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AUTONOMIA DIFFERENZIATA, TORNANO LE “DUE ITALIE”

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, TORNANO LE “DUE ITALIE” di Maurizio Ballistreri

La nefasta approvazione del disegno di legge sulla cosiddetta “Autonomia differenziata”, riporta alla memoria ciò che scriveva Cavour alla vigilia dell’Unità d’Italia: «L’Italia del Nord è fatta, non ci sono più né Lombardi né Piemontesi Toscani né Romagnoli: noi siamo tutti Italiani; ma ci sono ancora i Napoletani», intendendo per quest’ultimi tutti i meridionali, ritenuti antopologicamente inferiori, anche sulla base delle teorie di Cesare Lombroso, la cui vergogna è rappresentata anche dal Museo Antropologico criminale di Torino intitolato al criminologo veronese.

Garibaldi aveva appena consegnato, purtroppo, a Vittorio Emanuele le Due Sicilie e già la questione meridionale si insinuava così, come una malattia congenita, nel corpo della neonata Nazione italiana.

L’Italia si costituì, quindi, in forma duale, con un Nord progredito, al tempo avviato allo sviluppo industriale, e un Sud arretrato, oppresso dal feudalesimo agrario, la cui rappresentazione letteraria si ha nello splendido e drammatico romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato ad Eboli”, portato sul grande schermo da Francesco Rossi nel 1979, con la bellissima interpretazione di Gian Maria Volontè.

Nel 1861 quando lo storico napoletano Pasquale Villari, allievo di De Sanctis, inizia quelle Lettere meridionali che raccolte in volume (1875) sono ritenute l’atto di nascita del meridionalismo, cioè di quel movimento d’opinione che vede nella questione meridionale una grande questione nazionale, secondo cui i «forti» si assumano il patrocinio dei «deboli» e cioé, il Nord trasferisca risorse al Sud. E’ l’embrione della politica per lo sviluppo produttivo delle aree meridionali, che nel seconde dopoguerra ha avuto interpreti autorevoli nel cattolico Pasquale Saraceno e nel socialista Rodolfo Morandi.
Il tema era, ed è, il Sud sfruttato dal Nord del capitalismo industriale, con le analisi di Salvemini, Colajanni, Gramsci, Dorso, Giuseppe Di Vittorio e Zanotti Bianco, Carlo Levi, Danilo Dolci, Rossi Doria e Francesco Compagna.

E l’Autonomia differenziata ai giorni nostri, ripropone lo schema delle “Due Italie”.

Come ha scritto opportunamente Gustavo Zagrebelsky «opporsi ad essa è la battaglia della vita per il Paese», poiché la legge voluta dalla Lega e dal governo distruggerà l’Unità nazionale, nemmeno sostituita dall’ipotesi del primo teorico della Lega di Umberto Bossi, Gianfranco Miglio, che teorizzava una confederazione di tre macroregioni, ma da un confuso sovrapporsi di semi-stati con poteri feudali, sul piano legislativo e amministrativo, con la caducazione dei diritti costituzionali contenuti nella Prima parte della Carta fondamentale e dello Stato sociale universalistico ed egualitario.

L’Italia sarà, così, un Paese con cinque Regioni a statuto speciale di cui una con due province autonome (Trento e Bolzano), tre Regioni (che potrebbero diventare sette) con ambiti anche tra loro differenti di autonomia rafforzata e le altre a statuto ordinario e con uno Stato centrale a cui competerebbero residui di competenze, fondi minori oltre alle funzioni di difesa e ordine pubblico. 

Certo, c’è, purtroppo, la scriteriata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla maggioranza di centro-sinistra nel 2001 e le gravissime responsabilità del governo Gentiloni, che ha sottoscritto le pre-intese con i presidenti del Veneto e della Lombardia, con l’acquiescenza, interessata, di quello del Pd dell’Emilia Romagna, d’altra parte non è un caso che il Partito democratico ha usato nel passato l’ossimoro di “autonomia differenziata moderata”.

Si dirà che si tratta di un giudizio troppo drastico, draconiano. E, invece, sono i fatti a dimostrarlo, in primo luogo il meccanismo della “spesa storica”, trappola che distruggerà i servizi nel Mezzogiorno.

La Corte dei conti ha fatto sentire la propria voce al riguardo, affermando che senza perequazione non è possibile l’autonomia differenziata. E la Svimez poi, a certificare che con questa (contro)riforma “lo Stato aumenterà i debiti, o diminuirà i servizi”, servizi pubblici essenziali di una società solidale come la sanità, la scuola, l’edilizia popolare, la tutela ambientale, il ciclo dei rifiuti, con uno sconvolgimento del diritto del lavoro italiano.

Infatti, quale interfaccia dell’autonomia differenziata è stata subito proposto, dalla Lega il ritorno alle gabbie salariali e alle retribuzioni diseguali tra regioni, che porterebbe con sé, ove passasse, la regionalizzazione del pubblico impiego, della previdenza integrativa e della legislazione sulla sicurezza sul lavoro, con la nascita di una miriade di sindacati a base localistica.

Bisogna contrastare questa scelta scellerata, che viola i principi fondamentali di uguaglianza sostanziale della nostra Costituzione, poiché si avrebbe una cittadinanza asimmetrica legata al luogo di residenza, a causa della differente offerta di servizi, per qualità e quantità, nonché di prestazioni.

Che fare? Oltre al necessario ricorso alla Consulta e all’eventuale referendum, devono essere i cittadini a mobilitarsi nel nostro Sud e nella nostra Sicilia che con tale nuovo assetto istituzionale vedrebbe sepolta per sempre la propria Autonomia mai realizzata.

Serve una diffusa campagna dal basso di informazione contro la “secessione dei ricchi” con il ritorno all’Italia preunitaria, in nome dei valori di coesione nazionale e di solidarietà sociale.

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