A difesa della democrazia e dell’antifascismo di Patrizia Zangla
“A difesa della democrazia e dell’antifascismo” di Patrizia Zangla
Mi ha sconcertata, ferita, profondamente, vedere il Professore incedere, passo dopo passo,
chino sul bastone, recarsi in tribunale il giorno dell’udienza preliminare -querelato da
Giorgia Meloni quando ancora non era premier (con una richiesta di 20mila euro di danni)-.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, un capo di Governo porta in tribunale un
accademico, Luciano Canfora, ottantunenne illustre filologo classico, riconosciuto e
unanimemente apprezzato.
“In un momento in cui le libertà accademiche sono minacciate in tutto il mondo,
noi, storici, filologi, filosofi, editori, giornalisti, vorremmo allertare l’opinione
pubblica su una questione estremamente grave…” questo l’incipit dell’appello di
Liberation, testata icona della sinistra francese, a difesa del Professore- rinviato a giudizio per
diffamazione contro la presidente Meloni, definita dall’illustre filologo in un incontro con
gli studenti ‘neonazista nell’animo’.
Mentre sarcasticamente le testate orientanti filo-governative irridono la difesa del
Professore descritto come “l’intellettuale di opposizione mandato al confino dal
regime”, la questione, tutt’altro che banale, rivela elementi estremamente seri, riguarda
tutti anche quanti non ne colgono o non ne comprendono la gravità.
Nel Paese si va configurando un modello sempre più illiberale che mira a minacciare voci
libere e di dissenso e si profila un processo politico in cui palese è la sproporzione
rivelatrice di incancrenita acredine, rivalsa rancorosa, miopia di conoscenza storica unita a
efficace demagogia e retorica propagandista che palesa esattamente quanto vorrebbe
smentire perché, nel tentativo di negare i contenuti dell’accusa, li afferma con la sua
condotta. Se così non fosse non ci sarebbe bisogno di querelare, se così non fosse
basterebbe una ‘normale’ attestazione di antifascismo dichiarata da Meloni e i suoi sodali.
Perché dato certo è che l’Italia ha conosciuto un’unica esperienza dittatoriale, quella
fascista, durata vent’anni che ha trascinato il Paese in guerra per quattro anni rendendosi
complice dell’alleato nazista.
Nell’esercizio del suo operare, uno storico esprime il suo giudizio suffragato da plurimi
documentati riscontri che certamente diviene poi anche esercizio del diritto di critica
politica.
Chi proviene dalla Filosofia conosce la differenza parmenidea intercorsa tra doxa e episteme,
in cui la prima è l’opinione di chi giudica la realtà in base all’apparenza, secondo procedimenti
illogici, la seconda è ritenere il pensiero in grado di conoscere veramente la realtà
allontanandosi da una contraddittoria mescolanza di parvenze.
Conseguenza ne è che la chiave di lettura di questo triste e grave episodio non riguarda
unicamente un confronto tra due posizioni ideologicamente antitetiche ma pone sullo
stesso piano da un lato lo Stato, nella persona della presidente del Consiglio, ergo, ‘un
potere dello Stato’, dall’altro l’intellettuale. Immaginato plasticamente è qualcosa di
mostruosamente sproporzionato.
Lapalissiano che l’analisi del Professore si attenga a studi da cui discendono le sue
deduzioni e constatazioni, logiche e storiche, su cui applicare forme censorie- come si sta
facendo- è pericolosamente antidemocratico.
La questione che ne è derivata non è solo storica – essa rimanda al regime fascista
mussoliniano la cui origine è documentato sia anti libertaria, violenta e razzista, lo sia la
sua prosecuzione in stretta intesa col nazismo hitleriano e lo sia similmente la sua
ulteriore estensione nel neofascismo che ha condotto alla drammatica e lunga stagione
dello stragismo italiano- ma parimenti di Filosofia Politica e Morale e di politica e di
etica come prassi perché sta diventando pratica governativa evitare il confronto e
procedere a querelare con fine esplicitamente intimidatorio.
