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TRA PALCO E REALTA’ di Cosimo Recupero

TRA PALCO E REALTA’  di Cosimo Recupero

 

Il dialogo fra Di Maio e la Lega è chiuso. Lo ha certificato lo stesso capo politico del M5S uscendo dalle consultazioni con Fico. Peraltro lo ha fatto con queste parole testuali: “per me qualunque discorso con la Lega si chiude qui”. Lapsus freudiano che tradisce ancora una volta l’ego smisurato del giovane pomiglianese che si considera esso stesso, e non il movimento, l’interlocutore di un altro partito. In altre parole, dopo Berlusconi e Renzi, ecco un altro aspirante uomo solo al comando. Ma consideriamo questo solo uno scivolone verbale e andiamo ai fatti.

Chiusa l’ipotesi di un governo Di Maio-Salvini, dunque, i grillini si buttano a capofitto fra le braccia del PD, ovvero di quel partito che fino al 3 marzo era la causa di tutti i mali del Paese, una sorta di covo di briganti tutti impegnati a trovare la via più breve per derubare gli italiani.

Tutto questo livore sembra finito. Il neologismo “pidiota” è sparito da tutti i post e dai commenti sui social, togliendo peraltro l’Accademia della Crusca dall’imbarazzo di dover inserire nelle parole di uso comune una chiara offesa ad una parte politica, anche importante, del nostro Paese.

Oggi sono tutti grandi sorrisi e pacche sulle spalle, ma credo che Di Maio, il quale si sente la reincarnazione di De Gasperi, abbia capito che i suoi sogni di gloria si stanno trasformando in incubi di irrilevanza politica. Per dirla con le parole del grande Fabrizio Frizzi: Di Maio, per te Palazzo Chigi finisce qui.

Sì perché il giovane virgulto allevato in pochi anni dalla Casaleggio & Associati, deve aver ben capito che le possibilità di un accordo con i Dem siano pochissime, fosse solo perché la somma dei voti dei due partiti da una maggioranza molto ristretta. E siccome molti parlamentari del PD, renziani e non, hanno già fatto sapere di essere indisponibili ad una ipotesi di governo con i grillini, addirittura creando l’hastag #senzadime, la possibilità che questa maggioranza si formi si riducono al lumicino. E questo lumicino si spegne del tutto, se l’ipotesi è addirittura quella di un governo con Di Maio a Palazzo Chigi.

Non so cosa succederà da qui in avanti. A questo punto credo che restino poche ipotesi, e la più probabile sia quella di un governo del Presidente che traghetti il Paese verso nuove elezioni che comunque non saranno di certo nel 2018.

Mi interessa però porre l’accento su una questione chiara. Spero che da questa vicenda, i grillini e tutti quelli che intendono affacciarsi alla ribalta della politica gettando vagonate di insulti sugli avversari politici, capiscano che questa strategia è buona per prendere qualche voto in più alle elezioni, ma poi ti presenta un conto salatissimo il giorno dopo. Se con un avversario politico ti sei confrontato sui temi e non ti sei trovato d’accordo, nulla esclude che domani si trovino, anche nell’interesse del Paese, delle convergenze fatte di concessioni reciproche. Ma se hai basato tutto sull’insulto, quando non sulla minaccia al limite della denuncia penale, trovare un accordo politico diventa indigesto, non solo a quegli avversari che hai insultato e che oggi vorresti come compagni di viaggio, ma persino alla tua stessa base elettorale che, non capendo come tu possa chiedere l’appoggio a quelli contro cui hai acceso tutto il livore possibile della nazione, ti lascia, ti abbandona, e inizia ad insultarti, come ha fatto prima con gli altri.

Quello che non hanno ancora capito i moralisti è che c’è differenza fra la battaglia politica e la vita, fra il dissenso sui temi e l’ingiuria gratuita, fra il confronto e la guerra. C’è differenza fra palco e realtà, come cantava Ligabue in uno dei suoi più celebri successi. La realtà politica, quella di ogni giorno, è tutt’altra cosa rispetto alle parole di odio che si vomitano dal palco dei vaffaday.

 

 

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