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“Democrazia è politically correct”  di Patrizia Zangla

“Democrazia è politically correct”  di Patrizia Zangla

Chi in un colloquio pubblico o privato, durante una riunione, una cena, un pranzo di lavoro, non si è imbattuto in una persona saccente, tuttologa, in una parola indigesta, contraddittoria e apodittica fino all’incoerenza e si è morso la lingua per non rispondere, per non parlare?

I Greci avrebbero suggerito che l’espediente esiste, è ‘l’epochè’, la sospensione dell’assenso, del giudizio, il trattenersi dal dire. 

Questa quindi la tesi: dobbiamo dire sempre, dobbiamo dire sempre e comunque cosa pensiamo nel rispetto di un supposto precetto normativo di autenticità o invece dobbiamo saper scegliere di adottare una condotta più cauta?

Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York se l’è chiesto in un incontro al Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia presentando un suo testo dal titolo singolare “Ipocrisia virtuosa”, edito da Il Mulino. 

Margherite Yourcenar chiamava questo misurarsi dal dire, forma del nostro ‘pensare doppio’ perché in noi ci sono già sguardi, espressioni che rivelano quanto stimiamo chi ci sta di fronte.

Ipocrisia virtuosa è la virtù, l’areté greca da non intendersi come un aut aut, o dici tutto o taci, ma nel saper comprendere quali ambiti la devono favorire e quali impedire, non si tratta di elogiare l’ipocrisia ma la sua pratica virtuosa che ci auto-protegge che nella prassi diviene forma di ‘attenzione verso l’altro’ ed è in questo senso che diviene forma di libertà. Il mordersi la lingua non equivale a praticare una forma di immoralità sfrenata, ma una strategia per convivere con gli altri, per governare anche le nostre imperfezioni. Perché noi siamo per definizione imperfetti. A patto che non diventi sistemica che non travalichi nella menzogna e nella manipolazione,  essa è  la buona pratica.  

Questione di Filosofia Morale, di Filosofia Politica e di Semantica

L’analisi ha una sua espansione in ambito storico-politico perché è per una personale scelta che optiamo per questa virtuosa soluzione non per un’imposizione politica intimata per precetto politico da un regime o da un precetto religioso e non come forma di oppressione, doppiezza simulazione o menzogna, peraltro tutti caratteri di forme dittatoriali-totalitarie. Questo perché nei regimi assolutistici, secolari, religiosi e come fascismo e parafascismi totalitari moderni per definizione approntati sulla menzogna perché hanno costretto allo sdoppiamento, al nascondimento del vero.

La questione non è dunque solo di Filosofia Morale ma anche di Filosofia Politica e di politica come prassi e di etica come pratica perché modus vivendi, pratica di civiltà, ma anche elemento squisitamente linguistico.

La parola ‘ipocrisia’ ha un’origine antica non negativa, lo diventa col Cristianesimo quando è associata al peccato, al peccato di doppiezza.

In greco ‘ipocrisia’ significa ‘recitare’, col Cristianesimo -come spiega la Urbinati- indica il simulare e il dissimulare, diventando sinonimo di doppiezza e falsità. Da cui consegue l’interessante rapporto tra ipocrisia e verità.

La parola greca contiene il verbo ‘crinen ‘che significa giudizio e ‘ipo’ che vuol dire sotto, che va colto nel suo significato complesso che indica ‘quel che sta sotto’ vale a dire giudizio ponderato attento e non su un semplicistico uso del sotterfugio.

Abbiamo un debito verso letterati e filosofi –Machiavelli, Montesi, Kant tanti altri-  che hanno rotto con la tradizione cristiana e hanno elevato a giudizio autonomo una vastità di temi.

Il politically correct

C’è un ultimo aspetto che l’espressione ‘ipocrisia virtuosa’ richiama, divenuto problema del dibattito  etico-politico contemporaneo, il cosiddetto ‘politicamente corretto’.

Molti sostengono e praticano una forma di idolatria per la volontà del popolo, non comprendendo che è un rischio per la democrazia. E erroneamente molti pensiamo e pratichiamo la formula ‘io penso e dico’ e non mi interessa cosa pensa l’altro, comportandosi da intolleranti che fanno propria la dottrina della “sovranità assoluta”. Come nel caso citato della persona saccente e ignorante che si atteggia a colta o di quella con cui parlo e non mi ascolta, che mi scarica addosso la sua intolleranza volendo parlare solo lei, condotta cui devo contrapporre il corretto ‘penso, rifletto se dire o non dire’, valutando e apprezzando il mio ‘non dire’.

Nell’epoca dei social, il Paese Italia ha portato ‘il bar nel Web’, non ci sono filtri, tutti -come ha ben osservato Umberto Eco– vogliono dire, pensando che il loro dire valga quanto quello di qualsiasi altro, ‘uno vale uno’, così, c’è chi si sente uguale allo scienziato, chi all’intellettuale, chi al docente, chi al medico e così via, è il fenomeno che pone l’opinione della maggioranza -la miscela di singole opinioni, scritte in buona o in malafede- come un potere dispotico.

Nella prassi significa: ‘io posso dire tutto, perché c’è libertà di dire’, perché rappresento un’autorità indiscussa, posso insultare, ferire, offendere, disconoscere saperi, temi specialistici, e disconoscere in sé tutto.

Posso dunque esagerare perché mi sento legittimato a farlo, si pensi alle aberrazioni scritte e dette da tal Vannacci, che non si cura e non avverte il disagio dei molti altri diversi da lui. Neanche il politico può cavarsene fuori ritenendo di poter dire e fare ciò che vuole – si pensi agli atteggiamenti da cabaret di Meloni, la presidente del Consiglio.   

È l’estremizzazione del fenomeno che ha centralizzato l’individuo marginalizzando il collettivo, quel collettivo che solo apparentemente è rappresentato nel Web.

Kant ricordava che violando una persona si viola l’intera umanità, intendendo suggerire di fare lo sforzo, lo streben, nella pratica di trascendere da sé, ossia di trascendere dalle proprie appartenenze e rispettare l’altro come si vorrebbe venir rispettati.

 Il dibattito odierno polarizza ogni tema -la guerra, i vaccini, i generi sessuali etc.- raggiungendo posizioni estreme abominevoli con superficialità rappresentate come posizioni identitarie corrette di fedele appartenenza al proprio gruppo, quando invece -alla luce del nostro ragionare- sono espressione di ipocrisia, autentica e non virtuosa, perché forme di ‘ignoranza militante’ e di intolleranza.

Ergo, il politicamente corretto è tutt’altro che forma censoria perché, sapendo  che viviamo in epoca altamente intollerante e ignorante, dobbiamo imparare ad arginare i pericoli, educando noi stessi e gli altri alle buone pratiche, all’accettazione dell’altro, a volgere lo sguardo oltre sé, verso il collettivo.

L’epilogo di questa analisi è far riflettere sulla necessità di imparare la buona pratica dell’autocontrollo. Democrazia è rispetto dell’altro di cui il politicamente corretto è l’ethos democratico, perché Democrazia è la diversità negli uguali.

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