerre il nemico va ucciso, e bisogna anche essere più veloce di lui, perché altrimenti a soccombere saremo noi. Qui, il nemico comune ci deve unire tutti come abbiamo anche imparato stando rinchiusi in casa al limite della detenzione, ma mettendo in atto lo slogan “Fai bene a te stesso e agli altri “.
L’idea, di per se semplicissima ma socialmente rivoluzionaria, che, aiutando noi stessi, aiutiamo anche gli altri, deve mettere in moto un movimento sia razionale che emotivo atto a far crescere la solidarietà.
