1908 «Messina distrutta» di PATRIZIA ZANGLA
PER NON DIMENTICARE IL TERREMOTO E IL MAREMOTO DI MESSINA DEL 1908
«Messina distrutta», dentro il ritardo dei soccorsi di PATRIZIA ZANGLA
Gli ultimi giorni del 1908. È l’alba. Un’alba da annoverare negli annali della Storia. Come la chiamano i cronisti del tempo, Messina vive “la grande sventura”, da viva diventa luogo di morte in attesa di soccorso. Complesso e articolato il problema del ritardo e delle sue derive. Molti commentatori contemporanei, fra cui Sabatini, affermano che al terremoto sismico segue quello amministrativo, l’emergenza diviene fatto politico. Sotto accusa un Governo, un Parlamento. Con una convocazione tardiva, nella serata del 28 si riunisce il Consiglio dei Ministri.
Sul finire della mattinata giungono a Roma alcune segnalazioni, fra cui telegrammi dei prefetti di Catania e Palermo che segnalano l’accaduto con toni smussati, lontani dalla forza immane che si è sprigionata da chissà quale abisso, così quel lunedì 28 dicembre a Palazzo Braschi, sede del Governo, si continua pigramente a lavorare. È allora Presidente Giovanni Giolitti, piemontese compassato ed energico statista, abile esempio di equilibrismo politico, che gli vale fra l’altro la bolla di Salvemini di “Ministro della malavita”, per l’efficace capacità di servirsi opportunisticamente dei voti del Meridione per rimanere al potere.
In quella tarda mattinata, direttamente a Giolitti erano pervenuti alcuni telegrammi dai piccoli comuni calabresi e siciliani con la richiesta di urgenti aiuti, ma il primo ministro pare ne sia infastidito, il Meridione non fa che lagnare. Intanto sulle zone colpite incombe un silenzio spettrale. Solo alle 17,00 arriva a Roma il telegramma -Messina distrutta– dettato da un venditore ambulante che a piedi raggiunge Scaletta, in cui c’è il primo telegrafo funzionante.
In un Paese in cui sono rilevanti le tensioni sociali e in cui siderale é la distanza fra un Nord intento al suo decollo industriale e un Sud politicamente e economicamente depresso e vittima del sistema clientelare -noto che persino i prefetti intervengono sull’esito delle elezioni governative- il terremoto è più di un dramma, è un disagio collettivo difficilmente sanabile.
Entrare dentro il termine generico di –ritardo- comporta l’esame dell’evento su fronti differenti, l’uno in cui s’intersecano i protagonisti del tempo –sopravvissuti e osservatori esterni- l’altro riguardante l’odierna analisi condotta con necessario distanziamento critico.
Ritardo è: confusione burocratica e contraddizioni negli ordini, assenza iniziale di informazioni tra le strutture periferiche provinciali e i vertici dello Stato, incompetenza nella gestione degli interventi di aiuto, indugio nell’invio delle navi nazionali, nello sbarco dei militari, mal attrezzati e in numero inadeguato rispetto alla necessità dei feriti, iniqua a distribuzione dei viveri e dell’acqua, abbandono di molti paesi devastati, l’impressione di approssimata superficialità degli aiuti istituzionali di contro alla competenza dei soccorsi stranieri, inglesi e russi, e poco dopo una rigida applicazione dello Stato d’assedio unitamente alla lentezza nelle azioni di riconoscimento delle salme e nella costruzione delle baracche.
La ricostruzione tuciditea ricorda che sono ore agitate, confuse. Morte, macerie, voragini, fiamme, onde anomale di un violento maremoto e una pioggia torrenziale fra i silenzi di chi resta pietrificato e le grida e i pianti di chi è atterrito. Il cielo é macchiato di nero, una nuvola cupa di polvere lo avvolge per effetto delle esplosioni causate dal gas sprigionatosi dalle tubature divelte e squarciate e nell’aria si avverte l’odore acre dei corpi putrefatti. In lontananza la città appare un maestoso e terrificante incendio.
E inizia l’attesa…
Da subito sembra che la componente sentimentale prenda il sopravvento mentre molti comportamenti istituzionali alimentano ragionevoli dubbi. Bisognerebbe procedere a segnalare l’accaduto, allertare le autorità militari e civili regionali e nazionali, fronteggiare l’isolamento.
Il generale Francesco Mazza è nominato, comandante dell’Unità di coordinamento dei soccorsi. Aneddotica nata in tempo reale riferisce l’espressione «Non capisce una mazza» per contrassegnarne l’inconcludente azione, l’alto commissario straordinario per il terremoto non garantisce la coesione fra esercito e marina. Manca un polo decisionale e di fatto sono assenti i vertici dei Comandi, è appena passato Natale, molte caserme sono spopolate, gli ufficiali in licenza, e ora le caserme e i Comandi sono crollati.
Si creano situazioni inverosimili, i marinai del Piemonte, attraccato al porto, procedono al recupero dei propri marinai, in primis alla ricerca del comandante Passino, sceso a terra nella serata precedente per raggiungere i suoi cari, e ritrovato con i familiari sotto le macerie. Iniziano prive di coordinamento singole azioni di soccorso, mentre si affrontano le emergenze immediate. Da Malta, raggiunta dalle notizie telegrafiche nel primo pomeriggio del 28, sono predisposte azioni di soccorso, e sull’incrociatore inglese Minerva sono stipati aiuti materiali che, raggiunta Messina, faticano a esser somministrati per la lentezza delle disposizioni governative. La conseguenza è un incidente diplomatico con la Casa inglese, prontamente messo a tacere.
Le relazioni di Mazza sui contatti fra i vertici periferici e statali sono lontane dall’acribia, con cautela riferiscono fra l’altro il lungo iter della torpediniera Scorpione cui sono affidati i telegrammi per ufficializzare l’accaduto diretti a Roma, che sono trasmessi da Nicotera in Calabria. Forse per sopraggiunte variazioni e non conoscendo quello dello Scorpione, analogo iter marittimo segue il Serpente. Lo stesso comandante Mazza da Catania raggiunge Messina con la linea ferrata solo nella tarda serata del 29. Le azioni d’intervento organizzate autonomamente dal Maggiore Graziani incontrano invece ostacoli burocratici nella messa in pratica.
C’è dell’altro. Il piroscafo Regina Margherita, in cui si sono imbarcati i Bersaglieri, stenta a partire da Palermo, nel tragitto perde in mare tre soldati, ripescati poco dopo, e giunge a Messina solo la mattina del 29. Nello stesso giorno, sempre a Palermo sono prelevate dalle navi da guerra russe altre truppe di soldati italiani impossibilitati a partire coi propri mezzi, ormeggiano al porto di Messina nel tardo pomeriggio.
Al momento della scossa al porto cittadino sono attraccate navi straniere, le austriache Andrassy, che con il maremoto s’incaglia e la gemella Nagy Lajos, il Produgal, l’Algarve, i mercantili inglesi, Ebro, Drake, Afonwen, Chesapeake, una nave cisterna e cinque torpediniere d’alto mare italiane, fra cui proprio Scorpione, Serpente e l’incrociatore Piemonte.
Tuttavia il primo soccorso organizzato parla una lingua sconosciuta. Parla russo. Già alle 7,00 del mattino da Augusta approda al porto la squadra navale del Baltico.
In questo decennio in cui si inasprisce la crisi balcanica e si estremizzano i nazionalismi, le corazzate della flotta imperiale russa nei porti siciliani attestano i rapporti cordiali fra Roma e Pietrogrado, a dispetto della Triplice Allenza siglata nel ’82, rinnovata nel ’87, coi nemici tradizionali, Austria-Ungheria e Germania e anticipano l’intesa della Grande Guerra.
I marinai sono giovani, corpulenti, forti, disciplinati ma la coscienza sociale li memorizza come presenze angelicate, malgrado per loro volere, e non per gli altri soccorritori stranieri, é rigidamente applicata la norma di passare alle armi chiunque sia sospettato di saccheggio, con provvedimenti sommari e fucilazioni immediate. In città dilagano i saccheggi collettivi, alimentati dalla soddisfazione delle necessità primarie. In questo caos la croce blu della Marina zarista rappresenta l’ordine. Le navi italiane dei soccorsi si allineano al porto in terza fila, giungono il mattino del 29. La seconda fila è occupata dalle flotte inglesi, l’incrociatore inglese HMS Sutley da Malta approda pochi minuti dopo le unità russe.
Il bilancio del cataclisma è drammatico: con esattezza è impossibile stabilire i morti e con esattezza è impossibile stabilire quanti avrebbero potuto salvarsi con una macchina dei soccorsi efficiente. Le stime ufficiali oscillano fra i 60.000 e i 200.000 morti. Da questa angolazione anche il terremoto è una pagina di Storia drammaticamente vissuta all’italiana.
Come suggerisce Fernand Braudel, la Storia è ritmata «dalle oscillazioni brevi, rapide, nervose». Come una devastante scossa di terremoto.
