Cateno for President, il Sindaco di Messina chi lo fa?

Cateno for President, il Sindaco di Messina chi lo fa?

Cateno for President, ma il Sindaco di Messina chi lo fa? Di Giovanni Frazzica

E’ stato il sindaco di Messina a dar fuoco alle polveri allorchè, dopo tante tergiversazioni, ha comunicato la sua decisione di candidarsi a Presidente della Regione. Questo significa che sei mesi prima della scadenza dei termini, cioè maggio 2022, dovrebbe dimettersi da Sindaco. La sensazione che questa volta De Luca potrebbe fare sul serio è stato un esposto presentato a tutte le Procure della Sicilia, in cui si chiede perché Nello Musumeci «in tre anni di governo, in cui è stato anche Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, non è stato in grado di realizzare neppure un nuovo impianto pubblico». Questo nuovo attacco di De Luca al Presidente è soprattutto politico: «Nelle prossime settimane porterò a Palazzo d’Orleans l’umido della città, che non sappiamo in quale impianto portare». Messina, a fronte di 150 euro a tonnellata per l’indifferenziato, ne paga 230 per la frazione umida «per cui ci si avvale di un impianto a Cremona». Nell’esposto, non si fa riferimento soltanto alla situazione di Messina, «destinataria, almeno sulla carta, di due impianti pubblici, finanziati col Patto per il Sud, e che ancora oggi, nonostante sia stato fatto l’appalto per uno e per l’altro lo stesso Comune abbia provveduto con risorse proprie alla progettazione definitiva, continua a essere esclusa da qualsiasi programmazione economica». La denuncia, firmata anche dall’Ass. Dafne Musolino, passa in rassegna le «gravi inefficienze e carenze gestionali dal 2018 al 2021», in più di una ventina di pagine, cita dati e atti. La tesi che De Luca sottopone ai magistrati è che in Sicilia che ci sia «un vero e proprio “sistema” politico» che «determina e autorizza di fatto una gestione oligopolista» da parte dei «pochi gestori degli impianti privati». La mossa di De Luca, che questa volta sembra credibile, apre la discussione sul toto-sindaco. E’ sembrato indicativo di un umore istantaneo registrato all’indomani della notizia dell’abbandono del sindaco quello che ha dato l’immagine di una parlamentare che in questi ultimi mesi si è battuta per rimuovere le baracche e per realizzare il Ponte: Matilde Siracusano. Si è pensato a lei perché, al momento, non si vede altro in giro e sembra che sul suo nome potrebbe esserci una convergenza tra Pd e FI. Resta però da vedere se lei ha la voglia di assumere questo impegno e se si sentirebbe pronta per accettare responsabilità tanto diverse da quelle parlamentari. In ogni caso si dovranno fare i conti col sindaco uscente, che potrebbe voler puntare su un proprio delfino, o su una sua delfina (si parla della vice-sindaca Carlotta Previti), ma ancor meglio si dovrebbe capire l’umore profondo dei messinesi che, dopo 5 anni di Accorinti e 4 di un “fantasioso” De Luca, vorrebbero (finalmente!) un sindaco normale. Onestamente il mercato non sembra offrire molto. Se si escludono Antonio Saitta, perdente di lusso, e Dino Bramanti, fresco di sconfitta, il candidato più credibile sembrerebbe essere Gianpiero D’Alia, uscito dall’agone politico nel 2018 e che ha trovato nella professione di avvocato un nuovo equilibrio. Saprebbe resistere ad un eventuale richiamo della foresta? Non si sa, una cosa certa è che la mossa di Cateno ha prodotto anche una forte accelerazione alla campagna elettorale per le regionali che tuttavia, ancora per qualche tempo, continuerà a muoversi sotto traccia. Nel Pd si sarebbero già individuate due candidature: Giovanni Mastroeni e Franco De Domenico, il primo, attuale Segretario provinciale della Cgil, avrebbe il sostegno della vecchia componente Panarello-Bottari e di Antonio Saitta, rivale del gruppo Navarra che sostiene l’ex on. De Domenico(potrebbe anche essere candidato sindaco del Pd). Una sorta di rischiatutto in cui i due gruppi si giocano non solo il posto all’Ars, se riescono a prendere il seggio, ma anche il controllo del Pd ed i rapporti col mondo accademico. L’on. Nino Germanà, recentemente passato alla Lega, pare che non abbia nessuna voglia di candidarsi alle regionali, deve però sostenere la lista perché l’unico parlamentare di cui dispone il partito di Salvini in provincia di Messina, Nino Catalfamo, è stato eletto a suo tempo nella lista di FdI e questo non basta a garantire il raggiungimento del quoziente. Beppe Picciolo, leader di Sicilia futura, si vuole candidare, ma vorrebbe scegliere dove collocarsi per evitare di mancare l’obiettivo come avvenne nel 2018 quando restò fuori per 150 voti. Luigi Genovese deve trovare una lista che lo ospiti, pur essendo in ottimi rapporti con Ruggero Razza, pare che trovi difficoltà ad entrare in Diventerà Bellissima perché Pino Galluzzo teme un peso massimo da 18mila voti che potrebbe metterlo fuori gioco. Chi invece è molto ricercato per essere candidato è Calogero Leanza, erede di un patrimonio politico che discende dal padre Vincenzo, due volte Presidente della Regione, corteggiato dall’Udc, da FI, da Cuffaro, dal Pd e dalla Lega, che lo vedono come un vero enfant prodige in una stagione politica avara di apprezzabili novità. L’avv. Leanza fino ad ora ha lasciato inascoltato il canto delle Sirene, sostenendo di trovarsi all’inizio della carriera forense, che lo appassiona al pari della politica, ed è necessario che per il suo avvenire e per la sua indipendenza economica, debba provvedere a consolidare la sua dimensione professionale. Ma la tentazione di scendere in campo è forte e, a quel punto, gli resterebbe l’imbarazzo della scelta. Non ci sono dubbi invece nella compagine di FI dove gli on. Tommaso Calderone, capogruppo all’Ars, e Bernardette Grasso, Segretario provinciale, lavorano per una lista capace di azzerare la perdita di Genovese e Germanà.

  • tratto dal settimanale I VESPRI

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