Articolo della rubrica Spigolature di Ermanno Corsi
Riproponiamo l’articolo di Ermanno Corsi apparso sul Roma di martedì 20 giugno all’interno della rubrica Spigolature
Nelle pieghe grigie, se non buie, della vita politica che spesso si svolge nelle “sorde” aule parlamentari, la dissennata proposta dell’autonomia differenziata era sembrata andare tanto velocemente avanti che il duo Calderoli-Salvini già inneggiava al successo simboleggiato così, nei suoi termini egoisticamente essenziali: tanto denaro in più ogni anno nelle tasche delle già ricche regioni settentrionali che potranno disporne a piacimento senza controlli né da parte dell’apposito senatoriale Comitato di controllo, né della Corte dei Conti, organo costituzionale del tutto autonomo e indipendente. Ma il diavolo ci ha messo la coda (a fin di bene, questa volta). Quando il leghista progetto lo si è potuto conoscere nella sua perversa trama, l’allarme è diventato collettivo. Si è meglio compreso che l’Italia non può essere spezzata così, pezzo per pezzo.
MOBILITAZIONE GENERALE. Banchetti nelle strade e nelle piazze con una particolare forma di coinvolgimento dei cittadini. Non richiesta generica di “una firma”, ma per un obiettivo preciso: evitare che tutto il benessere del Paese si concentri al Nord e tutto il malessere resti al Sud. Domande e risposte da parte dei Comitati promotori sulla necessità di una vasta mobilitazione contro uno dei disegni più eversivi e secessionisti mai concepiti dalla nascita della Repubblica, il 2 giugno 1946, a oggi. Molto incoraggiante il risultato: 105.937 firme che il primo giugno sono state depositate, con grande fiducia del prosieguo dell’iniziativa, nell’apposito ufficio di Palazzo Madama. Per una legge anti-autonomia, di iniziativa popolare, sarebbero bastate 50 mila firme.
UN APPELLO CHE HA UNITO. Si poteva pensare che ai banchetti si sarebbero fermati soprattutto cittadini del Centro e del Sud, almeno sulla carta più interessati a contrastare il “leghismo della divisione”. Invece si è potuto prendere atto che l’appello alla firma si è diffuso, a macchia di leopardo, in tutto il Paese. Al Nord, per esempio a Brescia, ha colpito il rilevante numero dei sottoscrittori. ”La difesa della democrazia, l’uguaglianza dei diritti e l’unità del nostro ordinamento repubblicano sono un patrimonio comune che va salvaguardato con ferma determinazione”, non si stancano di sottolineare i promotori del referendum. Tra i più impegnati il senatore Massimo Villone, costituzionalista napoletano di grande prestigio il quale vede, nella riscrittura degli articoli 116 e 117 della Costituzione, il modo perché un’autonomia lesiva dei diritti e dell’unità della Repubblica, sia impedita dalla Costituzione stessa. Dopo Confindustria, Svimez, vasti settori della politica, della cultura e della società organizzata, grande fiducia nelle urne referendarie viene ripetutamente ribadita, sempre con uguale slancio, dal segretario della Cgil Maurizio Landini.
REPETITA IUVANT. Conviene ribadire sempre, con forza, che la “secessione dei ricchi” non fa bene a nessuno e che è portatrice di male per tutti. Così Gianfranco Viesti: illusorio pensare che, trattenendo il più possibile del gettito fiscale, alcune regioni centro-nordiche possono costruirsi da sole un futuro migliore. E’ un egoismo che rischia di essere molto pernicioso anche per gli stessi abitanti di quelle regioni. Calzante l’osservazione di Paolo Scuderi, manager meridionale: il Sud è l’area con maggiori potenzialità e più competitiva; notevole il suo apporto all’economia del sistema Paese; per ogni euro investito a sud del Garigliano, il ritorno per l’intero Paese è di due euro. Ogni discriminazione è perciò autolesionismo per tutti.
NON DIVISIONI MA SOLIDARIETA’. Di questo ha bisogno l’Italia a cominciare dal Mezzogiorno. Qui è particolare la situazione della Campania che, con il 46 per cento, è la regione, in Europa, con il record di povertà e di esclusione sociale. Altrettanto preoccupanti le conseguenze del calo demografico: crollo del pil, nuova ondata di impoverimento e divario più forte tra nord e sud. In questo contesto, per la Svimez occorrono politiche capaci di trattenere i 40 mila laureati che, ogni anno, abbandonano le native regioni per il nord e per l’estero. E’ drammatica fuga dei cervelli: quella intelligenza risorsa primaria che, se si perde, sarà molto problematico recuperare.
- segnalato da Paolo Pantani
