IL “REGIONALISMO DIFFERENZIATO” E L’INIZIATIVA PER L’AUTONOMIA DELLA SICILIA
IL “REGIONALISMO DIFFERENZIATO” E L’INIZIATIVA PER L’AUTONOMIA DELLA SICILIA di Maurizio Ballistreri, professore di diritto del lavoro nell’Università di Messina, già deputato regionale ed esponente dei Siciliani verso la Costituente
Il cosiddetto “regionalismo differenziato” sostenuto fortemente dalla Lega, per adesso è bloccato a seguito dell’iniziativa in Consiglio dei Ministri dei 5 Stelle, timorosi di perdere consensi al Sud.
Sul tema però, è giusto ricordare che i preaccordi tra Stato e Regioni furono firmati dal Governo-Gentiloni e che la riforma del Titolo V della Costituzione, denominata “federalismo a Costituzione invariata”, fu realizzata nella fase terminale dell’esperienza di governo di centrosinistra, iniziata nel 1996 con Prodi, proseguita con D’Alema e conclusasi con Giuliano Amato. Così come, successivamente, fu il centrodestra ad esplorare le ipotesi di devolution connesse con tale riforma, come pegno di Berlusconi al fondatore della Lega Nord Umberto Bossi, che, per una sorta di Nemesi della Storia, versa in gravi condizioni di salute, mentre le sue idee secessioniste si stanno, purtroppo, affermando, sia pure sotto la cortina fumogena dell’autonomia.
Le tre Regioni del Nord che rivendicano nuove potestà, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, pur con differenziazioni, hanno stilato un lungo elenco di richieste su materie concorrenti e perfino alcune di legislazione esclusiva dello Stato, quali le norme generali sull’istruzione, con l’obiettivo di trasformare beni pubblici “nazionali” in beni pubblici “locali”. Per tutte chiedono di assumere funzioni finora esercitate dallo Stato: una sorta di “semi-sovranità”. Sul tema si deve rilevare una forzatura dei termini previsti dall’art. 116 riformato della Costituzione, che certamente non si può interpretare nel senso di una generale devoluzione su competenze che devono essere uniformi su tutto il territorio nazionale, ma anche una violazione di norme di legge ordinarie.
A tal proposito la Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ha rilevato che i preaccordi con il precedente governo, sono stati sottoscritti senza il necessario richiamo all’obbligo di garantire, a distanza di ben 10 anni, la corretta applicazione della legge 42/2009 che stabilisce norme cogenti sul finanziamento dei fondi di perequazione territoriale e di garanzia integrale dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. La legge 42, denominata per paradosso “legge Calderoli”, dal nome dell’esponente leghista proponente, stabilisce che i diritti siano garantiti su tutto il territorio nazionale, definendo preliminarmente i fabbisogni standard in regime di costi standardizzati. Violando tale previsione legislativa, si provocherebbe un vulnus molto grave alla garanzia di parità nell’esercizio dei diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale, con un’ulteriore asimmetria a danno del Mezzogiorno d’Italia.
Ciò che emerge dallo studio della Svimez è che le rivendicazioni delle tre Regioni di competenze su materie, ad esempio quali sanità e istruzione, non può che avvenire nel rispetto delle previsioni della legge 42 e di effettiva attuazione dell’art.119 della Costituzione in materia di perequazione: “La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante”, che sarebbe irrimediabilmente leso dal trasferimento delle risorse necessarie a finanziare le eventuali competenze regionali aggiuntive. Ecco quindi, come del tutto inaccettabile è la pretesa della Regione Veneto, guidata dalla Lega, di trattenere il 90% delle entrate fiscali, infondata sotto il profilo costituzionale e fortemente iniqua dal punto di vista sociale, con gravi implicazioni per la tenuta unitaria dello Stato italiano, il quale, se passasse tale sciagurata rivendicazione, si trasformerebbe di fatto in una confederazione di Stati autonomi, inverando il disegno politico-istituzionale che fu del primo teorico leghista, Gianfranco Miglio, secondo le idee del Programma “Cisalpino” di Carlo Cattaneo.
In questa vicenda di secessionismo strisciante ciò che colpisce è la pressoché totale assenza di iniziative politiche e istituzionali delle Regioni del Sud per contestare tale ipotesi, rischiando così di riscontrare le cattive tesi antropologiche sull’indolenza dei meridionali, tranne il “ruggito” del Governatore della Campania, De Luca: una sorta di dialettica insomma, tra l’ “adda passà ‘a nuttata“ del Grande Eduardo De Filippo e una confusa jacquerie.
E, in particolare, sorprende come la Regione siciliana appaia timida e quasi remissiva rispetto ad uno scenario che, se attuato, mortificherebbe ulteriormente lo speciale Statuto d’Autonomia. E’ tempo, invece, di assumere una forte iniziativa popolare per l’attuazione dell’Autonomia in conformità del comma 1 dell’art. 116 della Costituzione, rivendicando l’approvazione di quelle norme di coordinamento tra la Carta fondamentale e lo Statuto la cui assenza ha “ibernato” i poteri in esso previsti, in primo luogo quelli su fiscalità e perequazione previsti negli artt. 36, 37 e 38.
Insomma, se il Governo-Musumeci c’è, batta un colpo!
