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La giostra delle maschere di Giuseppe Ruggeri

LA GIOSTRA DELLE MASCHERE

di Giuseppe Ruggeri

Cos’è la destra, cos’è la sinistra? Si domandava profeticamente il Signor G nell’ultimo volgere di secolo, quando le ideologie cedevano sempre più posto agli ideologismi; e nel contempo, s’affacciava all’orizzonte l’icona berlusconiana, destinata a far piazza pulita di quanto restava della vecchia e stramaledetta Prima Repubblica.

Per me, nato negli anni Sessanta e cresciuto all’ombra – o alla luce, dipende dai punti di vista – di quelle ideologie che Lucio Colletti definì in un suo celebre saggio ormai “al tramonto”, destra e sinistra costituivano due dimensioni identitarie contrapposte. La prima rappresentava una visione conservatrice e reazionaria dello stato sociale, attenta ai valori tradizionali di cui si professava tenace custode. L’altra si contraddistingueva per il suo progressismo, con ciò intendendo la sua difesa delle minoranze, dei diritti dei più deboli, della solidarietà sociale. Non è un caso se fu sotto un governo di centrosinistra che, nel 1978, vennero approvate leggi come l’833 – istituente il Servizio Sanitario Nazionale – e la 194, la legge sull’aborto, mentre già nel 1970 un referendum popolare aveva sancito la legalizzazione del divorzio.

Sono un figlio degli “anni di piombo”, epoca buia della nostra Repubblica che si caratterizzò per gli scontri terroristici armati, espressione di un’estremizzazione cruenta di queste posizioni. Al tempo, il solo indossare un capo d’abbigliamento come l’eskimo o il loden (soprabiti pesanti fortemente caratterizzanti) denotava l’appartenenza all’uno o all’altro schieramento.

Debbo dire che non credo, come immagino la maggioranza dei miei coetanei, di essere passato indenne da questa congiuntura storica. Ne ho tratto almeno una lezione di vita, e cioè che non bisogna mai pensare che i colori siano solo il bianco e il nero, giacché nel mezzo esiste una scala di grigi infinita e il segreto di una quantomeno accettabile – e dunque tollerabile – concezione di vita è l’individuazione di una “media res” – come la definivano i nostri padri Latini.

Mi fa specie, pertanto, constatare che da qualche anno a questa parte la politica si sia nuovamente appiattita sul pericoloso gioco delle contrapposizioni “tout-court”. Per la verità è certa informazione – che questa politica di basso profilo ormai finisce per surrogare – a plasmare l’opinione pubblica nell’uno o nell’altro senso, trasferendo notizie parziali e confezionate ad arte per mistificare la realtà dei fatti.

Così è avvenuto anche per queste elezioni europee, che avrebbero dovuto costituire un importante – direi anzi imprescindibile – banco di prova per saggiare la coscienza per l’appunto “europea” della platea votante, ed invece si sono trasformate in una sfilata allegorica ove a tener campo sono state le maschere – la Meloni, la Schlein, il generale Vannacci, Ilaria Salis tanto per citare le più rappresentative. Gli elettori hanno così potuto assistere a un perpetuo movimento di giostre il cui ritmo ipnotico li ha debitamente allontanati dalla reale consistenza dei problemi internazionali. Il culto della personalità, che lo sfacelo del fascismo avrebbe dovuto per sempre cancellare dalla nostra civile comunità, ha ripreso il sopravvento sulla coscienza democratica falsando scenari e mettendo in piedi miti di cartapesta.

Non tutti hanno abboccato, però. Il dato sull’astensione – più del 50 per cento – conferma la generale disaffezione per quell’eterna – e dolorosamente autoconsapevole – distopia che è oggigiorno la politica agli occhi dei cittadini. L’astensione, tuttavia, non può che aggravare la crisi profonda che attanaglia un’Europa sostanzialmente sola di fronte a scelte che non riesce ad assumere in prima persona, ma i cui potenziali effetti sono destinati a riverberarsi sul suo futuro prossimo venturo.

Dinanzi a queste scelte obbligate, la gran parte delle quali deciderà sulla partecipazione a un conflitto su scala globale dalle conseguenze imprevedibili, i cosiddetti “protagonisti” della politica nazionale, in cronica mancanza di meglio, hanno pensato bene di sfoderare il loro variegato campionario di maschere.

Tanto, basta che lo spettacolo vada avanti.     

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