BATTAGLIA DEMOCRATICA CONTRO REGIONALISMO DIFFERENZIATO
UNA BATTAGLIA DEMOCRATICA CONTRO LA SECESSIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO di Maurizio Ballistreri
Il tema del regionalismo differenziato non è affrontato con la consapevolezza dell’importanza che esso potrà avere nei futuri assetti politico-istituzionali ed economici del Paese, con i rischi di secessione mascherata che porta con sé.
Il punto di partenza è l’articolo 116, III comma, della Costituzione, introdotto dalla maldestra riforma costituzionale del 2001 voluta dalla maggioranza e dal governo di centro-sinistra dell’epoca, il quale prevede che le Regioni possano ottenere “forme e condizioni particolari di autonomia” in una serie di materie, tra cui quelle che rappresentano il cuore del moderno Welfare State, come sanità e istruzione.
Il tema dell’articolo 116, III comma, e del Titolo V deve, di conseguenza, costituire una delle priorità per l’agenda politica nazionale, tante sono le irrazionalità, le incongruenze, le oscurità del testo, che si sommano a una impostazione generale in conflitto con più principi fondamentali della Costituzione repubblicana;
Come è noto, il 28 febbraio 2018, a soli quattro giorni dalla data fissata per le elezioni politiche, in articulo mortis si potrebbe dire, il governo Gentiloni stipulò ben tre accordi preliminari con le regioni Veneto e Lombardia, cuori pulsanti del leghismo salviniano, cui si aggiunse anche quella che un tempo era la “rossa” Emilia-Romagna, oggi invero un po’ stinta. Tali accordi sono stati giustamente definiti, ad esempio dall’economista Gianfranco Viesti, come la “secessione dei ricchi“.
E’ il caso di osservare che si è in presenza di un vero e proprio paradosso giuridico: l’ipotesi di attuazione di una novella costituzionale si pone in contrasto con la stessa Carta fondamentale. Ciò discende dal fatto che l’articolo 116, comma III, della Costituzione è una disposizione ambigua, frutto di un testo, quello della modifica del Titolo V del 2001, che esalta le differenze (sembra scritto dal fondatore della Lega Nord Umberto Bossi!), incompatibile con la struttura della Costituzione del 1948, in cui l’unità e l’autonomia regionale rappresentano due facce della stessa medaglia e si sostengono in termini di reciprocità.
Il regionalismo differenziato introduce un processo di destrutturazione nazionale e sociale, che può condurre in una disarticolazione dell’ordinamento, finendo paradossalmente per svuotare di senso lo stesso principio di autonomia, che si lega indissolubilmente ai valori sostanziali della Costituzione: eguaglianza, libertà, partecipazione democratica.
Si guardi alla circostanza che l’autonomia differenziata produrrà una cristalizzazione delle differenze, sancendo semplicemente gli squilibri territoriali che già esistono e rendendoli definitivi e insuperabili, con la definitiva cesura tra Nord e Sud dell’Italia. Il gap di servizi, nella scuola, nella sanità, negli asili, nella dotazione di verde, di parchi, di attrezzature sportive, di infrastrutture, di risorse di sostegno all’apparato produttivo, e altro, diventerà una regola definitiva, un privilegio etnico-territoriale immodificabile. Insomma chi, all’interno della stessa nazione, abita nei territori economicamente più forti avrà più diritti di chi invece risiede in territori deboli, anche quale conseguenza storico-politica del processo di Unità nazionale, un po’ come nel romanzo di George Orwell “La fattoria degli animali”, che descrive una società egualitaria in cui, però, qualcuno è più eguale degli altri! Non a caso il corollario di questa prospettiva di lacerazione del tessuto unitario della Nazione, è la riscoperta, da parte della Lega di Salvini, delle famigerate “gabbie salariali”, che prevedono differenziali retributivi a danno del Sud rispetto al Nord.
Se passasse questo disegno scellerato, che condannerebbe in via irreversibile il Mezzogiorno alla marginalità e al sottosviluppo, si invererebbe quanto descritto dal politologo Gian Enrico Rusconi nel 1993 “Se cessiamo di essere una Nazione”, con tutte le gravi conseguenze.
Ecco perché, sul tema, è necessaria la mobilitazione di tutte le Regioni meridionali, a prescindere dal tipo di maggioranza politica, ma anche delle forze politiche che credono, non a parole, nei valori di democrazia e di uguaglianza, per una grande battaglia democratica.
