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La presunzione di innocenza vale anche per i cacciatori?        

ASSOLTO DOPO 8 ANNI UN CACCIATORE  MESSINESE  IN  TRASFERATA  A  RAGUSA DIFESO DALL’AVV. CARROCCIO

QUESTA LA NARRAZIONE DEI FATTI Due gruppi di cacciatori messinesi, circa dieci, il 06.11.2016  con i rispettivi fuori strada si sono recati da Messina in territorio di Licodia Eubea per esercitare l’attività venatoria della caccia al tordo alle prime luci dell’alba.

Dopo aver cacciato per tutta la mattina alle 11.30 circa hanno fatto  rientro ai rispettivi automezzi per recarsi nella vicina trattoria con l’intento di completare con il pasto e i commenti “gli sfottò sono una regola” la giornata e  la breve battuta di caccia.

La selvaggina abbattuta  era stata di soli 4 tordi bottaccio.

Sennonchè, la giornata “mi ficiru intossicari a iunnata” – queste le parole dell’imputato poi assolto –  veniva rovinata dall’intervento della Polizia Provinciale di Ragusa che, secondo la tesi difensiva e l’orografia dei luoghi dimostrata in dibattimento,  non aveva alcuna competenza nel territorio di Catania luogo dove i cacciatori messinesi si trovavano con i loro fuoristrada,  ma solo per la provincia di Ragusa.

In effetti come dichiarato dai numerosi testi della difesa e dallo stesso indagato  i due poliziotti provinciali con le pistole in pugno senza divisa ed appiedati invitavano gli occupanti del fuoristrada a scendere dall’automezzo ed ad uscire dal cofano tutto quanto era ivi stato riposto.

L’indagato consegnava anche uno zaino nel cui interno  vi era un vecchio marsupio che conteneva un apparecchio elettroacustico rotto, un riproduttore di canti di uccelli.

Alla vista dell’apparecchio i due polizziotti si cambiavano in volto erano contenti “comu si avianu pigghiatu a Giuliano” Giuliano chi? u Banditu Giulianu”, queste le parole dell’imputato dette al Giudice in sede di escussione testimoniale.  

Contenti del ritrovamento,  prendevano il richiamo in mano e si incamminavano verso la loro autovettura di servizio uno panda bianca  parcheggiata a circa 500 mt di distanza in territorio di Ragusa contrada Chiaramonte Gulfi  e  invitavano i cacciatori messinesi a  seguirli con il loro fuoristrada  in territorio di Chiaramonte Gulfi provincia di Ragusa dove i poliziotti provinciali avevano lasciato la loro autovettura di servizio.

Giunti sul posto procedevano alla verbalizzazione e contestazione del presunto addebito di caccia con richiamo non autorizzato.

La legge sulla caccia vieta l’esercizio venatorio con l’uso di richiami acustici ed in caso di utilizzo prevede una ammenda di circa 1.549 euro il sequestro del richiamo e della selvaggina.

I poliziotti provvedevano anche al sequestro dei fucili e  delle cartucce  ma solo a due dei quattro occupanti l’autovettura, gli odierni imputati padre e figlio.

Successivamente il pubblico ministero di Ragusa titolare delle indagini ordinava la immediata restituzione dei fucili e delle cartucce.

Dopo circa venti giorni, da quella brutta giornata, i cacciatori messinesi subivano una perquisizione domiciliare, con esito negativo,  nella loro abitazione di Messina da parte della Polizia provinciale di Messina su delega della Procura delle Repubblica di Ragusa che ricercava il richiamo elettroacustico sequestrato il 06  novembre perché non più rinvenuto dalla stessa polizia provinciale di Ragusa.

Quindi per i malcapitati scattava anche la denuncia per un fatto più grave distruzione e/o  soppressione dei beni sequestrati art. 334 cp che prevede fino a un anno di reclusione e 309 euro di multa.

INFINE L’EPILOGO POSITIVO, LA SENTENZA Il  pubblico ministero in udienza aveva chiesto per l’imputato la condanna a sei mesi di reclusione e100 euro di multa.

Il giudice togato d.ssa Rabini  del tribunale di Ragusa  che ha seguito attentamente tutta la vicenda processuale, quasi 5 anni di processo, ha accolto  la tesi sempre sostenuta dagli imputati e dal loro difensore, nel frattempo il più anziano degli indagati è deceduto, difesi l’avvocato Salvatore Carroccio del foro di Messina, di assoluzione perché il fatto non sussiste per il reato più grave mentre per reato venatorio ha dichiarato non doversi procedere per  prescrizione.

Ai cacciatori  che hanno ricevuto Giustizia dopo  quasi  8 anni dai fatti  è rimasta “a iunnata intossicata” e  l’amaro  in bocca per non avere avuto rinnovato, dal competente commissariato di polizia, per tutto il tempo del processo il porto d’armi per uso caccia e la domanda: la presunzione di innocenza  fino a sentenza definitiva vale anche per i cacciatori?      

  • nella foto l’avv. Salvatore Carroccio

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