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“Trent’anni senza dimenticare Ilaria e Miran” di Patrizia Zangla

“Trent’anni senza dimenticare Ilaria e Miran” di Patrizia Zangla 

Ilaria Alpi, esempio di una donna libera, preparata e appassionata, è la giovane  inviata di guerra di Rai 3 uccisa con Miran Hrovatin, fotografo e operatore di ripresa di Trieste, nella Somalia dilaniata dalla guerra civile.  

La città di Parma le è particolarmente legata, il padre della giornalista era di Cambiano al confine parmense, insieme erano soliti trascorrere molte estati sull’Appenino emiliano. Il Comune di Parma (Assessorato Cultura e Turismo Assessorato Servizi Educativi e Biblioteche) ha voluto ricordare il duplice assassinio di  Mogadiscio, in collaborazione con la Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi, Articolo21, l’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna e la partecipazione delle scuole superiori della città – presenti gli studenti del Liceo Marconi, Romagnosi, Toschi-.

L’evento -condotto dalla giornalista Mara Pedrabissi – ha costituito una significativa opportunità di partecipazione e di riflessione per ripensare anche al ruolo del giornalismo d’inchiesta. Particolarmente interessanti -dopo i rituali saluti del vicesindaco e assessore alla cultura Lorenzo Lavagetto– gli interventi di Filippo Vendemmiati capo Redattore Sede regionale Rai e di Andrea Vianello giornalista, conduttore e dirigente Rai.

Vendemmiati ha voluto sottolineare le plurime cause della crisi dell’attuale giornalismo d’inchiesta indicate nell’atteggiamento troppo accomodante, nella richiesta di eccessiva velocità per battere sul tempo la ‘persona qualunque’ che inonda il Web di notizie arrivando prima del giornalista assillato dalla fretta che non gli consente di accertare la veridicità delle sue fonti, nella mancanza di adeguata documentazione dei giornalisti e nell’eccessiva spettacolarizzazione della notizia.

Vianello- che ha condiviso con la Alpi, i sogni e le ambizioni degli esordi – ha ricordato la determinata testardaggine  della reporter.

È stato poi messo in scena “LO SCHIFO – Omicidio non casuale di Ilaria Alpi

con la lettura magistrale di una strepitosa e commossa Ottavia Piccolo, versione Reading di Stefano Massini, con le musiche di Enrico Fink eseguite dal vivo da I Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, Enrico Fink flauto, elettronica, Luca Baldini basso, Massimo Ferri chitarra, oud – Produzione Officine della Cultura. L’evento è stato replicato al Teatro Regio Sala Scenografia alla presenza dei  cugini della giornalista uccisa, di Giuseppe Giulietti, presidente Articolo21 e di Mariangela Gritta Grainer, politica da sempre vicina alla famiglia Alpi.

   La lettura ha ripercorso l’ultimo viaggio di Ilaria e Miran in Somalia, ex colonia della dittatura fascista in stato di permanente guerriglia, divenuta luogo di potere e di silenzi omissivi, dove tutto parla d’Italia -edifici, ospedali, modi di fare-: cosa hanno scoperto di inquietantemente pericoloso da mettere a repentaglio la loro vita? Un traffico di armi? Un traffico di rifiuti tossici?

Ottavia Piccolo è Ilaria Alpi a Bosaso, appena uccisa. “Sono i dieci secondi successivi all’omicidio”, un bagliore di luce e poi gradualmente inizia una faticosa presa di coscienza: “incursioni spietate nella ferita ancora sanguinante”.

Inizia a ripercorrere la sua incalzante vicenda come in un susseguirsi di saette di memoria. Ilaria insegue frammenti di eventi accaduti, di persone conosciute, mescolati ai suoni e ai colori africani di una Somalia, terra contraddittoria, di torbidi compromessi e di ambigui accordi celati dietro una losca e strana Cooperazione Italia- Somalia, la “Shifco” -da cui il titolo “Schifo”- in apparenza semplice flotta di pescherecci, dono dell’Italia ai marinai somali, nella realtà centro di una rete di  malaffare, di un affare colossale che vede l’Italia intermediaria.

 “Le parole di Ilaria risuonano in una partitura di voci e musica, a sigillo di una narrazione di immagini” con al centro l’Africa, ‘ventaglio di suoni, odori, colori, percezioni sparse’.

È domenica pomeriggio quel tragico 20 marzo 1994, ultimo giorno di vita di Ilaria, si susseguono  ‘un vortice di evocazioni e di opposti stati d’animo, fra ascese e discese vertiginose’, si viene a tessere e a ritessere la tela della sua morte, per tentare di dipanare l’intrigo e di ricomporre, a uno a uno, i pezzi del mosaico.

A distanza di trent’anni l’omicidio di Mogadiscio è un caso di spie, delatori, depistatori, rimasto irrisolto. Misteri, omissioni, insabbiamenti e depistaggi hanno reso difficile l’approdo alla giustizia. Unanime la richiesta di non archiviare il Caso Alpi, storia complicata.

Nonostante le indagini della procura di Roma e di una Commissione parlamentare d’inchiesta, la verità sul doppio delitto non è finora emersa.

Unica condanna inflitta è a Omar Hassan Hashi, indicato come autista del commando da un “super-testimone” somalo. Hashi rimane da innocente sedici anni in carcere, fino a quando il super-teste racconta alla trasmissione “Chi l’ha visto” di “essersi inventato tutto”. Rientrato in Somalia da uomo libero, Hashi viene  ucciso nel 2022 con una carica esplosiva posta sotto il sedile della sua auto.

Non è l’unica morte ‘strana’ legata al doppio delitto somalo, poco dopo aver testimoniato in Italia, è rinvenuto in un albergo di Mogadiscio il cadavere di Ali Abdi, autista di Ilaria, deceduto in circostanze mai chiarite. Starlin Arush, attivista somala, amica dell’inviata del Tg3, è uccisa da un commando di sicari, nei pressi di Nairobi, nel 2003. A conferma che in questa storia intricata nulla è casuale come apparentemente sembra.

Inevase tante domande, su tutte: perché sono uccisi Ilaria e Miran?

Chi ha fornito il passaporto al super teste in cambio della sua falsa dichiarazione?

Chi sono i mandanti dell’agguato mortale? E chi gli assassini?

Nel 2019 la procura ha avanzato la richiesta di archiviazione, ma il Gip ha disposto il proseguimento delle indagini, tuttora l’inchiesta è in corso e formalmente  aperta. 

Quello che oggi possiamo chiedere e pretendere è che non si archivi l’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Che si continui a fare rumore affinché non si fermi l’approdo alla verità.

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