Appunti da una città immaginaria di Giuseppe Ruggeri
APPUNTI DA UNA CITTA’ IMMAGINARIA di Giuseppe Ruggeri
Immaginate di svegliarvi in una città che, di colpo, non vi sembra più la vostra. Di camminare per vie e piazze che vi appaiono del tutto estranee, respirare un’aria leggera e frizzante, incrociare sul passaggio persone mai viste prima. Il vostro passato è ormai una traccia che sbiadisce sempre più dal foglio dei ricordi, ma il vago sentore che ne avete vi riporta a un evento epocale, a una radicale trasformazione di uomini e cose. In una parola, a una rivoluzione.
Immaginate poi di sedervi su una panchina annegata nel verde smeraldo d’un giardino pubblico di cui non scorgete i confini, tant’è estesa la sua superficie costellata di fontane, alberi d’alto fusto, radure, pianure, brughiere. Ed erme a vista d’occhio, una galleria marmorea di personaggi la cui storia è raccontata dalle epigrafi che li identificano, muti testimoni di un turbine che ha spazzato via uomini e cose.
Immaginate che questa città, alla quale non vi sentite legati se non da un viscerale sentimento di paura – perché non sapete cosa può riservarvi il futuro – altro non sia che una dimensione parallela. Un mondo, cioè, sincronico rispetto al mondo che avete lasciato, e nel quale, probabilmente, continuano ad agitarsi i fantasmi che fin adesso hanno reso opprimente la vostra vita. Che questa città, immaginate, null’altro sia che la figura rovesciata di quella dimensione opprimente dalla quale tante volte avete sperato di fuggire via.
E’ successo qualcosa che vi ha portato via da tutta quell’oppressione, e solo adesso cominciate a capirlo. Ve ne rendete conto perché, aggirandovi per quelle vie e quelle piazze, non v’imbattete più in un vespaio rumoroso di gente e in un rombo assordante di clacson e motori; non chiudete gli occhi feriti da un sole privo di schermi; non andate alla ricerca di un posto in cui sedervi per appoggiare la vostra indomabile inquietudine.
Qualcosa, è successo, che si pensava non sarebbe successo ma che doveva succedere perché tante volte, pur potendo succedere, successo non era. Alla fine, la vita chiede sempre il conto e, in qualche modo, deve riscuoterlo. Nel peggiore, se è il caso. Com’è accaduto stavolta.
Questa, ebbene, la sensazione che ho ricevuto ritrovandomi in una città che non ho riconosciuto. Non potevo riconoscerla, tanto dal profondo era cambiata, e in meglio. Finalmente ho potuto puntare lo sguardo verso il cielo non più velato dalla caligine dei fumi di scarico, verso le strade che si distendevano lunghe e pulite come lucide bisce nere, verso il mare nel quale si specchiavano, verdi come mai, le colline che Antonello dipingeva nei suoi quadri esportando in tutto il mondo l’icona commossa della sua terra. Ho potuto spingere il mio sguardo oltre l’inganno dell’apparenza, esplorare il cuore vergine di quella terra.
Dovevamo forse aspettare il “lockdown” per vivere una simile trasformazione dove ci muoviamo ancora timidi, ma trepidi di speranza per il nuovo corso che ci aspetta, se tutto questo è il portato di un virus che ha messo in ginocchio un sistema che sembrava più inespugnabile di una fortezza medievale?
Se è così, ebbene, benvenuta Virosfera che hai reso la nostra atmosfera molto più respirabile, il nostro sguardo più acuto, ma soprattutto il nostro cuore di carne e non di acciaio e cemento. Perché è col materiale di cui è fatto questo cuore che bisogna ricostruire il mondo. Dopo la Grande Pandemia.
