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La rivolta degli agricoltori europei – Il Green Deal europeo

La rivolta degli agricoltori europei. Il Green Deal europeo di Antonio Arena

Potremmo definirla la lotta del pane contro le “brioches”, identificando simbolicamente in queste ultime le nuove frontiere del cibo artificiale e da laboratorio.

Le proteste degli agricoltori contro la UE e contro diversi governi nazionali hanno avuto il merito di ricordare non solo ai politici ma a tutti i cittadini “consumatori” il ruolo centrale della terra e di chi la lavora. La novità sta in un diverso approccio rispetto a precedenti manifestazioni. Un approccio non solo rivendicativo ma “culturale”, un grido di dolore e di allarme per il rischio che si sia costretti ad abbandonare terreni ed aziende sui quali si è investito e vissuto da più generazioni. Il potere evocativo dei trattori e delle balle di fieno (e del letame) richiama immagini ancestrali, quali l’aratro e le spighe di grano che fino a non molti anni addietro erano presenti nelle nostre monete.

La crisi dei campi e di chi li vive e lavora è anche una diretta conseguenza, nelle sue ripercussioni economiche e fiscali, della fase conflittuale iniziata con le sanzioni e con l’adesione, servile ed autolesionista, allo scontro frontale e guerreggiato con la Russia. Ma si inserisce in un contesto più ampio e integralista che vede l’agricoltura quale “pedina” sacrificabile all’interno del “Green Deal europeo”, il piano europeo su “economia e sviluppo ecologicamente sostenibile” che si pone come obiettivo la riduzione delle emissioni da fonti fossili del 42,5 (ultima revisione) entro il 2030, e addirittura alla neutralità nel 2050. Gli input alla UE vengono dall’”Agenda 2030” delle Nazioni Unite e dalle varie Conferenze internazionali sul clima (ultima il Cop 28 a Dubai). Tuttavia il Green Deal europeo ha le caratteristiche di una “fuga in avanti” rispetto ad analoghe strategie programmate e messe in atto da altri Stati in un contesto globale, col rischio di affossare e rendere non completivi interi settori economici (non ultimi quelli agricoli) rispetto a concorrenti internazionali privi di regole e limiti altrettanto stringenti.

E quindi dobbiamo ancora una volta mettere in evidenza il ruolo della Commissione in tali indirizzi programmatici. Un ruolo politico, dalle conseguenze politiche per i popoli europei, che la Commissione si da e si prende, nella sostanziale forzatura e violazione dei Trattati europei. Ed ancora una volta tale ulteriore strappo avviene sotto la presidenza della von der Leyen. L’iter del “Green Deal” ha inizio infatti nel dicembre 2019 (sotto la neo presidente tedesca) con un pacchetto di proposte sulle quali solo in un successivo momento (sempre a dicembre del 2019) il Consiglio Europeo fa una “presa d’atto”. Evidente forzatura istituzionale su decisioni dalle enormi ricadute economiche sulle imprese (non ultime quelle agricole) e sui cittadini e consumatori europei. Nei successivi passaggi la Commissione trova il sostegno del Parlamento europeo (salvo qualche parziale retromarcia per il ripensamento del Ppe), in un “gioco di sponda” tra due Istituzioni divenute autoreferenziali e sempre più “aliene” rispetto alle realtà e ai bisogni dei popoli europei; complice la passività del Consiglio europeo ormai privo di Capi di Stato e di Governo di profilo e dimensione europei. Commissione e Parlamento europeo che, è utile rilevarlo, sono le Istituzioni dove le lobbies (espressione o legate organicamente a diverse multinazionali) hanno raggiunto una notevole – e spesso occulta – influenza.

Antonio Arena

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