Cultura Messina

Ultimi giorni di un condannato a morte nella Messina del 600

LA MORTE BAROCCA di Nino Principato

Gli ultimi giorni di un condannato alla pena capitale nella Messina del Seicento

In questa mattinata seicentesca vi è fermento nella sacrestia della chiesa di Nostra Donna della Pietà, nella strada dei Monasteri; i confrati della nobile Arciconfraternita di Santa Maria della Pietà, detta degli Azzurri, stanno dando gli ultimi tocchi ai preparativi per la pietosa cerimonia cui attendono ormai sin dal 1542: il conforto e l’assistenza spirituale dei condannati a morte. Stavolta si tratta di un personaggio di spicco nell’ambiente culturale messinese, certo Giorgio Lascaris da Costantinopoli insegnante di greco ai monaci del monastero di S. Basilio.

Con lui, a turno, per giorni e giorni sono stati i confrati dormendo nella cella, a confortarlo, a pregare, a prepararlo al “buon morire”, a cercare di alleggerire il terrore stampato nel suo volto…

Fuori piove a dirotto.

I confrati confabulano fittamente fra di loro; qualcuno, più informato degli altri, racconta che il Lascaris è stato condannato a morte per “haver ammazzata una donna pubblica con la quale aveva mala pratica, con una serva gravida di cinque mesi, havendola di più assassinata di tutti i suoi ori et argenti”. Sono ancora impegnati nella loro vestizione quando la porta si apre ed entra un membro della Confraternita che con voce calma e solenne annunzia: “non si fa questa mattina la giustitia per la pioggia et si pigliò risolutione con lo stratigò di farse poi di magnare sendo buon tempo”.

Dopopranzo smette di piovere e il sole beffardo esce dalla nuvolaglia a riscaldare coi suoi raggi la città immersa nel torpore pomeridiano.

Nuovamente vengono radunati i confrati e ad ognuno degli intervenuti viene affidato il proprio compito secondo l’ordine e l’ufficio preso nel corteo, in conformità ai Capitoli del Nobile Sodalizio: il “maestro di cerimonie”; il “crociforo”; gli “aiutanti et torce”; i “confortatori”; Filippo Gotho per l’“oratione alla scala”; i “choristi” ed infine i “lettori” per le tre letture.

Dopo un rapido controllo per vedere se ci sono tutti e ultimati i preparativi, il “maestro di cerimonie” Scipione Alifia decide che è giunto il momento di iniziare. Il triste corteo esce dalla chiesa e si snocciola lentamente per le strade ancora bagnate, diretto verso le tetre prigioni del Castello di Matagriffone. Giunto in prossimità della scalinata che conduce al castello, il corteo si ferma: è arrivato il momento delle “orationi alla scala”. Filippo Ghoto si schiarisce la gola con piccoli colpi di tosse e inizia a recitare le orazioni con voce salmodiante, con esasperante lentezza, tanto, non ha fretta.

Ha ripreso a piovere.

Il suono delle sue parole si diffonde per l’aria caliginosa, tutti ascoltano in un silenzio innaturale, senza tempo. Per la verità oggi Filippo Gotho non si sente tanto bene e le sue orazioni non hanno quello smalto e quella solita potenza espressiva delle passate cerimonie: sarà stato forse il gallinaccio e le bragiolette o i maccaroni con il sughiglio di mezzogiorno, un po’ pesanti da digerire.

Comunque, bene o male, le orazioni vengono portate a termine.

Una porta del castello si apre e vi esce il condannato seminudo con le mani legate da dietro, scortato da guardie. Viene fatto salire su un carro sotto gli sguardi avidi di curiosità del popolino dopodiché la processione riprende il suo cammino. Molti abbandonano il corteo precedendolo a passo svelto, diretti verso il luogo dove è stata issata la forca con l’intenzione di accaparrarsi i posti migliori da dove poter assistere allo “spettacolo”.

Nuovamente la processione azzurra passa accanto alla chiesa di Nostra Donna della Pietà ed al Monte di Pietà, imbocca la strada del baron di Spaccafurno (l’attuale via della Munizione) giungendo a quella della Correria (tratto dell’attuale corso Cavour) da dove prosegue verso la strada delli Banchi per arrivare alla strada delli Chianellari e infine, al Piano di Santa Maria accanto al Palazzo del Senato, “alla Marina” nei pressi del fonte del Nettuno dove si trova allestito il palco con la forca.

Il condannato viene fatto scendere dal carro e s’incammina verso il patibolo. Trema di paura. Alcuni spettatori sono affacciati alle eleganti balconate della Palazzata; le dame incipriate si proteggono dalla pioggia che continua a venire giù implacabile con eleganti quanto poco funzionali ombrellini di seta.

Il boia cinge il collo del Lascaris con la ruvida corda del cappio; sale alle sue narici dilatate l’acre odore della salsedine marina. I gabbiani schiamazzano attorno ad un peschereccio che si avvicina al molo per scaricare.

É un tipico pomeriggio messinese, snervata ora di un pomeriggio sciroccoso in cui tutte le cose sono ferme, ovattate da una luce irreale, calda e quieta.

Il condannato gira lo sguardo intorno, ha paura della morte. É un attimo, la corda si tende, le immagini dapprima ferme adesso traballano, diventano deformi, si storcono, il mare cambia di colore, le voci si fanno sempre più flebili, diventano echi lontani mentre il corpo si contorce sotto gli ultimi spasimi di vita.

Ha smesso di piovere. I gabbiani continuano a schiamazzare.

Di Giorgio Lascaris, professore di greco nella Nobile Città di Messina, rimane un sintetico verbale stilato in fretta tra le pagine di un ponderoso librone con gli atti della Confraternita, rimasto aperto proprio nel punto dove dice: “…et dopo se ne andò per la maestra strada al piano insino alla marina nella furca ordinaria ove arrivati fatte le solite attioni che si sogliono fare in aiuto dalli afflitti si esseguì la Giustitia contro quello poveretto il quale con gran divotione accettò questa morte. Così piaccia al Signore concederli il luogo di perpetuo riposo siccome noi indegnamente per l’anima sua ni habbiamo pregato fattoni fare orationi. Fatta la giustitia ritornammo in oratorio dove si disse il p.o notturno dell’ufficio di morti conf.te al solito per l’anima del derelitto et dopo ce ne andammo a casa. D. Vincenzo Ferrarotto, Cancelliere”. Nino Principato

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