Brigate Rosse, comunicato originale all’asta di Patrizia Zangla

Brigate Rosse, comunicato originale all’asta  di Patrizia Zangla

Brigate Rosse, all’asta il comunicato originale – di Patrizia Zangla

Il volantino delle BR

Il comunicato e con il quale le BR – Brigate Rosse, la più importante organizzazione terroristica dell’estremismo rosso- annunciava il 16 marzo 1978 il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta in via Fani è stato messo all’asta.

È il lotto numero 43 del catalogo “Autografi & Memorabilia: musica, cinema, calcio, sport, storia e una selezione di manifesti pubblicitari d’epoca”, proposto con una vendita online dalla casa d’aste Bertolami Fine Arts di Roma. Stimato 1.300-1.700 euro, parte da una base d’asta di 600 euro, in atto l’offerta ha superato la stima prevista, ha raggiunto 7.000 euro. L’asta si chiuderà il 18 gennaio 2022, interessante sarà scoprire la quota raggiunta.

Il volantino all’asta consta di 80 righe di testo scritte su entrambe le facciate, ciclostilato su carta (misura circa cm.33×22), descritto “in condizioni molto buone”, anche se presenta “lievi strappi ai bordi” e “pieghe centrali”.

Questo il testo della casa d’aste Bertolami per descrivere il lotto: “Drammatico testo di propaganda, redatto e fatto pervenire alle organizzazioni giornalistiche perché divulgassero le motivazioni del rapimento, e le ragioni politiche di lotta di classe che spingevano la rivoluzione brigatista negli anni ’70 ad essere così violenta”.

La notizia solleva anche sconcerto e reazioni di protesta, in realtà non è raro che il mercato nazionale e internazionale si occupi di documenti, oggetti, cimeli del ‘900: negli anni ‘90 sono stati battuti all’incanto  alcuni manoscritti autografi del Duce, nel 2005 all’asta sono stati assegnati a Londra, per circa tremila euro, dei telegrammi di reciproca fedeltà fra Benito Mussolini e Adolf Hitler, nel 2019 a Monaco a essere posti all’asta sono il cappello del Führer e copia del Mein Kampf.

In atto è all’attenzione del ministero della Cultura, il ministro Dario Franceschini ha comunicato di aver disposto una verifica sul ciclostile del Comunicato n.1 delle BR. “Nel fascicolo “Moro uno” della Corte di Assise di Roma, studiato e digitalizzato dalla stessa DG Archivi nell’ambito del “Progetto Moro”, risultano già presenti infatti 41 esemplari” del comunicato. Alcuni risultano incompleti e non tutti sono nello stesso stato di conservazione. 

A parere di Persichetti «Non è uno dei comunicati originali», l’ex br spiega che «non è uno dei nove comunicati originali stampati con la famosa Ibm a testina rotante in light italic fatti ritrovare a Roma il 18 marzo 1978 dalle Brigate Rosse, ma un testo ciclostilato di cui esistono centinaia di copie».

 Potremmo qui interrogarci sulla ragione per cui una casa d’aste metta in vendita un documento delle BR sul sequestro Moro, ma scontata è la risposta, è un modo per ricavarne proventi, potremmo anche voler scoprire come la casa d’aste ne sia entrata in possesso, ma il dato storico è che oggi il volantino è una fonte storica che all’incanto diventerà di proprietà privata e che fornisce l’occasione di occuparsi di questa parte di Storia contemporanea.

Prioritario è ricordare cosa esso rappresenti.  

Da quel 16 marzo 1978

Distribuito all’indomani del rapimento dello statista democristiano, è il primo di una serie di comunicati che accompagnano i mesi cruciali che portano all’epilogo, l’assassinio di Moro e il ritrovamento del suo cadavere il 9 maggio 1978. Presenta la classica scritta Brigate Rosse e il simbolo, la stella a cinque punte all’interno di un cerchio, in calce riporta la data -16 marzo 1978- e la firma: “Brigate Rosse per il comunismo”. Il comunicato si apre con parole: “Giovedì 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata […]”.

Frasi passate alla storia, come lo stesso volantino.

Da allora sono trascorsi 44 anni, venne fatto ritrovare dalle BR – che avevano già rivendicato l’azione con una telefonata all’Ansa- 48 ore dopo il rapimento sul retro di una macchinetta per le fototessere in un sottopasso tra Largo Arenula e Largo di Torre Argentina, allegata c’era la foto di Moro, una polaroid. Per il recupero era stato contattato un giornalista del Messaggero. Nei 55 giorni di prigionia in totale si contano 9 comunicati diffusi dall’organizzazione terroristica. Ognuno merita attenzione affinché la storicizzazione e la relativa interpretazione sia corretta e verosimilmente vicina ai fatti (Cfr. P. Zangla, Silenzio di piombo).

Dalla primavera del 1976 era iniziata la conquista della capitale, la Colonna romana delle BR

iniziava a organizzarsi, rappresenterà la svolta con la sua rigida compartimentazione militare, Gallinari parlerà di cubo di acciaio, edera venuto il tempo «di portare l’attacco al cuore dello Stato». Al vertice della Colonna Milanese rimangono Moretti, Azzolini, Bonisoli e Semeria. Capo incontrastato Moretti.

«Lo so avvocato, lei mi fa sempre queste domande. Lo so, io continuo a dire, … mi diceva se il capo delle BR era Moretti e io le dissi che non c’erano capi; continua a ripetere questa cosa, forse un giorno Moretti lo dirà che non era il capo. Non perché ci fossero grandi vecchi dentro l’organizzazione, ma perché non esistevano i capi, è questo problema qui», dirà Antonio Savasta in Corte d’Assise di primo grado per il processo riguardante l’omicidio di Moro (Cfr. Silenzio di piombo P. Zangla).

Questo dato rivela uno dei nodi da sciogliere, ma molti altri ve ne sono, non ci deve stancare di ribadire che la storia del ventennio 1968-1988 è molto complessa e al suo interno è incastonato il sequestro Moro, per alcuni aspetti paradigma dell’intero periodo, un rapimento che rispondeva ad una pluralità di obiettivi precisi: processare un elemento importante del sistema, rompere la nascente solidarietà tra PCI e DC, costringere quest’ultima a cercare un compromesso con le BR desiderose di riconoscimento politico, interrogare l’ostaggio e ricostruire dalle sue confessioni, finalità e meccanismi di funzionamento del SIM (Stato imperialista delle multinazionali).

L’espressione abusata di Anni di piombo – che stigmatizza l’uso del piombo delle pallottole e non nello specifico l’area plumbea prodotta dalle tante forme di violenza del tempo- rischia di allontanare e fuorviare dalla conoscenza di questa storia non facile da esaminare e, per converso, da far comprendere. Il rischio è quello di smarrirne la traccia storica che deve invece rimanere come il tracciato illuminato di una pista aerea d’atterraggio sia perché essa è anche storia plurintersecata da molteplici -oggi documentati- fitti intrecci con personaggi rimasti talora sconosciuti, con vicende degli apparati dello Stato e degli apparati occulti, con complicità e coperture politiche e culturali e con il ruolo della criminalità servente (Cosa nostra, N’drangheta, Banda della Magliana, Massoneria deviata e P2) e sia perché l’organizzazione terroristica non è stata un blocco monolitico. Rispondendo a una necessità storiografia, possiamo periodizzarne tre fasi: la prima 1969-1975, la seconda 1975-1978, la terza conclusiva 1979-1988 e all’interno di esse si riscontrano altre sottofasi con lacerazioni e crisi. Il passaggio a Moretti comporta una crisi interna al gruppo, ma altre ve ne saranno, anche particolarmente aspre vissute dai singoli esponenti come il giovanissimo Walter Alasia -morto in un conflitto a fuoco- e subito dopo dalle Colonne, compresa quella a suo nome.

Possono essere utili per comprendere le parole di Bonavita: «All’inizio non c’è nessuno scontro, negli anni successivi al nostro arresto c’è uno scontro tra noi interni e l’organizzazione esterna. Diventa una faida di tutti contro tutti. Ognuno ha i suoi referenti in galera: il gruppo di Senzani cavalca i suoi cavalli, il resto dell’organizzazione ne cavalca altri, la Brigata Walter Alasia di Milano fa vita a sé, nel Veneto mettono in piedi una Colonna la 2 agosto » (Cfr. Silenzio di piombo).

Sappiamo molto di quei 55 giorni che terranno col fiato sospeso il Paese ma non tutto, non tutti i pezzi sono nel posto giusto, questo contiene in sé il rischio ricorrente che trovi spazio una ricostruzione standardizzata anche accomodata, accompagnata da una buona dose di retorica, che non consente di conoscere e capire adeguatamente i fatti avvenuti e la loro intricata dinamica.

Qui ricordiamo solo la telefonata (intercettata) del 30 aprile di Moretti a casa Moro, a rispondere è la signora Nora a cui Moretti dice: «Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione». Prosegue: «…Sa, una condanna a morte non è una cosa sulla quale si possa prendere alla leggera […] nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti, non ho altro da dirle»

La telefonata è rappresentativa della richiesta brigatista di legittimazione come attestano gli aggettivi usati, diretto, immediato, chiarificatore, preciso. Ma il messaggio contiene il fraintendimento brigatista, retto dall’errato convincimento che i Moro contassero e che Moro contasse!

Abbiamo poi scoperto che Aldo Moro non contava, in caso contrario la vicenda avrebbe avuto esito differente da quello che drammaticamente ha avuto.

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