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La rivoluzione gentile.di Cosimo Recupero

La rivoluzione gentile di Cosimo Recupero

Forse non molti se ne sono accorti, ma in Italia è in atto una vera rivoluzione politica. Da tempo ormai assistiamo  a continui stravolgimenti. I grillini conquistano una larga fetta di elettorato arrivando, da zero, ad essere il secondo partito nel Paese. Renzi arriva a Palazzo Chigi in men che non si dica e praticamente con la stessa velocità cade e scompare, al punto da doversi ritagliare un po’ di visibilità apparendo sul rotocalco “Chi” intento a fare la spesa come un cittadino qualunque. Una scena patetica, per inciso. Tempo prima anche Berlusconi era riuscito nel miracolo di arrivare, dal nulla, ad essere il leader di una coalizione vincente che gli ha consentito di restare sulla scena, seppur con alterne fortune, per circa vent’anni.

Certo, tutto questo è rivoluzionario per un Paese come l’Italia abituato alle lentezze di un sistema che appariva ingessato nei suoi riti barocchi da prima repubblica. Ma la rivoluzione di cui parlo non è questa. Non è il fatto che siamo diventati un paese smart, per dirla in stile renziano, capace di creare e distruggere leader politici o sedicenti tali alla velocità della luce. No, niente di tutto questo. La vera rivoluzione in atto la sta portando avanti con sagacia politica il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sì, perché il lavoro che il Capo dello Stato sta tentando è proprio quello di riportare indietro le lancette dell’orologio, imponendo uno stile della politica che, dopo mani pulite, avevamo dimenticato.

Oggi i parlamenti sono stati ridotti a meri ratificatori della volontà del capo. Berlusconi teneva in pugno il sistema tramite un partito, Forza Italia, nel quale metteva una montagna di soldi e che quindi doveva rispondere a lui, soprattutto da quando, complice anche il porcellum, ha riempito il parlamento di nani e ballerine. Renzi, che doveva confrontarsi con un partito tutto sommato più tradizionale, ha tentato un mix di leaderismo alla casereccia e atti di forza parlamentari come le decine e decine di voti di fiducia con i quali si faceva approvare le cose più insulse in parlamento. Grillo si dimena in un delirio di onnipotenza, cercando l’abbraccio dei più europeisti degli europeisti, salvo poi dire che questa cosa non è riuscita perché i più europeisti degli europeisti sono dei gran furfanti, dimenticando che se li voleva sposare fino a qualche giorno prima per non perdere finanziamenti al suo gruppo e qualche poltrona.

Ma questo leaderismo non si addice alla cultura politica del nostro Paese. L’Italia è un paese frammentato in molti sensi. Lo è sul piano storico. Non dimentichiamo che la penisola era divisa in decine di staterelli che almeno, come eredità positiva, ci hanno lasciato decine e decine di città meravigliose, tutte ex capitali di ducati, granducati, signorie eccetera eccetera. Lo è sul piano geografico, perché il fatto di stendersi lunga lunga da nord a sud, incide sulla capacità delle varie parti del paese di stare anche fisicamente sui mercati internazionali. E questo ovviamente incide anche sulle varie realtà economiche e produce la famosa o famigerata questione meridionale. Ma l’Italia è un paese diviso anche, e soprattutto, sul piano della culture politiche. Nell’assemblea costituente si incontrarono tre grandi scuole di pensiero: quella dei cattolici democratici, quella dei liberali e quella dei comunisti. Il frutto di questo incontro è stato la Costituzione Italiana che ha mediato mirabilmente fra questi tre pensieri, trovandone la sintesi in un sistema che ha davvero permesso al Paese di passare indenne anche le stagioni più buie della propria storia.

Con le recenti vicende politiche, dalla caduta dei partiti tradizionali in poi, si è tentato di imporre al nostro Paese categorie politiche che non gli appartengono affatto. Il leaderismo, appunto, che non può funzionare in un sistema come il nostro, frammentato per come abbiamo detto prima.

Berlusconi prima, Renzi poi e, più comicamente Grillo, hanno tentato un vero e proprio stupro politico ai danni delle nostre istituzioni ma, soprattutto, della nostra prassi politica, di quella Costituzione materiale, per dirla con Costantino Mortati, che è l’insieme di regole non scritte ma che spesso sono più forti delle stesse norme della Carta. L’Italia non può essere una repubblica presidenziale, né una sua caricatura, come hanno tentato di fare i tre che abbiamo citato. Noi non eleggiamo i governi perché la Costituzione non lo prevede, e la Costituzione non lo prevede perché questo modello avrebbe fatto esplodere le grandi contraddizioni del Paese che invece sono state assorbite mirabilmente dal sistema dei partiti della Prima Repubblica che, non dimentichiamolo, ci hanno permesso di essere la quinta potenza industriale del pianeta nonché di resistere agli assalti del terrorismo. Non è un caso se debito pubblico e corruzione sono aumentati in maniera spaventosa dopo l’inchiesta del pool di Milano e con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari. Questi sistemi, infatti, concentrando tutto su un capo, su un animale da TV, hanno lasciato campo aperto alle forze peggiori sul territorio che, libere da una vera disciplina di partito, si sono vendute al miglior offerente, chiunque fosse. E non è un caso nemmeno che i continui cambi di casacca sono iniziati proprio con l’introduzione dei sistemi maggioritari e sono stati acuiti dalle liste bloccate, con le quali un voto di fiducia al governo viene barattato con una candidatura sicura in pole position alle prossime elezioni politiche.

Ma Mattarella cosa c’entra con tutto questo? C’entra perché, da buon vecchio democristiano, sta forzando la mano a tutti per tornare a quei passati schemi politici che hanno garantito la Pese stabilità politica, seppur con continui cambi di governo, e prosperità. Il segnale più evidente di questa spinta impressa dal Capo dello Stato è il fatto di continuare a tenere a freno i bollori dell’ex Presidente del Consiglio il quale, da segretario del PD, si arroga il diritto di dettare la linea non solo al governo, cosa normale, ma anche al Capo dello Stato, il ché è un evidente gesto di scortesia istituzionale, oltre che una cosa fuori dalla prassi politica. E per Renzi questa forse è la sconfitta peggiore ed il segnale che la sua personale storia politica, seppur non finita, è in evidente affanno.

E allora il quesito è: chi può giovarsi di tutto questo? Quale potrebbe essere l’esito di questa sorta di rivoluzione gentile avviata dal Quirinale?

Secondo me, gli italiani hanno una gran voglia di politica e non è un caso se, quando il loro voto può essere determinante, tornano a votare. E se tornano a votare, lo fanno quelli che ancora pensano che la politica possa avere un primato e possa contare più dei politici. E in un siffatto scenario, a raccogliere i frutti di questa tendenza potrebbero essere, guarda caso, proprio quei partiti o, meglio, quelle culture politiche abbattute dalle inchieste del ’92. Se c’è ancora una classe dirigente in queste forze, magari alle prossime elezioni sentiremo nuovamente parlare di cattolici democratici, socialisti, comunisti, repubblicani e liberali. E magari fosse così.

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