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Francia, si rinnova la tradizione dei fronti popolari

LA TRADIZIONE DEI FRONTI POPOLARI SI RINNOVA IN FRANCIA di Maurizio Ballistreri

Dunque, in Francia si rinnova la tradizione dei Fronti Popolari, con la vittoria della variegata alleanza resistenziale della gauche transalpina, guidata da Jean-Luc Mélenchon, l’intuizione del presidente Macron di sciogliere il parlamento che ha condannato l’estrema destra lepenista a risultare come “i pifferai di montagna che andarono per suonare e furono suonati” – con uno stop anche all’orda “nera” dei cosiddetti “Patrioti d’Europa” – e con una nuova prospettiva parlamentarista rispetto al modello istituzionale della Quinta Repubblica, fondato sul presidente della Repubblica.

L’affermazione della coalizione della sinistra francese, in un Paese che ha dimostrato di non essere immemore dei valori della Rivoluzione del 1789, ha richiamato alla memoria l’esperienza del Front populaire che il 26 aprile 1936 vinse le elezioni d’Oltrealpe, con un’alleanza anti-fascista contro il Front National formato dalla Lega nazionalista, dalle Croci di fuoco e dal Partito sociale francese, composta da socialisti, comunisti e radicali e guidata dal socialista Léon Blum, e che attuò una importante politica di riforme sociali e l’accordo sindacale di Matignon sull’efficacia generale dei contratti collettivi di lavoro.

L’esperienza del Front populaire del 1936 si inseriva in quelle analoghe dell’Europa del tempo, elaborata nel 1935 dal VII Congresso dell’Internazionale Comunista – che accantonò le sciagurate polemiche contro il presunto “socialfascismo” del partiti socialisti – inaugurata in Spagna nello stesso anno, con la partecipazione dei repubblicani di sinistra, dei radicali anticomunisti dell’Esquerra, delle formazioni socialiste, della Centrale sindacale anarchica CUT, del partito comunista filo-sovietico e dei trotskisti, che riuscì nelle elezioni politiche del 16 febbraio successivo a rovesciare il partito conservatore dopo due anni la sua affermazione elettorale, con la presidenza del consiglio al repubblicano Manuel Azaña.

Il fronte popolare accentuò nei mesi successivi le sue tendenze laiciste, anticlericali e giacobine, ma nemmeno l’insurrezione golpista di Franco del 18 luglio 1936, l’estendersi della guerra civile in tutta la Spagna e la partecipazione ad essa nei due campi di forze straniere, per la Falange l’apporto ufficiale di Hitler e Mussolini, valsero a tenere unite tutte le forze del Frente popular, con lo scontro fra comunisti, anarchici e trotskisti, soprattutto in Catalogna.

Le varie esperienze dei Fronti popolari in Europa subirono poi, l’effetto del Patto di non aggressione “Ribbentrop-Molotov” dell’agosto del 1939, tra La Germania nazista e l’Unione Sovietica, riproponendo le divisioni storiche a sinistra tra comunisti e socialisti democratici; quella francese e la stessa Repubblica di Weimar avevano, peraltro, patito i colpi dell’inflazione e della svalutazione monetaria, che vide attivamente impegnate a generarle la borghesia capitalistica più retriva ai cambiamenti sociali e politici e che contribuì, come del resto quella italiana con Mussolini, a portare al potere Hitler, Franco e lo stesso Salazar in Portogallo.

La storia vichianamente si ripete? No, perché si tratta di esperienze politiche e ideologiche in contesti estremamente differenti: gli anni ’30 del Novecento in Europa segnati dai totalitarismi nazi-fascista e stalinista, quest’ultimo collante del Fronte popolare italiano socialcomunista del 1948, battuto alle elezioni del 18 aprile dall’alleanza tra Democrazia cristiana, socialdemocratici e forze laiche, con il massiccio sostegno degli Stati Uniti e del Vaticano.

Ai giorni nostri, la sinistra, sia pure con diverse angolazioni, ha recepito i principi liberaldemocratici, con l’integrazione, in alcune fasi storiche dei principi e della prassi riformista delle socialdemocrazie e si deve ritenere che se il Front populaire francese governerà, in regime di coabitazione con Macron, il quale certamente disseminerà di trappole l’alleanza di Mélenchon, cercherà di riscoprire le radici sociali della sinistra in Europa –  anche per effetto del ritorno a Downing street in Gran Bretagna del Labour Party – in verità messe in ombra dall’accettazione supina da parte di molte forze socialiste e dal Pd in Italia, della globalizzazione e del mercatismo, cifre di questa prima parte del XXI secolo.

Ma le elezioni francesi devono essere anche un’indicazione strategica per la sinistra italiana, perché scelga la strada dei diritti sociali, ripudiando politicismo, governi tecnici e politiche liberiste.

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