Convivere con il virus senza patemi di Giuseppe Ruggeri

Convivere con il virus senza patemi di Giuseppe Ruggeri

COME CONVIVERE CON IL VIRUS SENZA PATEMI

di Giuseppe Ruggeri

Siamo ormai in vista della tanto agognata fase “due”. Vi stiamo transitando con l’inquietudine del domani, lo scontento di chi si aspettava di più, l’irritante consapevolezza che si continuino a fare due pesi e due misure non tenendo conto delle diverse realtà territoriali segnate dal non uniforme passaggio del virus per le italiche contrade. Osservo, non senza amarezza, che questa non è stata solo la guerra delle cifre e dei dati, delle statistiche e delle curve epidemiologiche più o meno attendibili, ma anche la guerra delle parole, giocata da un’informazione tendenziosa e traballante che ha seguito il passo della politica (e viceversa), poco o nulla assumendo in considerazione le reali esigenze della comunità. La quale, vessata da una pressione mediatica ben più intensa perfino di quella fiscale, si è ritrovata a dover gestire, in totale mancanza di mezzi propri, una situazione che le pioveva dall’alto senza che essa potesse far nulla per smussarne l’impeto destabilizzante. Non si vuole far qui, ovviamente, riferimento alla mera destrutturazione dell’assetto economico delle famiglie, bensì a tutti quei fattori di disturbo dell’equilibrio percettivo di ciascuno posti in essere da una sempre più irresponsabile e lucida mistificazione della verità.

Una guerra giocata sulle parole, si diceva. A cominciare dall’effetto iperbolico del termine “pandemia” il quale, secondo vocabolario, definisce un’infezione che si è diffusa in tutte le popolazioni del mondo. Un effetto la cui ridondanza ha finito per caricare quest’espressione di un riflesso d’irreparabilità non conforme alla reale gravità della malattia da coronavirus. Pandemia non significa necessariamente – come nel caso attuale – apocalisse senza scampo. Eppure nell’immaginario popolare, rafforzato dal tam-tam mediatico che non tende ancora a diminuire d’intensità malgrado il frenare del contagio, il termine pandemia equivale a disastro. E questo è esattamente ciò che l’informazione guidata dal potere – o il potere guidato dall’informazione – dovevano veicolare per raggiungere l’obiettivo di panico (quello sì) globale destinato a isolare le comunità in un “lockdown” che da misura sanitaria si è via via tramutato in trinceramento psicologico, chiusura assoluta e impenetrabile a ogni tentativo di emersione. Dal lago dell’acquiescenza generale, solo una fila regolare di canne affioranti dall’acqua denota la presenza di esseri umani nello scrigno in cui una dolosa, martellante e impietosa disinformazione li ha relegati.

Certo qualcuno dovrà un giorno rispondere nelle competenti sedi di tanto e destabilizzante procurato allarme, spiegando magari perché, dal cincischio incontrollato delle informazioni, a spiccare tra tutte siano sempre e comunque state quelle più catastrofiche, correlate a una visione dei fatti sul cui probabilismo molto ci sarebbe da discutere. Come la più recente, che, trasmessa guarda caso dalla testata il Giornale.it – roccaforte del “giornaleghista” Sallusti – notizia di un dossier top secret in mano ai vertici di Forza Italia il quale prevede, con certezza matematica, una rovinosa ondata di ritorno di contagi al Sud nei primi mesi del 2021.

Crassa ignoranza con millantata patente di scienza o espediente per rialzare vendite e visualizzazioni messe a dura prova dalla scarsa credibilità di un Nord e di una parte politica che mai come adesso hanno toccato i minimi storici del gradimento nazionale? Difficile rispondere, ma poco conta perché è evidente – credo – la sottesa manovra di giustificare l’omologazione delle misure restrittive tra un Nord che viaggia ancora a centinaia di decessi per giorno e un Sud che guarisce in modo impressionante nonostante la tanto vituperata inadeguatezza delle sue strutture sanitarie. Tutto questo, in ogni caso, fa riflettere sulla crescente divaricazione che separa le due macroregioni italiane, contrapposte da motivi economici e di sviluppo mascherati da razzismo. Il che mette in luce, con cruda evidenza, che non sempre le congiunture negative contribuiscono alla maturazione delle comunità, ma a volte sortiscono l’effetto esattamente opposto. Male crea male come bene – grazie a Dio – produce bene. Questione di teste, di temperamenti. Di livelli culturali.

Proiettati pertanto verso questa fase che promette e non promette, in un vortice di dichiarazioni anticipatorie prima, note esplicative subito dopo, spartiacque la conferenza stampa del premier Conte del 26 aprile, ci si prepara a indirizzare in modo corretto comportamenti che potrebbero essere decisivi nell’evoluzione del fenomeno. Un fenomeno che, rispetto ai primitivi profili di salute pubblica, ha assunto ormai, com’è risaputo, precisi connotati antropologici, sociologici, politici, economici. Che dovranno essere presi in esame, pena una ricaduta ben più grave, vale a dire la sostanziale depenalizzazione del sopruso alle libertà costituzionali posto in essere dai susseguenti decreti di Governo che hanno, di fatto, privato i cittadini italiani della possibilità di essere responsabili di se stessi e degli altri. Condizione imprescindibile per l’espressione del voto politico che di quello stesso Governo ha legittimato l’elezione.

Tanto atteso, ci auguriamo che le disposizioni di sicurezza previste dalla task-force inspiegabilmente guidata da un ex-manager della Vodafone – come se avessimo bisogno di amministratori e non piuttosto di tecnici del settore specifico per fronteggiare quest’emergenza – non vadano contro le regole di buon senso che purtroppo bisogna costatare fin da subito esser state mandate spesso e volentieri a ramengo. Particolare attenzione dovrà rivolgersi all’uso dei DPI e alle misure precauzionali generiche (disinfezioni, sanificazioni e quant’altro) che vicariano il fronte di difesa dal contagio. Ma, soprattutto, bisognerà puntare sull’isolamento dei contagi residui, i quali dovranno essere avviati verso una pronta guarigione attraverso un’assistenza dignitosa e senza riserve. Quanto alla vita cosiddetta “normale”, essa andrà gestita mantenendo la distanza sociale, usando i dispositivi di protezione quando richiesti, e preparandosi ad applicare in modo intelligente le necessarie restrizioni nella gestione delle attività imprenditoriali che implicano la presenza di pubblico. Solo così si potrà sperare di risollevarsi da un baratro che, purtroppo si deve dire, è stato soprattutto un baratro di valori. Che vanno recuperati, serbando per sempre memoria di una delle pagine più oscure della nostra storia democratica e civile.    

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