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IL RIFORMISMO DELL’ACCORDO DI SAN VALENTINO

IL RIFORMISMO DELL’ACCORDO DI SAN VALENTINO 40 ANNI DOPO di Maurizio Ballistreri

Sono passati quasi sotto silenzio i quarant’anni da uno degli avvenimenti che hanno segnato la storia democratica italiana: il decreto-legge di San Valentino, con cui il 14 febbraio 1984 il primo governo a guida socialista della Repubblica, tagliò la scala mobile per combattere un’inflazione a due cifre, che erodeva salari, pensioni e risparmi.

La scala mobile, introdotta nel 1945 da un accordo interconfederale tra l’allora Cgil unitaria e Confindustria, era un meccanismo di adeguamento delle retribuzioni all’inflazione, attraverso i punti di contingenza a loro volta legati ad un paniere di beni a cui si faceva riferimento, come indice dei prezzi. Nel 1975, sull’onda della spinta rivendicativa e del forte potere sindacale conquistato con il ciclo di lotte nato nel 1969 con l’”Autunno caldo”, venne siglato un nuovo accordo, che prese il nome da Gianni Agnelli alla guida di Confindustria e Luciano Lama alla testa della Cgil  (ma in realtà, era stata la Federazione unitaria dei metalmeccanici di Trentin, Carniti e Benvenuto a rivendicarlo con forza), tra le tre confederazioni e l’associazione degli industriali italiani, con il punto di contingenza che aumentava trimestralmente identico per tutti i lavoratori, quale simbolo delle politiche sindacali egualitarie del tempo. Erano gli anni segnati da un forte conflitto sociale, in cui esso assumeva – richiamando le tesi sulla “democrazia progressiva” di Lelio Basso e quelle sullo sciopero di Piero Calamandrei – anche la funzione di strumento di trasformazione sociale nel rispetto dell’assetto democratico voluto dalla Costituzione repubblicana.

Qualche commentatore, in verità isolato, ha cercato di collegare il “decreto di San Valentino”  con gli attuali problemi sociali derivanti dal lavoro povero, mettendo in atto una sorta di manipolazione orwelliana della storia, che il grande scrittore libertario sintetizzava così: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; […] dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo”. Craxi, in verità,  era portatore dei valori di un riformismo saldamente legato alle istituzioni delle classi lavoratrici (il sindacato, il movimento cooperativo, le organizzazioni mutualistiche e professionali) tanto ricche e diffuse nella Milano erede di Filippo Turati e di quell’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale, che sarà governata a lungo dai partiti socialdemocratici e laburisti. L’azione collettiva di queste istituzioni sociali doveva costituire uno degli elementi fondamentali secondo Craxi, dell’iniziativa riformista del Partito socialista, ispirata al gradualismo nella risoluzione dei problemi del mondo del lavoro e dei ceti più deboli, al miglioramento delle loro condizioni di lavoro e di vita, all’introduzione di forme di democrazia economica ed industriale, attraverso una sintesi tra principi e ideali e il necessario pragmatismo dettato dalla contingenza politica.

Il decreto-legge del 14 febbraio 1984 fu imposto dal diktat del Partito comunista di Berlinguer al leader della Cgil Luciano Lama, che l’accordo voleva sottoscriverlo unitariamente con le altre confederazioni, così come Craxi, ed ebbe conseguenze storiche non solo sull’economia italiana, ma anche sulle relazioni sindacali e sullo stesso sistema politico. Infatti, il taglio di 4 punti di contingenza, poi ridotti a tre, del meccanismo di scala mobile, con cui ogni tre mesi i salari si adeguavano automaticamente all’aumento dell’inflazione, in una spirale sud-americana, con un contributo primario derivante dai prezzi dei prodotti petroliferi e dal loro pagamento in dollari, a fronte delle continue svalutazioni della lira, innescò un importante ciclo economico, virtuoso, sfruttando l’elaborazione di Ezio Tarantelli, della predeterminazione dell’inflazione, per correlare i salari con l’aumento di prezzi e tariffe. L’economista neokeynesiano credeva nella politica dei redditi e nella concertazione tra istituzioni e parti sociali e pagò il suo impegno teorico con la vita, trucidato dalle Brigate Rosse il 27 marzo 1985, tre mesi prima del referendum sulla scala mobile del 9 e 10 giugno 1985 per l’abrogazione del provvedimento del governo. Con esso si registrò la sconfitta del massimalismo sindacale e del potere di veto del Partito comunista, l’abbattimento dell’inflazione, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della nostra economia, il consolidamento dello Stato sociale. Commentando la consultazione referendaria, il leader della Uil Giorgio Benvenuto, protagonista con quello della Cisl Pierre Carniti, di una dura battaglia nelle piazze e nei luoghi di lavoro e che avevano sostenuto il decreto-legge assieme alla componente socialista della Cgil, affermò: “I risultati del referendum hanno tra l’altro dimostrato, con la vittoria del “no”, che fra i lavoratori e i cittadini il problema della scala mobile aveva perso il significato mentre ben più importanti erano i temi della stabilità economica, dell’occupazione, della giustizia fiscale”. Ugo Intini, esponente di spicco del Psi e in quegli anni direttore de “L’Avanti!” di recente scomparso, in un saggio dal titolo il “Miracolo riformista”, che apre il volume “L’albero socialista” edito dagli “Argomenti socialisti” nel 1991, a sua volta scrisse che: “I comunisti prevedevano disastri economici e impoverimento come conseguenza della riforma della scala mobile ma, al contrario, si sono registrate la sconfitta dell’inflazione e l’accelerazione dello sviluppo”. Semmai gli accordi triangolari del 1992 e del 1993, quelli sì di abolizione della scala mobile, in un ben diverso contesto politico – era scoppiata la c.d. “Tangentopoli”, ed economico, con una grave crisi della finanza pubblica – che vennero realizzati con il governo di Giuliano Amato prima e quello di Carlo Azeglio Ciampi dopo, utilizzando il modello di relazioni socio-istituzionali neo-corporativo tipico delle socialdemocrazie negli anni della Settanta del ‘900 e quello economico della politica dei redditi, possono avere una relazione con il tema della drammatica decrescita delle retribuzioni. Essi, infatti, vennero pensati esclusivamente in una logica di diminuzione dell’inflazione, senza meccanismi compensativi in presenza di un suo incremento, come è avvenuto negli ultimi anni. Né appare da sola la contrattazione collettiva oggi in grado di recuperare la perdita del potere d’acquisto del mondo del lavoro italiano, a causa della crescente debolezza dei sindacati “storici” e delle loro divisioni, con leadership certamente non adeguate a quelle del passato. In questo scenario di notevole incertezza sociale se la stessa introduzione del salario minimo potrebbe costituire un provvedimento solo parziale per contrastare l’impoverimento dei redditi da lavoro, è necessaria una istituzionalizzazione del sistema della rappresentanza collettiva e della contrattazione, per contrastare il dumping sociale e recuperare il gap retributivo con il resto d’Europa.

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